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Colpo di tosse
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Flavia Piccinni   
sabato 13 gennaio 2007

È tardi. Come tutte le mattine sono in ritardo. Mi alzo e mi tocco i capelli. Tutte le mattine mi alzo, sempre dopo, e mi tocco i capelli. Ho i capelli ricci, di quel riccio indomabile che si increspa con l’umido e non ne vuole sapere di stendersi, neanche con la piastra. Tocco le punte, le radici, l’interno: i capelli sono lisci. Entro in bagno e mi metto il cerchietto, per tirarli indietro. Ho sempre paura di bagnarli, mentre mi lavo i denti e la faccia, ché diventano ricci se solo annusano l’acqua. La doccia non me la faccio mai; mi lavo a pezzi, questo sì. Mia madre, quando ero bambina, mi chiamava capretta. Adesso mi chiama il mio fidanzato, Alessandro, così. Mi infilo le lenti a contatto: vedo. Da quando ho quattordici anni sono miope. Di una miopia che cresce con gli anni, da -0,25 a -0,75 ogni 365 giorni. Se vado avanti così diventerò cieca entro i trenta ma l’oculista, amico di infanzia di mio padre, dice che quando avrò ventidue anni mi potrà operare. Io chiedo sempre perché non ora e lui continua a fumare il sigaro e a giocare a biliardo con mio padre. Giocano con le mani. Una volta un gallerista che era venuto a cena a casa mia aveva chiesto a papà se era un buon giocatore di biliardo. Lui aveva detto che alla stecca preferiva quello con le mani, che non mi ricordo come si chiama. E allora il gallerista, schifato, aveva detto che giocare senza stecca equivale a preferire la dama agli scacchi e mi aveva strizzato l’occhio.
 
Gioco a scacchi da quattro anni. Ho fatto tornei provinciali e regionali, anche qualcosa di nazionale. Ho battuto maschi e donne, ma soprattutto bambini. Non credo di essere brava, in effetti non lo sono, ma le donne che giocano a scacchi sono poche e allora, anche con un minimo sforzo, riesco ad avere buoni risultati. Due anni fa ho preso la categoria ad un torneo provinciale organizzato dal mio maestro di scacchi per farmi guadagnare punti. Le mie avversarie erano Francesca, una dodicenne bocciata in prima media; Loredana di sette anni appena trasferitasi dalla Colombia in Italia; Giulia, adolescente piena di tic e brufoli. Le avevo battute tutte senza impegnarmi troppo, conoscendo a memoria solo due aperture. Di bianchi faccio sempre la partita del centro, quella su cui il mio maestro, Riccardo, ha scritto un libro. Non la conosce quasi nessuno, tranne noi allievi, e quando la faccio la gente si spaventa. Di nero faccio una variante della svedese. Una variante banale, che nessuno conosce e quindi quando la faccio la gente si spaventa. Fatto sta che vinsi contro tutte e tre e mi guadagnai, meritatamente, la mia categoria. Martina Sebastio: terza nazionale con 1500 punti. Un bel risultato, per una che quando stava davanti alla tastiera si mordeva le unghie e pensava se il mascara e la matita stavano apposto e si concentrava non per giocare, ma per non sudare, ché altrimenti i capelli si arricciano. Almeno lo pensavo. Fino a quando mi sono resa conto che alla femmina che stava davanti non importava se ero carina o meno, le importava solo di schiacciarmi. Allora quando mi sedevo, quando mi siedo, vedo davanti a me solo pezzi. Il mio esercito e il suo, quello della mia avversaria. Vedo sessantaquattro caselle che hanno catturato e fatto impazzire e sono impazzite con maestri e teorie. Non ricordo né gocce di mascara né lacrime di matita né tracce di rossetto. Allora quando mi sedevo, quando mi siedo, vedo davanti a me un mostro che devo battere. Prima psicologicamente e poi fisicamente. Prima devo batterla, la stronza che mi sta davanti, sulla scacchiera e poi nella vita. Per farle capire quanto sono più intelligente. Quanto sono più, decisamente, bella.
Con i maschi e tutto decisamente più facile. Anche se sono più forti, molto più forti di me, si lasciano abbindolare. Basta una scollatura, uno sguardo, una promessa. Basta dire dopo andiamo a fare colazione insieme – o pranzo o cena, che si deconcentrano e hanno paura di apparire goffi mentre muovono i pezzi, mentre premono l’orologio, mentre riflettono sulla mossa giusta; su quella meno sbagliata. Con i maschi basta sorridere e apparire spaventata. Loro lo sanno che perdere significa apparire indifesi e perdere autorità. Loro lo sanno che vincere significa diventare odiosi e inguardabili. A volte cercano la patta, altre volte si accontentano della sconfitta. Non hanno capito che una giocatrice carina non si accaserà mai, neanche momentaneamente, con un rospo che si nasconde dietro alfieri e pedoni, dietro aperture e giochi di abilità con quelle che sono pedine; semplicemente pedine.

