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Diviene davvero difficile –in un sistema dominato dai valori mercantili- riconoscere, qualora compaia, un fenomeno non determinato o intaccato dalla dura legge del profitto. Quand’anche un misfatto politico o un intrigo economico viene a galla e vede la sua risoluzione a suon di provvedimenti legali o risvolti giudiziari, si è tristemente costretti a chiedersi a propria volta quale sia il nuovo “interesse” a guida del meccanismo. Un po’ come chiedersi “chi paga” a proposito di un quotidiano o di una testata di informazione per avere le giuste risposte sul perché dei contenuti. E sopra le radici putrescenti di un intero sistema c’è il pubblico, spesso non avveduto e cieco di passione, o assolutamente consenziente e connivente se avveduto. Così è per il mondo del calcio. Calciopoli o meno, il cittadino-tifoso medio non è minimamente intaccato o scosso dai movimenti così eclatanti del 2006. Un po’ perché in questo stritolante ingranaggio di lavoro-produzione-profitto, chiedere al comune piccolo-borghese di rinunciare al credo di una passione (e dunque alla sua unica via di fuga dalla frenesia della quotidianità) solo perché altri signorotti ne hanno fatto un giocattolo ultramiliardario continua a sembrarmi eccessivo, oltre che ingiusto. In altri termini, anche se il calcio è malato, ce lo teniamo così perché nonostante tutto vogliamo avere ancora qualcosa in cui credere. Un po’ perché certe bravate sono entrate così tanto in circolo nell’immaginario comune che non solo vengono accettate, ma persino condivise e ritenute ordinarie. I Moggi e i Galliani fanno quel che fanno perché è normale che lo facciano. Si sapeva più o meno tutto. Si immaginava più o meno tutto. La messa al bando della classe arbitrale, il caso Agricola, l’Epo, lo scandalo dei passaporti, la Gea, il conflitto d’interessi e la Lega Calcio, i diritti televisivi, la lista è lunga. Ma soprattutto le decennali dicerie da curva sud, che al di fuori del provincialismo mantenevano un fondo di verità. Improvvisamente gli scenari mutano, e i fantasmi che aleggiavano nell’aria vengono a galla, e lo fanno in sequenza impeccabile. Le intercettazioni telefoniche innescano un meccanismo a catena che da origine alla rapidissima caduta del castello di Calciopoli a colpi di eventi e provvedimenti dalla puntualità disarmante. Il che, con i tempi che corrono è già sufficiente per dare il via alla nuova escalation di dubbi. Operazione corretta e necessaria. Nonché il mestiere primo del giornalista. Un po’come fa Claudio Cerasa, che sul “Foglio” del 2 dicembre del 2006, ci ricorda che “all'Inter è stato assegnato uno scudetto da un suo ex consigliere di amministrazione (Guido Rossi, commissario uscente della Figc, all'Inter dal 1995 al 1999) e dal figlio di un suo ex dipendente (Paolo Nicoletti, ex subcommissario della Figc, figlio di Francesco Nicoletti, collaboratore di fiducia di Angelo Moratti, papà di Massimo Moratti), nell'anno in cui nel cda dell'Inter ci sono tre membri su otto (Carlo Buora, Pier Francesco Saviotti, Marco Tronchetti Provera) che fanno (o facevano) capo a un'azienda guidata da un suo ex consigliere d'amministrazione (Guido Rossi) e che è anche la stessa (la Telecom) che sponsorizza il campionato di serie A Tim.” Si tratta di affermazioni difficilmente contestabili, dati alla mano. Il discorso è in tutto e per tutto affine a quello della caduta della Prima Repubblica dopo Tangentopoli: da allora fino ad oggi abbiamo semplicemente assistito alla continuazione del clientelismo e dei suoi mali sotto altre vesti. Il palazzo del calcio è sempre lì, occupato da nuovi signori. La ruota gira per tutti. E L’Inter vince esattamente come la Vecchia Signora, afferma Cerasa. Lo ha detto anche Zamparini, che qui è peggio di Moggiopoli. Anche se la Gea ora si è sciolta (“perché aveva i giocatori più bravi del mondo”). E chi compie l’escalation adesso lo fa appunto con la Juventus in B e il Milan penalizzato. Perché l’Inter ha fatto quel che ha fatto, la Roma ha un direttore sportivo ex Gea, Guidolin è un ex della Gea e Spinelli è vicino alla Gea. Che il calcio non sia lindo e quieto dopo la tempesta è indubbio, sarebbe piuttosto ingenuo ritenere il contrario. E che dai meccanismi dominati dall’economia e dalle logiche di potere non si scappa. Ma certe affermazioni nascondono probabilmente il proposito di attenuare la portata degli eventi, uniformando il calderone degli attori alla stregua del “sono tutti uguali, sono tutti ladri”. Sono piuttosto tutti imprenditori, è questo che sfugge a Cerasa. E che l’Inter è senza dubbio prima in classifica perché fa quel che fa – oltre ad avere indubbiamente un organico tecnicamente impeccabile - , e la Roma viene subito dietro per lo stesso motivo. E gli altri sono dove sono perché hanno fatto quello che hanno fatto. Lo hanno fatto, per anni. Hanno svolto certi ruoli, deformato la struttura del calcio e determinato pesantemente i suoi esiti. Hanno ripetuto e reiterato i comportamenti, alimentando sospetti e polemiche domenica dopo domenica. Hanno scritto una storia del calcio non vera. E hanno avuto anche vita relativamente facile. Di più, hanno alimentato addirittura a posteriori l’onda dei movimenti auditel relativi alla faccenda, se è vero che Moggi è tuttora intonso e ha fatto bella mostra di se e delle sue incomprensibili ragioni nel pomeriggio domenicale di Raidue. L’Inter, la squadra degli eterni perdenti, perdeva sul campo. Avrebbe sempre e comunque perso sul campo per la sciagura di avere una dirigenza suicida nelle scelte di mercato e nella gestione di organico e allenatore. Avrebbe continuato a perdere sul piano dell’immagine per l’incapacità di gestire la fuga di dichiarazioni lesive e notizie dei suoi giocatori. Avrebbe fatto l’Inter ancora per anni. Ma avrei voluto continuare a vedere un Inter perdente al cospetto di una bianconera “squadra di calcio” a tutti gli effetti, piuttosto che un ibrido sportivo-politico. La Juve ha vinto come ha vinto, e non c’è dubbio alcuno sulle modalità quantomeno oscure di almeno 4 o 5 stagioni dei campionati dell’ultimo decennio. In un sistema di gerarchie di potere, tutti i pretendenti tendono ad occupare un posto di rilievo nella piramide. Tutti sono colpevoli, tutti sono poco puliti. Qualcuno occupava un posto più importante. Qualcuno riusciva ad arrivare dove altri non arrivavano. Gli altri stavano sotto, e non determinavano niente. Non contavano niente. Nel frattempo, giocavano a calcio, magari anche male. Il palazzo è sempre in piedi, ma è un palazzo più grande, quello dell’economia e della politica, non soltanto del calcio. Chi ha pagato gli esiti della vicenda, doveva pagare. |