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Perché volare è un po' precipitare
Scritto da Luisanna Gerace   
sabato 16 dicembre 2006

Papà,
dove eravamo rimasti… Ah sì, alle mie lacrime e a te che mi dicevi che avrei dovuto averne più rispetto… sono ferma lì, sempre sulle stesse lacrime. Ma che strano, oggi non faccio altro che pensare ad Ardore, al grano dei capelli di mamma,  a quel desiderio forte di affondare nel suo profumo per dirle che sono piccola…
Che strano, papà… hai mai avuto la sensazione di non conoscere che cose minuscole, solo quelle che si toccano, si maneggiano, quelle che hanno un on e un off? Pensavo di essere brava, sai? Pensavo che non ci fosse null’altra cosa che sapessi fare meglio di ascoltarmi. Ho passato buona parte della mia vita ad ascoltarmi.
Sentire. Era tutto quello che mi accorgevo di fare. Sapevo sempre da dove iniziasse quel groviglio, avevo un estremo del filo, almeno quello. E anche se correvo più forte e mi mentivo da più lontano, c’era sempre confusione, spalancato vociare, inchiostri fitti anche nei giorni lenti, anche in quelli tutta da sola a non sprecarmi, a non mischiarmi mai.
Oggi invece sono immobile. Probabilmente ho entrambi i lati del filo. Con le mani occupate sono lì che provo e riprovo, mi sfinisco a tenderlo questo filo, ma per quanto mi possa sforzare, incaponire, rimane sgonfio, senza sogni e con tutta quella paura accumulata…
Papà, è questo crescere? Avere così paura di sognare? Avere paura del volo? Avere le mani occupate?
Ho paura, sì,  stavolta ho paura, tanta. Ho paura di sentire, ho paura di ascoltarmi e chiedermi… ho paura come mai, come mai è stato prima. Forse perché oggi ci sono bocche e fiato e le notti diventano mattini e le mani mi tremano in questo sfiorare soltanto e mai afferrare.
E io, io sono sempre la stessa. Sono solo una ragazzetta che legge libri e non so ancora come toccarli, bocca, fiato, mani, senza rompere, senza strappare, senza  sfiorire sull’impeto dei miei disagi. 
Allora si fa aria, respiro, come sangue questo affannoso bloccarmi.
Papà, oggi, in questo posto estraneo, su questo muretto stretto a fumare, fumare, non so perché, ma mi tormenta il pensiero di quanti  treni ho lasciato partire, di quanti che mi hanno saputo amare ho fatto andar via senza neanche voltarmi a salutare, allontanati solo perché non erano quell’unico treno che volevo, che pensavo portasse a casa, fosse terra.
Poi ad un tratto, così dal nulla, mi sono sentita finalmente libera. Vuota, indecisa, lacerata, ma libera. È durato poco, troppo poco, il tempo di accorgermene e quel tempo era già fuggito. Papà, il tempo di accorgermene e sono arrivati altri occhi, diversi. Che mi insegnano e m’innamorano. Mi somigliano, ma che cambiano colore continuamente… Hanno vita e paura e parlano, questi occhi. Parlano. Ho le loro parole ovunque, me le porto dietro come ombre, come impronte su cui camminare, spiagge e mai deserti.
Allora perché mi sento sola? Perché questo panico di essere buttata via?
Io sono già sola, lo sarò sempre. Come te.
Non cerco compagnia. Papà, io cerco un abisso, voglio precipitare, inseguire, straripare.  Voglio le idee accese, spargere fogli, voglio rompere gli argini, affogare per poi respirare pagine.
Papà, me ne accorgo adesso: in questo posto estraneo, su questo muretto stretto a fumare, fumare sento di nuovo stringermi i polsi...

 
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