Stamattina ho appuntamento con uno della televisione. Vuole intervistarmi in quanto campionessa della regione Toscana di scacchi; in quanto futura partecipante dei Giochi femminili di scacchi italiani; in quanto ragazza carina. Mi pettino con la spazzola piatta poi accendo la piastra e, mentre mi lavo i denti, aspetto che si scaldi. Sputo il dentifricio e la saliva nel lavandino bianco, guardo mentre colano giù lentamente; insieme. Poi prendo la piastra dal filo e la tiro su, inizio a prendere una ciocca e a stringerla, a farla diventare liscia.  Una dopo l’altra, una dopo l’altra: le faccio tutte. I capelli sono lisci, lisci davvero. Poi mi sciacquo velocemente sotto le ascelle, ché sono in ritardo. Mi metto una maglietta scollata rosa e i jeans, quelli attillati e a vita bassa, che quando raddrizzo le spalle mi fanno sembrare senza pancia. Butto quintali di correttore sotto le occhiaie e sopra i brufoli, copro tutto con un po’ di fondotinta e imbratto gli occhi con matita e mascara e ombretto; me ne metto uno viola fosforescente, che sembra la razionale sfumatura del colore pastello della maglietta. Metto pure del bianco sotto gli occhi, del rosa sugli zigomi e il rosso giù a scalare. In bocca, con il pennellino, passo prima del burro di cacao e poi un po’ di rossetto. Mi infilo gli orecchini indiani, quelli lunghi e con il turchese nel mezzo. Le scarpe da ginnastica con gli ammortizzatori, ché sembro sportiva invece mi interessa diventare più alta. Esco.

Faccio le scale frugando nella borsa, inseguendo sigaretta e accendino. Non riesco mai a trovarli tutti e due così finisce che o trovo cosa accendere o con che illuminare. Mi arrendo e continuo a scendere le scale. Incontro quella che sta due piani sopra di me e ha novantadue anni e continua a salire e scendere a piedi, identificando l’ascensore con il diavolo. Mi sbatto contro quella che fa da babysitter al ragazzino delle elementari, che incontro sempre il sabato pomeriggio davanti alla Chiesa con la cartellina celeste del catechismo, quella con la croce nel mezzo, e la faccia triste. Mi perdo nelle chiacchiere di quello che lava le scale e parla al telefono con la moglie senza fermarsi, neanche fosse milionario; scoprirò solo dopo che aveva appena attivato la tariffa wind parli gratis. Quando sono davanti al portone di casa, nella mia città di provincia, la provincia più nera, mi squilla il telefono. Mi squilla il telefono e rispondo.

- Pronto?
- Martina, dove sei? Siamo qui con la telecamera che ti aspettiamo.
- Sono sotto casa, meno di un minuto e sono lì. Non mi sono svegliata.
- Ti aspettiamo.

Questo è il genere di ragazzo che mi piace. Uno che lo fai aspettare e aspetta, senza chiamarti mille volte, ma una. Senza dirti muoviti che fai tardi e dai che dobbiamo andare e quando imparerai che è maleducazione fare aspettare e se vai avanti così per il compleanno ti compro un orologio, mica quel paio di orecchini che hai visto. Questo è il mio genere di ragazzo, mica un meticoloso giocatore di scacchi.
Continuo a cercare nella borsa la sigaretta e la bocca mi si stringe, neanche mi fossi svegliata da due ore. Mi si stringe nella saliva carica di desiderio e di sapore. Mi si contorce aspettando la sigaretta, quella dura con più catrame che tabacco. Trovo il pacchetto e fermo un rumeno, che fuma.

