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Sulla decrescita#2
Scritto da Eduardo Zarelli / Giancarlo Terzano   
lunedì 22 gennaio 2007

Eduardo Zarelli: Prima di raggiungervi in sala, mi sono concesso una gratificante passeggiata mattutina per le avvolgenti stradine di Norcia. Forse inconsciamente, sui passi del misticicismo di San Benedetto, sicuramente con la corona dei monti Sibillini come riferimento spaziale, direi geofilosofico, e tra i silenzi sonnacchiosi del borgo, mi è venuto spontaneo appuntarmi alcune “parole chiave” da elaborare durante il mio intervento: diversità, pluralità, ciclicità/stagionalità, territorialità/localismo. Mi sembrano quattro punti che si richiamano vicendevolmente e che possano fare da “pietra angolare”, dal punto di vista politico-sociale ed economico, della riflessione sulla “decrescita”.
Maurizio Pallante è stato assai esplicito nel suo intervento, addirittura non ha nascosto il suo sentimento “reazionario” nei confronti del concetto stesso dello “sviluppo”. Nel suo ultimo libro "La decrescita felice", emerge chiaramente l’invito a invertire la rotta, intraprendere il “percorso del salmone”, tornare a un equilibrio con sé stessi a costo dell’impopolarità e dell’anticonformismo, anche contro l’apparente evidenza storica e fattuale. Questo mi ha riportato alla memoria le parole sferzanti del relatore alla mia tesi di Laurea sulle ragioni del comunitarismo e del localismo, poi divenuto un libro intitolato "Un mondo di differenze": «Lei postula utopie-retroattive!». Io non mi vergognai in quella sede di ciò che avevo scritto, io avevo effettuato solo una comparazione col passato, ma il mio interesse era e rimane realistico, attuale, legato alla bontà antropologica della dimensione comunitaria del vivente e quindi della cultura umana. In tal senso, ai miei occhi, la tematica della “decrescita” non si pone in termini di “reazione” o “progresso” ma di rivoluzione conservatrice. Un ossimoro ardito quanto le idee capaci di smuovere le convinzioni e i pregiudizi profondamente radicati e diffusi sul destino della nostra società del “benessere”.
Dal latino revolvere, rivoluzione significa nel suo etimo latino “ritorno al principio”, a imitare la dinamica eclittica, ciclica e reversibile di ogni manifestazione naturale. Nell’attuale società economicistica della crescita illimitata, dell’utilitarismo individualistico, c’è ben poco da conservare. Ecco allora che bisogna cambiare, “rivoluzionare”, ma per tornare agli equilibri dinamici profondi del vivente, “conservativi”, ricomponendo la dolorosa scissione tra cultura e natura divaricata dal prometeismo industriale. Ogni individuo ed ogni popolo, hanno scoperto il mondo circostante a poco a poco. Questo significa che il modo di comportarsi, individuale e collettivo nei confronti degli “altri” e del mondo procede antropologicamente per cerchi concentrici. Mentre la globalizzazione (il mondo visto come un tutt’uno suddiviso in parti) è un prodotto della modernità e degli strumenti scientifici, il localismo è il normale modo di vedere dell’uomo: vista limitata, sensi limitati, possibilità di spostamento limitata, possibilità di conoscenza limitata. Si può dire che il localismo è il modo di pensare ecologico per eccellenza, dato che lega l’uomo alla natura, al territorio, e non ad una sua visione “costruita”, pensata, virtuale, artificiale. Il legame con un territorio dato rende uomini e popoli consapevoli del concetto di limite.
