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Formica
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Tommaso Chimenti   
mercoledì 10 gennaio 2007

Un’altra formica stava lussureggiando nella polvere del bagno. Con le zampette nere giocherellava, zigzagava, ritornava ai suoi compiti straordinariamente ordinari. Dove c’era una formica c’era un formicaio. Si vedeva che stava godendo di quella sporcizia umana dove acari e insetti andavano a nozze. Gorgheggiavano paradisiaci, gozzovigliavano degli strati di pelle in avanzato stato di decomposizione, di capelli caduti senza alcun perché. Contarli sarebbe stato inutile, tanto valeva che restassero sul tappetino in attesa.
Erano settimane che uccideva meticolosamente una formica al giorno. Non era un sadico. Ne uccideva una alla volta perché ne trovava soltanto una, altrimenti avrebbe fatto una strage giornaliera.
Essere nei tg delle formiche come il boia, l’assassino ed il maniaco non era nelle sue ambizioni. Preferiva piuttosto essere considerato un’eventualità, un cuore di tenebra dal quale stare lontano.
Intanto il sole che entrava dalla finestra in alto stava squarciando la stanza. Faceva caldo. Saranno stati trenta gradi.
Si guardò attorno e concentrandosi sullo spettacolo indefinito delle mura poteva notare con precisione i vari microscopici amici che lasciavano il segno.
Ragni con le loro tele chimeriche, mosche pelose, zanzare accondiscendenti, moscerini vigliacchi. Un puzzle d’estrema mobilità che colorava cangiante l’appartamento. Avrebbe anche potuto uccidere tutta quella marmaglia di invertebrati, ma questo non gli avrebbe portato nessuna medaglia al valore. Lasciò perdere.
Aveva la gola secca ed i peli sullo stomaco aridi e crespi.
Si avviò al lavello. L’acqua scrosciava forte giù nel tubo con la potenza di un ruscello di montagna. Vederla inghiottire dal gorgo nel vortice senza ritorno era un perdersi dolce, una visione dalla quale veniva ogni volta rapito, come accadeva con i bruscolini della televisione senza antenna, con la lavatrice in funzione, con il rumore di una vecchia macchina da scrivere, con il fuoco che disegna figure di ballerine dai fianchi larghi sempre nuove, sempre immerse nello stesso tutù arancione.
Si incantava. Un sorso solo. Lunghissimo. Acuto. Fresco. A pieni denti. Pulito.
La flora batterica dei suoi villi intestinali lo avrebbe ringraziato. E già pensava ad una piscina, un lungo tuffo subacqueo, un’apnea senza bolle, uno scorrimento lungo le piastrelle sul fondo, lo strisciare del petto sulle aguzze cicatrici del pavimento sommerso, una piccola Atlantide, un blu dentro un azzurro, dentro un cobalto, dentro un indaco, per riconoscersi, ritrovarsi. Liquido.
Era ancora lì con il bicchiere in mano quando si accorse che l’acqua che avrebbe voluto versare in gola gli era finita, tranne qualche goccia anarchica, sulla camicia.
Si sarebbe asciugato in un attimo con tutto quel torrido torpore che ammorbava quel ventricolo di casa. La camicia bianca gli calzava a pennello adesso che era abbronzato, ora che avrebbe potuto sfoggiarla con i primi due bottoni aperti, la catena fuori sotto un sorriso compiaciuto.
Dopotutto era maggio ed un po’ d’acqua addosso non aveva mai ucciso nessuno.
Riaprì con lo stesso rituale di smarrimento l’acqua dell’acquaio. Scorreva insieme al flusso, come mestruazione. Come diarrea. Come vomito, continuo senza pause.
Riempì il bicchiere celeste e lo portò alla bocca.
Sentì un vano rumore di cocci rotti. Non avrebbe saputo indicare con certezza da che parte provenisse il tonfo doloroso. Guardò verso il bicchiere di vetro. Era incrinato e dentro galleggiavano grosse gocce di un liquame rosso. Sul fondo piccole schegge bianche.
Immobile, statico sulle gambe. Un soffio di vento lo avrebbe fatto crollare come colosso d’argilla.
Con il bicchiere ancora in mano si avviò in bagno. Inciampò, quasi perse l’equilibrio. Non trovava la luce del bagno. L’interruttore era sempre nello stesso posto.
Lo spettacolo allo specchio non era certo tra i più tranquillizzanti.
Una finestra era scavata al posto degli incisivi, una specie di grotta con stalattiti e stalagmiti che spuntavano fiere ed aguzze da tutti i lati.
Anche le labbra grondavano sangue. Per i denti non c’era granché da fare.
Non avrebbe più sorriso, tanto non lo faceva quasi mai.
Quasi sollevato tornò in cucina ma le gambe gli cedettero. Di colpo si trovò in ginocchio ad adorare un Dio invisibile e ignoto. Con la bocca gonfia, a carponi. Inginocchiato sembrava attendesse l’esecuzione da un plotone che soltanto lui avrebbe potuto sentire.
Vacillò a lungo senza riuscire a muovere un muscolo, a contrarre un lembo di carne per spostarsi, alzarsi, muoversi. Cadde in avanti senza neanche tentare di mettere le braccia per attutire il dolore del setto nasale che immediatamente si fratturò e l’inevitabile crocchiare dei pochi denti sani rimasti.
Stava fissando il pavimento da meno di un centimetro, le braccia immobili attorno ai fianchi, le gambe scheletrite a squadra, il busto rigido. Crampi. Una piccola pozza di sangue si stava formando tra naso e bocca impedendogli di respirare.
Aveva finito il fiato. Non lottò molto. Non ne vedeva il motivo.
L’ultima cosa che vide fu un’armata di piccoli insetti che affamati di vita stavano lisciandosi le zampe in segno di buon appetito.

 
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