- Mi fai accendere?
- Tieni.

E mi dà la sua sigaretta, quasi finita. La prendo in mano e sfioro il filtro, completamente bagnato. Bagnato come lo bagnano quelli che non sanno fumare. Bagnato come lo bagno io. La sigaretta si illumina, restituisco il mozzicone e me ne vado. Sono in ritardo. Corro, per quanto una che si è appena svegliata, fuma e non può sudare, riesca a fare. La piazza, dove ci siamo dati appuntamento, è vicina. Mi faccio un tratto di Via Fillungo e sbuco in Piazza San Frediano. Vedo due che stanno seduti al bar, quello della Chiesa che c’ha davanti alla facciata i tavolini. Il mio ex ragazzo, Francesco, abita proprio lì. Mi viene da chiamarlo per salutarlo, dirgli scendi che mi paghi un caffè quando vedo che quello con la telecamera si alza e mi fa cenno di raggiungerli.

Vado.

Mi sento un po’ in imbarazzo, se non altro perché i miei non sanno che fumo e se mi vedono in televisione mentre aspiro succede che mia madre mi riveste di cerotti alla nicotina, mio padre mi imbottisce di sigarette alle erbe e mio fratello mi regala un cartello con scritto a caratteri cubitali, bianco su rosso: “Vietato fumare”.

- Allora tu sei Martina, la campionessa di scacchi?

Pessima inquadratura. Se un maschio ti identifica come un giocatore di scacchi è finita. Vuol dire che crede che tu sia frigida o, semplicemente, intellettuale. Il che, per i maschi che circolano oggi, è forse  peggio. Le frigide, in fondo, anche se non godono possono essere ugualmente utili. Divento rossa, me ne accorgo perché non mi va più di fumare e le guance rosse trasformano il phard in un viola argenteo; mi succede sempre così. Annuisco, dopo un colpo di tosse. 
“Dai non essere imbarazzata” ridacchia quello che dovrebbe essere il giornalista. Lo deduco dal blocchetto verde e giallo che tiene in mano, che scuote avanti e indietro; come se non lo avessi già notato da sola. Ci andiamo a sedere al bar e loro ordinano due macchiati, io un bicchiere d’acqua di rubinetto perché non voglio sentirmi in debito. Perché non voglio dover pagare tre consumazioni al posto di una. Si siedono vicini e il giornalista sbatte il blocchetto sul tavolo, tira fuori una penna dalla tasca interna della giacca, sorride, mi chiede se ho da accendere. Fa tutto insieme e, per un attimo, mi sento disorientata. Mi sembra di essere al bar con due sconosciuti e di vedere passare Alessandro, insieme alla sua vecchia fidanzata. Mi sembra di vederli baciare e di morire, tutto insieme. Ancora.

- Stai bene Martina?

Annuisco ancora e le guance si colorano di viola. Inizio ad abituarmi. Annuisco con crescente forza e vedo che quello con la telecamera se la mette sulla spalla.

- Allora, qui funziona così. Per prima cosa devi stare calma. È una semplicissima intervista televisiva. Ne hai mai fatte?

Faccio di no con la testa. E poi sgrano gli occhi e: “No”.

- Va bene uguale. Devi guardare in camera, se ti va, ma soprattutto rispondermi. Ti faremo delle domande che andranno direttamente in onda e delle immagini che partiranno quando invece parlerò io. Va bene?
- Sì.
- E’ tutto chiaro?

Mi viene da dirgli che poi non è tutta questa difficoltà, ma continuo a fare l’imbranata.

- Io inizierei subito. Fabio, tu che dici?

Il cameraman controlla che tutto sia a posto, almeno credo. Lo deduco dal suo frenetico manovrare tasti e microfono. Poi, senza neanche chiedermi il permesso, mi appunta sulla maglietta, nella profonda scolatura, un pallino nero e mi dice di parlare. Dico prova e lui subito mi ferma. Non riesco neanche ad aggiungere uno, due, tre che l’altro parte con le domande.

- Il mondo degli scacchi è un mondo prevalentemente maschile e tu, come ti trovi?