I termini della discussione intorno alla globalizzazione agiscono sul perno del superamento della stessa modernità. La mondializzazione, fenomeno eminentemente tecnologico e finanziario, rende insufficienti gli Stati. Per dirla con Alain de Benoist (in Oltre il moderno), troppo piccoli per il respiro internazionale dei tempi, troppo grandi per i problemi reali della gente. Se le ideologie della modernità avevano spiegato e piegato universalisticamente il locale, all’oggi, in controtendenza, si torna a guardare l’universale da prospettive locali, minimalistiche, ma a misura d’uomo e quindi di natura. D’altronde l’insicurezza cresce con l’incertezza del progresso, la sua protervia ripropone il “limite” come argine alla “volontà di potenza” industriale, che con la cibernetica e le biotecnologie arriva a manipolare le stesse interazioni, che sono all’origine della coerenza olistica del vivente.
Una consapevolezza ecologica profonda riconosce la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni e il fatto che, come esseri umani e sociali dipendiamo e, contemporaneamente, incidiamo sui processi ciclici della natura. La cultura dominante sostiene che le leggi di natura sono pure astrazioni, che, non a caso, sussume nelle leggi economiche. In realtà, vivere secondo le leggi di natura significa porsi il problema di come non ferire la sensibile trama della vita che ci circonda, di come ridurre nel migliore dei modi l’impatto dovuto ai nostri consumi, ai nostri bisogni. Cadendo il velario delle pseudoconcretezze utilitaristiche e sensistiche, indispensabili allo sviluppo materiale, si rende possibile un’etica comunitaria cosmogonica, laica (qualità della vita) e religiosa (sacralità dell’esistenza) ad un tempo, che ri-anima il mondo.
Pallante cita direttamente nel titolo del suo libro sulla decrescita la “felicità”. È importante in effetti approfondire la riflessione sulla felicità perché è un perno psicologico fondante della società dei consumi, che ha una grande presa su tutti, anche per noi che la stiamo criticando, nei nostri stili di vita. Inoltre è importante parlare di felicità perché la tematica della decrescita viene facilmente associata ad un pauperismo regressivo e punitivo, moralistico. In realtà, anche in questo caso, c’è un voluto fraintendimento operato dalla cultura sensistica dominante in merito al concetto di felicità, che altera i termini della discussione sulla critica allo sviluppo industriale.
Ebbene, chiunque abbia praticato le pagine della filosofia in età adolescenziale sa bene che la forza di Platone consiste nella capacità di trasmettere concetti teoretici complessi, con immagini mitico-simboliche di grande efficacia. La posizione platonica soppianta il “sensismo” relativista di un Aristippo, distinguendo i “veri" dai "falsi" piaceri. Platone, da un punto di vista generale, opera una specie di riforma della nozione del piacere, che, con altri risvolti, è oggi richiamata dallo psicologo junghiano James Hillman evocando il “bello” scomparso. La sua riforma implica il fatto che la nozione di piacere risiede comunque nella socializzazione; il bello costituisce qualcosa di oggettivo, connaturato al vero e al bene, e allora è proprio stabilendo una stretta connessione, che esiste tra il piacere e il bello, che Platone riesce ad uscire in qualche modo da quella prigione edonistica, che Aristippo aveva teorizzato.
Tutto il discorso platonico si articola sulla base della distinzione tra piaceri veri e piaceri falsi: i piaceri veri sono quelli connessi con la vista e con l'udito, e sono stabili: secondo Platone, infatti, i piaceri sensibili non presentano, al contrario, questa stabilità, soprattutto se sono connessi al bisogno e al desiderio. Platone critica l’intendere la vita unicamente come un continuo fluire, come dimensione del movimento, implicita – secondo Aristippo – nella nozione di piacere e, a questo proposito, adopera una metafora, affermando che una vita pensata in questo modo è appunto simile alla vita del caradrio, uccello mitologico cui si attribuiva la caratteristica di mangiare e di evacuare continuamente; una vita di piaceri sensibili, quindi, per Platone è una vita in cui tutto si dissolve nel continuo fluire, in cui non c'è niente di stabile, mentre il piacere vero deve essere stabile in sé.
