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Tassellatum opus [est]
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Mattia Piano   
martedì 23 gennaio 2007

Pindarum quisquis studet aemulari


PROSILIT
Una cicca strappata volata dal fianco destro del buio è rotolata. Respira rossa nel nero consumando l’ultimo tabacco.
Prima che si spenga. Si è spenta.

Ho fatto un brutto sogno.
La tua testa ingigantita attaccata alle tue braccia. Senza collo. Senza corpo. Le tue gambe stecche bruciate. Calva nei capelli gialli, lisci, disegnati.
Era notte. C’erano teste profumate in una brezza musicale, timide nel muoversi minimo dentro buste azzurre finemente avvolte intorno a una luce bianca, ogni tanto soffiava nei visi lontana e tonda. Facendo spazio tra i corpi. Respiravano i loro stessi polmoni come palloncini succhiati.
Era una foto di quelle tridimensionali a sfondo fisso e tu che ti muovevi. Se io ti muovevo. Un mosaico di plastica.
Con in mezzo niente.

Ho fatto un brutto sogno perché quella notte non c’eri e di te, per ora, ho solo una fotografia. Tu di me non hai ancora nulla. Come hai fatto a fidarti?

PRIMO TASSELLO
Lo sportello. Aperto. La gente ricomincia a parlare, a mormorare i suoi dialetti maneggiando i manici di plastica mobili delle loro valigie quadrate, precise e rigide. I colori sciupati soffusi all’angolo del mio occhio.
Ho il posto che dà sul corridoio. Di sicuro mi sarei salvato. Non è tempo per me di cadere.

SECONDO TASSELLO
Il mio occhio è rigido, preciso, quadrato come le valigie che scarteggiavetrano con l’asfalto dietro l’oblò ermetico.

TERZO TASSELLO
Una signorina, spero, Adele, mi sorride. Non so. Ha occhi perplessi. L’ho centrata troppo vicino al seno, dove lei, imprecisa ha avuto modo di attaccare il cartellino con scritto Adele, con sotto Alitalia, poi bianco bianco, con sotto il capezzolo. Nuovo. E quel ricciolo chiaro ma schiarito ti sta luccicando sulla spalla volato via da dietro l’orecchia.
Cosa vuoi che faccia?
«Buongiorno signore, e arrivederci» covava con gli occhi riflessi metallici.
Tappo quel buco di luce che sale dalle scalette , sono l’ospite d’onore, devo scendere misurato e salutare la folla che mi saluta. Sono una chiave passpartout infilata nella serratura di porte interne. Divido stanze della stessa casa. Mi hanno sfilato da sotto un centrino ricamato. Uno qualunque.
Dietro di me le mani appese ai fianchi fanno bollicine mute, in attesa e ovali.
Schizzerei fuori come champagne a capodanno per la spinta di un dito. Icarico oltre il lampadario posticcio del cielo.

QUARTO TASSELLO
Fa un caldo fresco, che brucia. Non è il mio caldo. Scendo le scalette misurando il terremoto intorno ai miei piedi mentre aspetto che quelli davanti a me colino in basso. Ho con me solo un marsupio alla spalla. Mi sento diverso. Vuoto. Senza bagagli. Senza valigia. Il mio viaggio racchiuso in marsupio.
Mischino…

QUINTO SCALINO
Hai mai visto Il pianista sull’oceano? Immaginami.

PRIMO RICORDO
C’erano tappi nelle orecchie gialli e walkman sotto i ves titi accesi, un uomo chiudeva il suo portatile verde scuro. E io mi arrampicavo. Lei era grande paura zero e siamo scesi come da un altissimo grattacielo barcollante mezz’ora due passi per ogni scalino e mi sono messo a parlare con una signora più alta di me che stavo sopra e ho cercato di salire più su se mia nonna non mi stritolava con il braccio ero sicuro avevo respirato Le ho detto Ciao come stai? con un filo di voce piccolo piccolo e lei mi ha sorriso molto ha preso un fazzolettino dalla borsetta alla menta e mi ha asciugato un po’ la fronte perché ero sudato per un attimo ci siamo fermati ma non so perché.