Prendo dalla borsa una sigaretta, tenendo lo sguardo nello schermo. Senza muovermi. Lo punto, lo sguardo, dentro al quadrato della telecamera e mi vengono in mente le parole che usano le riviste da quattro soldi per definire le veline del momento, quelle che bucano lo schermo. Mi sembra di bucare lo schermo mentre con la mano dentro la borsa stringo una sigaretta che non potrò accendere. Poi, poi inizio a parlare.

- Credo che il mondo dello sport sia maschilista e che, di riflesso, lo sia anche quello degli scacchi. Non perché voglia imitare gli sport fisici ma, semplicemente, perché i maschi si credono i migliori, sempre, e allora nel lavoro come nello sport come nella scuola vogliono dimostrarlo. Superfluo dire che i risultati sono ridicoli. È una supremazia momentanea dettata dall’esperienza e destinata ad annullarsi con il tempo.

Il giornalista mi guarda, probabilmente crede che mi sia imparata tutto a memoria. Che, queste parole, non siano altro che frutto di  un discorso preconfezionato. Preparato da mia madre, forse da un gay. Abbozza un sorriso e la telecamera spazia sulla Chiesa, sui turisti che tengono in mano guide e parlano al cellulare. Penso a Francesco, che forse sta ancora nel letto e dorme.

- Come mai una ragazzina tanto carina come te ha iniziato a giocare?

Lo guardo come se mi prendesse in giro. Vedo che sembra quasi tentato dal fermare tutto, dal ricominciare.

- Non capisco, mi scusi. Mi sta dicendo che siccome sono carina non posso mettermi dietro una scacchiera? Non posso pensare a qualcosa che non sia dimenarmi al concerto dei Gazosa, morire dietro ai calciatori di serie A, piangere davanti a Santamaria, sognare di sculettare sul cubo del Twiga? È così o, semplicemente, sbaglio?

Stringo la sigaretta sempre più forte, mentre sorridendo dico semplicemente. Il mio sudore la consuma, annienta la carta abituata a bruciare. Il tabacco mi invade il palmo della mano e le dita e la borsa. Penso che dovrò passare tutta la sera a eliminare i pezzettini di nicotina e catrame e monossido dagli interni, per poco. Poi continuo a parlare, mentre mi rendo conto di aver imparato a memoria i compositi, ché li leggo sempre quando sono in bagno e non ho giornali sotto mano.

- Sa, io ho diciannove anni ma non ne posso più di essere definita un mistero perché gioco a scacchi.

Il blocchetto sta fermo sul tavolo. La barista mi guarda soddisfatta, con il suo caschetto rosso e le tette cadenti fasciate da una maglietta gialla e blu, a righe. Tiene i caffé all’altezza del mento ma i capezzoli, duri per il freddo, continuano a vedersi; nonostante la posizione.

- Io non intendevo questo.
- E cosa intendeva?
- Dicevo che è strano che una ragazzina alla tua età passi le giornate dietro a dei pezzi, immobile, invece che andare a divertirsi. Invece che truccarsi, uscire con le amiche, trovarsi il fidanzato.
- Le sembra che io sia triste?

Socchiude gli occhi. Adesso le guance rosse ce le ha lui, rossissime.
Si copre la bocca con la mano ma non tossisce.

- Io intendevo dire che gli scacchi nell’immaginario comune sono fatti di ragazzi con gli occhiali tondi, timidi, che non hanno altro per la testa.
- Lei oltre che disinformato è anche un maleducato.

Si passa la mano fra i capelli e dice a Fabio, il cameraman, di spegnere. Lo fa con un gesto della mano, tanto leggero che quasi non me ne accorgo. Devono essere abituati ad interviste che finiscono male. Fabio mette la telecamera sul tavolo e la barista lascia i due caffé. Loro ringraziano e io aspetto il mio bicchiere d’acqua di rubinetto, anche se ormai non ho più sete. Ho solo voglia di sputare.

- Senti Martina, la vogliamo fare questa intervista?

Annuisco, senza imbarazzo; questa volta.

- E allora, che ti prende? Era una domanda innocente. Vogliamo sapere come mai una così carina come te decide di praticare uno sport poco frequentato, decide di introdursi in un ambiente maschile.
- E le donne che lavorano al porto, non si meritano anche loro un’intervista se la mettiamo così?
- Lasciamo stare la politica,  i lavori di forza e la parità dei sessi. Non abbiamo tempo da perdere.
- Sta dicendo che sono discorsi inutili?