È a questo punto, solitamente, che lo studente comprende come la filosofia sia nel suo fondamento una scuola di saggezza, come l’esistenza quotidiana nella nostra società sia così simile ad un’imponente voliera di caradri e come l’unica possibilità di uscire, vivi o morti, da questa “cattività” edonistica stia nella libertà interiore, ovvero nel governo di sé. In effetti, altro carattere fondamentale, che rende il piacere vero, è la misura. Naturalmente, Platone fa molti esempi di piaceri veri: una vita piacevole è in qualche modo una vita, che richiede una conoscenza contemplativa, quindi non connessa a un’inabilitante sete di sapere, che implica in qualche modo uno stato di bisogno. L’uomo libero contribuisce alla manifestazione dell’essere nelle forme e nelle pratiche sociali in connessione con l'esperienza filosofica del bello.
La “voliera dei caradri” è quel mito utopico progressista, che catalizza la società dei consumi, di cui il recente libro di Carlo Gambescia - Il migliore dei mondi possibili – smonta i meccanismi sociali, economici e psicologici, più reconditi. Oggi la società dei consumi è ritenuta dai più un modello di libertà e di felicità, cioè portatrice dello “sviluppo”: la si vorrebbe ovunque e chiunque vi si oppone va redento alla verità secolarizzata del “paradiso” in terra. In realtà, sappiamo bene che è una ridotta percentuale dell’umanità a vivere di consumismo, ma la minoranza occidentale che lo pratica, nell’irresponsabilità più devastante per gli equilibri naturali e di giustizia sociale, detiene la potenza tecnologica, scientifica e militare per imporre alla maggioranza i propri interessi particolari, giustificandoli come “missione” della storia universale.
Il compito primo di una cultura della decrescita consiste nello sposare la sobrietà degli stili di vita ad una felicità cercata nella virtù, nella misura, nella civiltà in controtendenza alla dissoluzione della cultura nell’egoismo dell’individualismo, che fa della felicità una diritto a discapito dei doveri dell’uomo nei confronti della natura di cui è parte.
Ogni forma di mentalità rinvia a una struttura socioculturale dei bisogni e dei desideri umani; il modo, quindi, di intendere la “felicità” è di particolare rilevanza, per comprendere come produrre e soddisfare fini e bisogni. Semplificando e riprendendo le due forme di felicità richiamate in precedenza, ci ritroviamo con la dicotomia tra felicità-virtù e felicità-piacere. La prima è propria delle società ideazionali, con valori trascendenti e spirito di servizio sovrapersonale, mentre la seconda è caratteristica delle società sensistiche, informate da modelli materialistici o da valori individualistici e utilitaristici. Si intuisce come una società ispirata eudemonisticamente ad una felicità-virtù ridurrà i bisogni materiali, la complessità organizzativa e quindi la tensione psicologica, decisionale del singolo; all’opposto, una società edonistica, sposando una felicità-piacere, proietterà i bisogni nell’artificio e nell’illimitatezza del mitico “caradrio” platonico, fino al punto da “patologizzare” l’indecisione individuale nell’ansia abulimica o anoressica del consumismo. Noi oggi viviamo in una esplosione pulsionale dell’individuo eterodiretta dalla società dei consumi  che rappresenta comportamenti impropri come scopo di una apparente felicità e che invece ci portano alla perdita della felicità perché quest’ultima si raggiunge nella compiutezza interiore, è un senso del limite, è la capacità di controllo, è nella creatività, nell’arte, nell’essere. La classicità greca ci ha tramandato il concetto di kalos kai agathos, bello/bene/vero quale cifra della civiltà delle polis, piccole comunità autarchiche, rette da governi autonomi. Oggi significa sociologicamente la necessità della “riduzione di scala”. La mancanza di senso dell’edonismo ingenera una eterogenesi dei fini. L’Io del disincanto naufraga nella superficialità e rende più chiaro all’orizzonte che solo la profondità del Sé e la conseguente risacralizzazione dell’esistente segnano il destino dell’Essere. La libertà interiore è autodominio, forma, verità, semplicità, bellezza. La giustizia sociale è indipendenza politica, partecipazione comunitaria, sobrietà. La civiltà è senso del limite, dominio del temporale cedendo lo spazio alla natura.