QUINTO TASSELLO
Mi arrotolai nella canottiera veloce e l’ho vista persi una ciabattina in braccio talmente piccola e rossa Non si era accorto nessuno tanti piedi tutti i piedi e le scarpe e le calze del mondo la coprivano per non dare fastidio la mia ciabattina andò a lato di quel andito di persone che era terrorizzata di non trovare posto in pullman e non gliene fregava niente mezza rovesciata su un fianco dormiva pestata forse era stanca del mio piede che non sudava mai Si vergognava di me con un calcio le restituì anche sua sorellina leggeri godevo godevo a muovere le dita e non sentire nulla sotto solo aria calda nonna mi guardava come a dire e adesso?

SESTO TASSELLO
Un suono di bicicletta rovesciata per poi riprendere il loro verso giusto appena atterrate. Prendo in mano il marsupio estraendo il cellulare tra le sgomitate delle valigie.
Rovesciavo la mia BMX e catturavo la ruota anteriore, navigando, chissà dove, nel muro di casa. Che era giallino, e mica cambiava per me. Mio padre l’aveva imbiancato non sarebbe cambiato mai.
Due essemeessse: sei arrivato? Sei arrivato?
Si sono arrivato.
Entro in navetta.

SECONDO RICORDO
L’aeroporto Le porte automatiche Scorrevoli Pressurizzate
L’aria condizionata le teste tirate in su e le teste curve in giù teste a destra teste a sinistra ma mai centrali. Le facce dei piccoli appese alle mani dei grandi nascoste le facce dalle voci nei microfoni intrappolate in casse acustiche invisibili sembrano quando metto la testa sotto un cuscino da questa parte del vetro la prima boccata di freddo la sento nei piedi stringo a mia nonna forte e cerco un po’ di caldo sotto il suo vestito largo arancione nuraghe e quando mai? coi fiori viola livido come tutte le nonne sarde grasse e potenti amiche sue.

SETTIMO TASSELLO
Ora davanti a questa porta automatica scorrevole e pressurizzata si schiacciano le ombre colorate della gente: fantasmi nel sole che non fa ombra nei corpi. Mi volto per cercare una corrispondenza reale tra tutto questo camminare. Il corpo di mia nonna largo più di un tramonto. Non corrisponde niente.

OTTAVO TASSELLO
Il pavimento è identico a 15 anni fa, piastrelle bianche, di ospedale ma senza disinfettante. Tutte le mie parti bagnate asciugano gonfie d’aria. I capelli si staccano alla fronte.
Devo starnutire.

NONO TASSELLO
Muovo lo sguardo in punta di piedi.
Essemeesse: Io sono al bar.
Appena entrato cerco di evitare qualunque cosa sia bar. Una china su un caffè, un bambino, un tramezzino in mano, un ragazzo, fruga nel portafoglio, un ragazzo,  passa senza fare niente, un uomo, calvo, a modo, si stringe la cravatta e guarda l’orologio, una madre, col biberon in mano, uno, dice torno subito e poi non torna, una ragazza, ha fretta e mangia una brioche , una bambina, si sventola le ginocchia, una donna, una bottiglietta in mano è rotolata ai piedi di un uomo seduto da solo e le sorride porgendole la plastica con dentro l’acqua. Uno stewart  di terra, non ci passa tra un passeggino e un  uomo in piedi. Un’altra donna, beve il caffè, è poggiata coi gomiti nel legno di un chiosco algida, ma non è algida, uomini e donne di spalle, bambini sotto le gambe e dentro le gonne si salutano e scappano. Dietro la testa di cinque ragazzi che si rincorrono c’è la scritta bar. L’ho vista appena sono caduti imprigionando una spada magica che suona e si illumina schiacciando un bottone. Il suono di un temporale rosso o di un rutto radiofonico.
Dove sei?