Lui sta zitto. Probabilmente non ha voglia di parlare di discriminazione e delle donne che lavorano e non hanno possibilità di carriera, come mi diceva sempre Zia Rosa quando tutti in banca le passavano avanti e lei, lei rimaneva ferma. Non ha voglia di parlare con una ragazzina; forse non lo farebbe neanche con una donna.

- Lasciamo stare, allora. Ma, sta dicendo che mi merito l’intervista solo perché una ragazza? Non perché sono la campionessa regionale?

Continua a stare a zitto. E poi, come se il caffé lo avesse svegliato. E poi, dopo aver tossito a lungo, violentemente.

- Come, sei anche campionessa regionale?  E da quando?

Mi verrebbe voglia di ucciderlo. Di rovesciargli addosso il caffé, che tanto è sicuramente bruciato. Lo bruciano sempre qui.

- Scusa ma perché allora mi hai cercato per fare un’intervista?
- Devo essere sincero?

Dico di sì, fiera di avergli dato del tu.

- Mi avevano detto che eri molto carina.

Rimango senza parole. E quasi mi viene voglia di andarmene. Di alzarmi e dire che i giornalisti di provincia, specie quelli delle televisioni locali, sono degli incompetenti. Che lei, tu, sei un incompetente. Poi sorrido e penso a Costantino Androvaldi, maestro internazionale di Bologna che mi aveva visto ad un torneo regionale e mi aveva detto che, anche raggiungendo una preparazione minima, avrei potuto avere successo. Mi aveva offerto un gelato al bar, dopo il torneo, avvolto nel suo capotto nero e nel suo odore di cattivo; di chi non si lava da settimane. Di chi, da mesi, non si cambia vestiti. Diceva che lui aveva provato a fare una starlette delle sessantaquattro caselle una di Bologna, Vanessa, che poi si era innamorata di un barista e aveva iniziato ad andare in discoteca, a dimenticare gli scacchi. Aveva detto che il mondo femminile era tutto da esplorare e che solo una donna poteva avere ancora campo libero negli scacchi. Per fare un buon successo e poi, poi approdare in televisione forte di una certa bravura e di un bel viso, casomai un fisico accettabile. “La quota rosa degli scacchi” così aveva detto. Così aveva sottolineato che avrei fatto carriera; così aveva ripetuto.

-  Ricominciamo. Ho capito.
- Sicura?

Annuisco e quando la telecamera si accende dico che agli scacchi mi sono avvicinata per seguire il mio ex fidanzato, Francesco, che si era appassionato. Dico che poi lui mi ha lasciato e che io mi sono rifugiata in un crescente successo. Sottolineo che sono una ragazza normalissima, che esco con gli amici e il sabato sera vado in discoteca. Sorrido mentre spiego aperture che non conosco e mostro le tette mentre descrivo, approfonditamente, il match che mi ha fatto conquistare il titolo regionale.
Alla fine mi sposto la ciocca dall’occhio destro, come centinaia di volte ho provato davanti allo specchio e agli avversari maschi, e dico che nel mio futuro ci sono solo gli scacchi. Quando mi chiede se vorrei fare televisione sbatto le ciglia e, sicura di avere i capelli lisci - che farò svolazzare quando faremo le immagini di sfondo, dico che non mi interessa. Ripeto che sono la reginetta degli scacchi, mica della televisione. Lui sembra crederci e quando l’intervista finisce mi chiede se mi piacerebbe provare a fare delle lezioni in televisione. “Certo - dice, quasi a scusarsi -, siamo una televisione locale ma, anche se non ti piace la TV, potrebbe essere interessante per far avvicinare sempre più persone a questo sport. Che ne pensi?”

Faccio finta di essere incerta e poi accetto. Dico che se serve a far conoscere gli scacchi mi piace come cosa. Poi il cameraman mi fa alzare e mi chiede di andare davanti alla Chiesa. Mi alzo e, mentre cammino verso l’ingresso pieno di turisti che parlano al cellulare e controllano guide in bianco e nero, sono sicura che mi sta filmando il culo. Mi immagino i loro commenti  e  mi vedo come opinionista da qualche parte; qualsiasi parte. Penso allora a Costantino e che, appena finito, andremo a festeggiare. Andremo a brindare agli scacchi, ma soprattutto alle quote rosa, le nostre.

 
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