In termini economici, la “riduzione di scala” si declina con l’autosviluppo. Maurizio Pallante è stato molto onesto poc’anzi. Ci ha ricordato come da “uomo di sinistra” con l’approccio alla “decresita” ha rimesso in discussione le stesse teorie redistributive su cui ha basato per molti anni la sua sete di giustizia sociale e conseguente critica al modello liberal-capitalista. Questo è un punto fondamentale per comprendere la definitiva inutilizzabilità dei concetti di “destra” e “sinistra” per contribuire al mutamento politico e sociale richiesto da un mutamento rivoluzionario degli stili di vita e della società consumistica. Più si consuma, più si produce e l’utilità sociale generale non è che la somma algebrica dei singoli egoismi individuali; in questo passaggio da un’economia della produzione a un’economia dei consumi, non vi è differenza di sostanza sociale tra profitto individuale e redistribuzione sociale. Quando J.M. Keynes vorrà socializzare i profitti, declinerà i consumi di massa come principale volano per la domanda complessiva, teorizzando che «il consumo è l’unico scopo e fine di tutta l’attività economica». Da qui, la necessità sistemica di riprodurre artificialmente all’infinito la “scarsità economica”, attraverso bisogni illimitati e una conseguente psicologia incontinente dei desideri, di cui il liberalismo si fa garante istituzionale e ideologia sintetica della modernità realizzata, da “destra”, come da “sinistra”, in un sempre più palese gioco di potere.
Autosviluppo significa quindi  modificare radicalmente la prospettiva su un diverso paradigma, che si poggi sulla “riduzione di scala” dei modi di produzione – a partire dalle corporation transnazionali – e sul “decentramento” della produzione alimentare, dei trasporti e dell’approvvigionamento energetico. Riduzione di scala e decentramento si realizzano solvendo la tecnocrazia amministrativa in partecipazione decisionale vincolata alla sussidiarietà. Caratteristica antieconomica degli apparati è di autosostenersi, a discapito dell’efficienza e dell’ambiente sociale e naturale in cui gli stessi operano: una dissipazione entropica analoga alle modalità di una tecnologia meccanicistica, che deve lasciare il posto a “tecnologie appropriate” e a una scienza del vivente in grado di coniugare conoscenza ed equilibri biologici nella coerenza elettrodinamica quantistica della natura. Solo una scienza riorientata da questa consapevolezza potrà sostenere le scelte etico-pratiche di una società olistica, sobria, autoregolata al minimo dei bisogni e dei consumi, in armonia con la ciclicità, stagionalità della natura.
In ultimo voglio dire quale implicazione politica emerge da questa riflessione disordinata, ma credo costruttiva, sulla decrescita. Lo “sviluppismo” industriale è parallelo al fallimento di una democrazia che attraverso il parlamentarismo liberale è diventata esclusivamente rappresentativa e non rappresenta più nessuno, tranne gli interessi oligarchici. Paul Valéry diceva acutamente che la politica risiede nell’arte di impedire alla gente di aver parte nelle faccende che la riguardano. La sovranità democratica non è la sovranità statuale, ma la sovranità popolare. La politica è oggi chiamata a rinascere partendo dalla base. Ciò implica la necessità di ricostituire la dimensione politica del sociale. La politica che parte dalla base implica la sovranità condivisa, la partecipazione, il principio di sussidiarietà, l’osmosi dei corpi intermedi e la sostanzialità delle libertà fondamentali, nell’equilibrio fra la deliberazione e la decisione. Tutto ciò è a dimensione locale. Il controllo democratico partecipativo del potere corrisponde comunitariamente ad un territorio condiviso dove, tra i singoli, i rapporti sono regolati da forme generali di giustizia distributiva ispirate al dono e alla reciprocità e, in ultima analisi, la sobrietà dello stile di vita rafforza la coesione del legame sociale.