TERZO RICORDO
Mi prese la mano ed era come una scossa scalzo mano nella mano gli occhi sbarrati e molla ho tolto la mano a forza un nuovo gioco le impronte sulle mattonelle facevo aderire il pollicino staccavo e si sentiva un rumore tipo nastro mi innervosivo in inverno nel giardino di casa era più bello dopo la pioggia perché se ci andavo prima mia mamma mi prendeva in corsa a scollettadura e cadevo a culo in terra Una volta sono volato ho sentito un brivido e ci sono caduto di faccia ho perso un dente e morsicato la lingua ma mica ho pianto mia mamma ha raccolto il dente e  ha pulito con un straccio il sangue e mi ha sculacciato forte tipo altalena.
Dallo spavento
Per fare le orme nel fango mi bilanciavo bene su una gamba e saltellavo senza saltare toglievo il piede il fosso si riempiva subito d’acqua e mi piaceva il momento dove la bocca di fango respirava quando cedeva quando succhiava quante cose ci siamo detti
Nelle mattonelle non faceva
Mi mancava sempre un pezzo
mi rimaneva un buchino sotto pieno d’aria fredda staccavo ed eccola là quella mezza luna asciutta che diventava subito piena. Inesistente. Non ero mai passato di lì.
Mi ero stancato di fare questo gioco lo sguardo in spalla le mani poggiate davanti a me in posizione! Via! In corsa

DECIMO TASSELLO
In un momento. Quarantacinque minuti prima della partenza.
Cosa prendi?
- Un caffè.
- Io un tramezzino – mia madre dalla folla era una voce che  solo noi potevamo sentire.
- Un bicchiere d’acqua.
Mia madre buttò il tramezzino e cellophane nel cestino.
- È troppo sciutto.
Tolse dalla tasca qualcosa ma non mi faceva vedere. Verso l’imbarco, l’uscita otto mi aspettava.
Gate eight, in un ultima ruggente distorsione amplificata.
I saluti. Rigidi.
- Tieni. Sta partendo.

QUARTO RICORDO
Ho sentito un onda calda e appiccicosa. Il primo assaggio di caffè è una goccia che cade dai capelli a caschetto che mi sporca le labbra.

UNDICESIMO TASSELLO
Guardo il carabiniere. Passo sotto i raggi. Quello che stringo in mano non è ferro.
No dopo. No adesso. Adesso. Si.
È un dente. Aspetto di vedere il marsupio sputato fuori. Devo avere una faccia tonta perché il carabiniere mi segue stando immobile fino a che  un pilastro di moquette blu mi cancella.
Gate eight.
Il mio dentino. Avevo sei anni. Sono arrivato.

EXTREMA
Ti vedo.
Sei sola che aspetti, che ti guardi intorno pronta a catturare qualunque cosa ti sia rivolta navigando amniotica nel feto di questo brusio invisibile emesso dal continuo camminare delle teste che non conosci. Che non ti fanno guardare oltre. Come hai fatto a fidarti? Vorrei essere sul suolo lunare per avvicinarmi anti-pindarico anch’io invisibile. Sono un fantasma senz’ombra compresso dentro un vetro e tu stai guardando oltre, nel vuoto sperando che si riempia della tua fantasia confusa eppure così reale. Tu di me non hai niente. Non ti importa nulla della fisicità. Me lo hai scritto in una e-mail ma so che mentivi. Sei bellissima, assolata, un po’ triste perché sei impaziente pronta a schizzare come champagne a capodanno per la spinta di un dito. Aspetta. Guardami, sono un brusio che diventa voce. Visibile. Ho fatto un brutto sogno ma che importa. Alita rossa nel nero. E’ rotolata ,volata dal fianco sinistro del buio. Strappata. Una cicca finisce nel gorgo di un tramonto largo ma plastico ai bordi del mosaico in equilibrio. Non è tempo di cadere. Non è tempo di denti da latte. Mi abbracci e sorridi su un piede senza saltare. Non mi chiedo se sei passata di lì,ho ancora le mani sporche di BMX, ho solo voglia di baciarti rovesciandoti  e navigando dentro ai tuoi capelli giallini.
In fotografia sono più scuri. Un difetto di luce.

 
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