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Una vita di attese
Scritto da Fabio Medda   
mercoledì 20 dicembre 2006

L’uomo che non aveva mai preso l’aereo in vita sua si alzò dalla scrivania, prese la paletta e si mise il berretto da capostazione. Uscì dalla sua stanza e percorse lentamente l’ufficio senza badare a chi gli stava intorno. Il piazzale della stazione era deserto, solo la campanella si opponeva imperterrita al silenzio.
La giornata volgeva al termine ma il sole era ancora caldo. L’ombra del capostazione, immobile e fiera, fu avvicinata da quella dinoccolata di un cane troppo pulito e mansueto per essere randagio. L’uomo si chinò ad accarezzare l’animale che si fermò a scodinzolare per qualche istante prima di riprendere a vagare con vacillante convinzione in cerca di cibo.
La stazione, piccola e con la sorte già segnata dai piani di ristrutturazione dell’azienda, conservava con grande dignità i segni di un passato glorioso. I giardini raccolti, puliti e con le siepi ben curate, le panchine in legno appena verniciate, la facciata integra e carica dei fumi lasciati dalle locomotive prima e dalle littorine poi, la sala d’aspetto spartana con la vecchia biglietteria in disuso coperta da un cartellone con l’orario dei treni, le insegne sbiadite ma intatte, il selciato chiaro del piazzale innervato da marmo più scuro, i locali impolverati di un piccolo bar ormai diventato magazzino.
Soltanto l’orologio del piazzale aveva smesso di funzionare, proprio quella mattina. Il capostazione lo guardò e si asciugò il sudore dalla fronte. Il treno tardava.
Il capostazione sapeva di doverlo aspettare lì, come sempre, come milioni di volte nella sua vita passata nelle stazioni di tutta Italia, sotto lo sguardo della moglie affacciata alla finestra della cucina o sotto i bombardamenti dell’ultima guerra, spazzato dal vento e dalla pioggia, con la nebbia di gennaio o il caldo di ferragosto, a digiuno o dopo pasti consumati in fretta e mal digeriti, con il cuore leggero e con il cuore stanco.
Una vita fatta di attese, di piazzali improvvisamente popolati da passeggeri in transito che corriere e treni a poco a poco si portavano via lasciando dietro di sé il silenzio della stazione e i suoi pochi abitanti, come la mareggiata che si ritira e lascia poche conchiglie sull’arenile.
Una vita compilando registri e firmando moduli, quando ancora si sigillavano le buste con la ceralacca, si andava in bicicletta a spostare gli scambi ed i biglietti erano rettangolini bianchi di cartoncino rigido attraversato da una striscia colorata. Quando c’era il tempo ed il gusto di approfittare delle pause di lavoro per mangiare cozze crude appena portate da un macchinista, nascosti tra le cataste di traversine, armati di un limone e di un coltello.
Lo sguardo del capostazione fissava le rotaie lontane che parevano sbucare dagli alberi. Da lì sarebbe apparso il treno, era sicuramente questione di minuti. Per un attimo i suoi occhi guardarono il bosco dove tante volte era andato a caccia con i suoi tre cani ed un nipotino pelandrone che dopo pochi minuti doveva essere portato in spalla. Andare a caccia era un pretesto, come lo era andare a pesca con quel suo canottino arancione più adatto a schiacciare un pisolino che a depredare il mare. Lui, del resto, non sarebbe mai stato in grado di depredare quella terra dove aveva scelto di vivere senza esserci nato.
Il sole nel frattempo stava tramontando. L’uomo abbassò lo sguardo distogliendo per un attimo l’attenzione dai binari. Fu proprio in quel momento che in lontananza apparve il muso della motrice.
Il capostazione ebbe un sussulto lieve, si sistemò il berretto, impugnò bene la paletta e chiuse gli occhi. Quando li riaprì il treno era ormai in prossimità della stazione.
Era il suo ultimo treno. Gli parve bellissimo, rassicurante, definitivo. Percepiva ormai l’odore del motore caldo, il leggero tremore delle rotaie e l’inconfondibile sibilo dell’aria squarciata.
Il convoglio, composto da pochi vagoni, aveva visibilmente rallentato per superare senza difficoltà gli ultimi scambi. Dai finestrini del primo vagone si agitavano senza fretta mani familiari. Il capostazione riconobbe la madre e due fratelli e rispose al saluto con compostezza.
La campanella aveva smesso di suonare. Il treno ormai era fermo davanti al piazzale. Dietro la motrice il vagone degli affetti, quello dei sogni e quello dei rimpianti.
Il capostazione si voltò indietro e riscaldò con un ultimo sorriso gli occhi della moglie che come sempre lo guardava dalla finestra della cucina. In quei pochi istanti avrebbe avuto tante cose da dire, da ricordare. I viaggi in lambretta su e giù per la Sardegna, i figli mai arrivati, le grandi paure di una vita, le tante soddisfazioni ricevute. Nulla di tutto questo riuscì a rievocare.
Quando il sorriso restò senza luce, l’uomo rivolse nuovamente lo sguardo verso il treno che lo aspettava, mise la paletta sottobraccio e, aperto lo sportello del vagone degli affetti, salì senza esitazioni.
La quiete della piccola stazione fu interrotta per un attimo dal pesante richiudersi dello sportello. Il sole ormai s’intravedeva appena dal profilo delle colline circostanti, gli ultimi lembi delicati del suo velo arancione coloravano il piazzale, attraversato proprio in quel momento dal cane che, appesantito dal pasto serale, degnò di una fugace occhiata il treno che stava per rimettersi in marcia.
L’uomo, una volta salito a bordo, aveva smesso definitivamente i panni di capostazione per vestire quelli di passeggero. Si era accomodato vicino ai suoi cari e, con il capo abbandonato sul poggiatesta del sedile, guardava fuori dal finestrino. Le palpebre si erano fatte pesanti, era stanco ed aveva voglia di dormire.
Il treno con un sussulto si mosse e ripartì. Lentamente superò gli scambi sferragliando quasi con leggerezza fino a quando, allontanatosi dalla stazione, prese progressivamente velocità e sparì all’orizzonte.
Il sole era tramontato, il piazzale deserto, le imposte della stazione chiuse, il cane sazio e addormentato. Il filo dei ricordi aveva cominciato a tracciare il suo solco.

Dedicato alla memoria di Carlo Grosso, ferroviere.

 
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