Diversità e pluralità delle identità comunitarie contrastano l’unilateralismo, garantiscono l’esistenza delle culture e la convivenza dei Popoli contro la mercificazione e l’omogeneizzazione totalitaria dell’umanità.
 
Giancarlo Terzano: Io partirei dalla necessità della decrescita, ricollegandomi a quella seconda parte della frase di Latouche, non perché non concordi con Pallante sul valore ideale in sé della scelta, fondata su motivi etici e culturali, a favore della sobrietà, ma per rimarcare, appunto, le ragioni per cui tale scelta, aldilà della spontanea adesione di qualcuno, si rende necessaria all’intera società.
Lo faccio in veste di rappresentante di un’associazione ambientalista, che ovviamente non può non partire dal dato della situazione ambientale. E il dato ineludibile è quello dell’insostenibilità ambientale della società dei consumi e del modello di sviluppo, dell’insostenibilità di una crescita indefinita della produzione e del consumo.
L’insostenibilità è un dato oggettivo: basta fare solo qualche esempio, come la situazione dell’acqua: nel mese scorso è stata celebrata la giornata mondiale dell’acqua, e ci hanno ribadito che il 50% dei maggiori fiumi del mondo faticano ad arrivare al mare, arrivano come rigagnoli o addirittura si bloccano prima. Oppure, un altro dato fondamentale, quello dei cambiamenti climatici: abbiamo una ridda di previsione, ma concordano tutte sul riscaldamento del pianeta (uso questa espressione, molto più forte di quella di cambiamenti climatici, che sembra Bush e la sua Amministrazione siano riusciti a far passare proprio per rendere meno evidente il problema),  previsioni che riguardano anche l’Italia, dove la temperatura negli ultimi due secoli è già aumentata di 1,7 gradi e soprattutto negli ultimi 50 anni c’è stato questo aumento. Previsioni per altro che vengono fatte non da “ambientalisti catastrofisti” ma vengono effettuate da organizzazioni internazionali, l’ONU, e vengono confermate dagli organismo governativi di paesi, ad esempio gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che più possono esser considerati i capisaldi di questo modello capitalista consumista.
E quindi il dato da cui bisogna partire è quello dell’insostenibilità di questo modello di sviluppo, insostenibilità che è espressa dal concetto di impronta ecologica che ci dice che siamo già oltre quell’impronta che questo pianeta può tollerare. Se poi dovessimo davvero ragionare in termini di diffusione di questo modello di crescita ai cosiddetti paesi in via di sviluppo, del Terzo e Quarto mondo, se dovessimo pensare davvero che anche la Cina, come gli Stati Uniti, avrà 3 auto ogni 4 persone, capiamo che siamo davvero di fronte all’insostenibilità di questo modello.
Voglio partire da questo dato perché è un dato concreto, che può e deve convincere anche coloro che potrebbero vedere nella società della sobrietà una scelta non condivisibile. Sono consapevole, però, anche che si tratta di un’ottica limitata: il nostro approccio con la natura non può essere condizionato da quella visione strumentale della natura, di cui parlava Zarelli, secondo cui la natura va difesa perché e finché ci serve, ma deve essere invece legato alla concezione del bello e del bene, ad una concezione estetica, alla concezione della sacralità (penso che la natura sia uno dei primi canali attraverso i quali si può sentire l’esistenza del sacro).
Quindi, mi muoverei su due indicazioni per promuovere una decrescita: da un lato, ragionare sulla limitatezza delle risorse, sull’insostenibilità di questo modello di sviluppo; dall’altro, far valere la validità culturale di una società più sobria, una società che sappia vivere con meno e una società che sappia anche vivere in maniera meno artificiale. 
