AdB

powered_by.png, 1 kB
Home arrow Suoni e Immagini arrow E l'italiano cantava
E l'italiano cantava
Scritto da Simone Belfiori   
martedì 16 gennaio 2007

Certo non ci si deve attendere un improvviso segnale di complessità dalla massa, una risposta sopra la media dalle menti ormai sature del brodo catodico. Eppure in Italia esistono valide realtà musicali che sono ormai molto più che dei fermenti underground. Nomi già illustri, che se trovassimo già stabilmente ai primi posti della classifica non avremmo di che lamentarci. Invece possono fare al massimo il botto per qualche settimana e dunque attestarsi dal 25°mo posto in giù. Per non andare lontano, abbiamo Vinicio  Capossela, i Quintorigo, gli stessi Subsonica. Il finale del 2006 ci ha riservato un triste panorama. A guidare la trafila, la povera Elisa, il cui innegabile talento è andato via via naufragando negli anni e nelle melense strategie di commercializzazione della sua figura. All’inizio unico prodotto italiano veramente esportabile dopo Toto Cutugno nei paesi dell’Est, attualmente fenomeno pop dalla voce commovente che stride con la banalità dei suoni sui quali si staglia. Certo, il rock femminile Morrissette style di “Pipes & Flowers” degli esordi non brillava per originalità,  ma era il primo tentativo di creare in Italia un suono lontano dai classici stereotipi dell’italica donna dietro il microfono. E con la crescita e i successivi album (fino a Then Comes The Sun) le reminiscenze colte fanno capolino qua e la. Del resto, Bjork è il prototipo esatto di ciò che non sentirete mai in un disco italiano. E’ la volta poi di “Luce”, i testi in italiano, che bello, finalmente anche Elisa canta in Italiano. Basta con questo anglicismo, tendenza da invertire. Il singolo “Tomorrow”, tratto da Lotus, mostra preoccupanti segni di involuzione stilistica. Ed ora tenetevi “Gli ostacoli del cuore”, in duetto con Ligabue. Ci hanno sterilizzato anche Elisa. Subito dopo la Pausini. Lei canta. Ho sempre pensato che fosse una cantante. Di pianobar, per l’esattezza. E così era, come mostravano i suoi video di “Meteore” agli esordi. Ecco, come fare di un bluff un fenomeno internazionale. C’è chi mi giura che dal vivo è una potenza, e non ho ragioni di dubitarne. Credo che anni e anni di esperienza sul palco le abbiano fornito quelle capacità vocali e di presenza di cui difettava ai primordi della sua carriera. Ma resta una cantante di pianobar  italiano, con chili di exciter alla voce e una mancanza assoluta di duttilità stilistica. Intendiamoci, non è che si debba avere necessariamente un bagaglio accademico soul o in generale di black music per assurgere allo status di grande cantante. Ma sentire i suoi gorgheggi in coda alle frasi in puro stile italico ma dall’intento internazionale mi mette ogni volta  i brividi. Ma ai miei vicini piace, non si accorgono di nulla. Ma che brava, la Pausini. Seguita da Renato Zero. Lo reputavo un grandissimo artista. Istrionico e dissacrante, capace di disturbare con stile. L’ironia dei suoi vecchissimi brani si sposava a musiche che definire scintillanti è dir poco. L’epoca del “Triangolo” e di “Mi Vendo” oggi è confinata nei cd dei Dj’s per serate disco-revival e addirittura trash. Ed oggi per l’appunto pezzi di quel tipo strapperebbero ai più un sorriso di compassione. Non sarebbero affatto compresi. Eppure avevano musicalità e perizia strumentale da vendere. Teniamoci invece le sue noiosissime ballate e canzoni che ci ricordano che lui è qui, che il sentimento trionferà e che siamo grandi. Del resto non  è solo un problema suo. Tutti i vecchi cantautori italiani eccetto Battiato sono effetti da una strana sindrome di rincoglionimento senile. Pino Daniele aveva una band stratosferica, da quando si è messo a viaggiare con la scusa delle influenze etniche ha snaturato totalmente la botta del suo sound, poi si è innamorato e non ci ha capito più niente. Fossati è fissato col mare, Baglioni fa raccolte di brani altrui, e vende i cd in edicola. De Gregori sforna dischi con pezzi che dopo 3 giorni ha bisogno di riascoltare altrimenti se li dimentica pure lui, Zucchero ci prende bellamente in giro e se la ride; il suo singolo “Bacco Perbacco” è l’ennesima riproposizione dello stesso schema idiot-blues. Ha rubato sprazzi di grande black music, l’ha fatta sublimare in “Spirito Divino” (tutto sommato all’altezza dei numerosi mesi in cui è rimasto in classifica), poi una discreta parentesi con Bluesugar, ed in seguito il nulla più assoluto. Ha pensato bene di ridicolizzare uno schema e ripeterlo fino alla nausea. E ogni tanto rubare brani di qua e di là. Del resto, squadra che vince non si cambia. E trovategli una donna, diamine, che deve avere il testosterone a mille e scrive sempre per doppi sensi da un paio d’anni.
Poi viene Vasco, che tutto sommato credo sia sincero in quello che fa. Da sempre la sua forma rock è stata italiana nel risultato, ma rozza negli intenti. Di Baglioni ne abbiamo già parlato, aggiungo inoltre che anche nel suo periodo di grazia lo trovavo buono al massimo per gli iscritti all’Azione Cattolica. Segue Mina, il cui anonimato mediatico dovrebbe essere corrisposto da quello musicale. Chi ha bisogno di Mina oggi? C’è anche Venditti, il mio preferito. Adoro principalmente i suoi occhiali, e quelle lenti ambrate. Della sua musica non ho mai capito il perché. Ci canta l’amore, l’altra mattina ascoltavo il testo del suo singolo in radio. Non l’ho mai conosciuto bene, e in fondo reputavo che magari otesse anche essere un cantautore al di fuori della classica rima baciata. Mi chiamo laura e sono laureata, dopo mille concorsi faccio l'impiegata. Ma grande Venditti, che ci racconta storie minime con uno stile minimo. L’Italia che cresce, che cambia, questa si che è la vera realtà italiana, che bisogno c’è di andare oltre Laura che fa l’impiegata, una volta laureata?
Musicalmente è quanto di più stantio si possa ascoltare oggi, i suoi giri armonici e turnaround italianissimi sono pungenti per le casalinghe al massimo, e bisognerebbe ricordargli che gli anni ’80 sono finiti da un pezzo, nei suoni e nelle melodie.
All’undicesima c’è Gigi D’Alessio, il quale meriterebbe un articolo a parte. E poi Nek, i Pooh, l’inconcepibile Tiziano Ferro - drammatica la sua figura al concerto di Natale, dove mostra in mondovisione i suoi evidenti limiti vocali, probabilmente un buon corista ma un pessimo solista alle prese con  la musica nera, però se il mio vicino dice che è bravo un motivo ci sarà.
Siamo nel 2007 ed arriva  il festival di Sanremo. Torna Milva e Albano, tra le novità Roby Facchinetti col figlio Dj Francesco. Sono già in fibrillazione, anche se sono deluso per  l’assenza dell’Orso Bear della Grande Casa Blu e i Teletubbies.

 
Pros. >
© 2010 Centro Studi Opìfice
Joomla! è un software libero realizzato sotto licenza GNU/GPL..