Uno dei guasti maggiori di questa società dei consumi è infatti quello di farci vivere in una maniera altamente artificiale. Abbiamo riempito le nostre case e la nostra esistenza di una serie di beni – beni molto spesso di cui potevamo benissimo fare a meno prima e che poi, da superflui, inutili o neanche pensati, diventano necessari – ed abbiamo reso artificiale la nostra esistenza. Da qui un meccanismo che ci allontana ancora di più dal concepire la natura, dal pensare che noi viviamo in sintonia con essa, e il pensare che questa sia sostituibile; un meccanismo che produce dei guasti sulla natura ma anche sulla cultura stessa, perché l’uomo diventa sempre più dipendente da tutta una serie di beni artificiali e rinuncia ad esercitare quelle virtù anche di forza, sacrificio, adattamento, senza le quali si fatica ad andare avanti - Konrad Lorenz parlava di un “rammollimento generale” -. Questo spiega anche il ricorso al Prozac di fronte ai primi casi di depressione, l’abuso degli psicofarmaci, la depressione, che è la malattia tipica di questa modernità.
Il recupero di una concezione culturale della società della sobrietà, per tornare ad un tema iniziale proposto da Bedini, quello appunto di diverse forme di partecipazione della politica, secondo me rappresenta anche la possibilità di dar vita ad una nuova forma di cittadinanza. Noi in effetti, soprattutto negli ultimi decenni, quelli del famoso riflusso, siamo abituati a considerare la politica come qualcosa di molto distante e molto limitato. E’ il discorso della rappresentatività: noi andiamo a votare - tra l’altro per liste che sono molto simili, tanto è vero che non abbiamo sentito alcuna differenza in termini di produttivismo e di decrescita -, andiamo a votare delegando al politico le nostre scelte.
Intanto, anche dal punto di vista ambientale, questo è un comportamento che molto spesso deresponsabilizza: pensiamo che i problemi ambientali possano essere risolti attraverso una buona amministrazione, delle leggi particolari, ma non ci rendiamo conto che il primo comportamento da assumere è quello della rivoluzione su noi stessi, assumere cioè noi per primi comportamenti diversi. In questo senso pensiamo molto spesso anche di conciliare la questione ambientale con il proseguire su questo tipo di vita consumistica, confidiamo davvero che la scienza o la tecnologia, il politico o l’amministratore di turno, si inventeranno quella soluzione che ci consenta di non modificare questo tipo di vita, anzi di andare tranquillamente avanti in questa direzione.
In realtà, dobbiamo recuperare la consapevolezza di dover esercitare i cambiamenti prima su noi stessi, e in questo senso recuperare uno stile di vita che nell’essere più sobrio è anche più responsabile di partecipare ad una comunità di destino. Uno dei guasti dell’attuale politica è stato quello di ridurre tutto ad una forma di rappresentanza, l’idea prioritaria all’interno di una società di tipo liberale è proprio questa: si vota, c’è chi ti rappresenta, dopodichè tu puoi pensare a svolgere le tue attività ordinarie, di tipo privato. Invece, un diverso tipo di cultura, implica anche il dare alle proprie azioni una dimensione per dire pubblica, secondo una concezione del bene pubblico: io non mi occupo solo di ciò fa comodo a me stesso, che fa bene a me stesso, ma consapevolmente vivo nell’ottica del bene comune, di ciò che è bene per me stesso, ma fa bene anche alla mia comunità, fa bene alle generazioni future e fa bene, in una concezione non antropocentrica, anche alle altre specie del pianeta, a tutta la società dei viventi.
E’ questa una forma diversa di partecipazione, per una democrazia realmente partecipativa, non più fondata soltanto sul voto e sulla delega, ma vissuta in prima persona. In questo senso – qui faccio, con una caduta di stile, il “piazzista” di Fare Verde – il metodo scelto, quello del volontariato, è probabilmente espressione di una partecipazione diversa alla vita pubblica, in una concezione completamente diversa, fondata, nell’ambito di una visione comunitaria, non sulla mercificazione, cioè io faccio ciò che mi è retribuito, ma fondata sul dono e sul legame comunitario. Dove, nel volontariato ambientale, il legame comunitario è esteso non soltanto agli altre uomini ma anche alle altre forme di vita, in un legame olistico che ci lega all’intero cosmo.

 
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