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Autore: Silvio D’Arzi Titolo: Casa d’altri Edizioni: MUP Editore, Parma 2006 Pagine: 80
E’ stato amato da Montale, Bertolucci, Pasolini e Tondelli; lo stesso Eugenio Montale ha definito il suo racconto Casa d'altri - uscito nel 1953, un anno dopo la morte dell’autore -, il racconto perfetto. Parliamo di Silvio D’Arzo. Me lo ha consigliato il mio libraio di fiducia che sa tutto e gli dà fastidio quando glielo dico. Come si legge nella terza di copertina, Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, nasce nel 1920 a Reggio Emilia dove morirà prematuramente nel 1952. Figlio naturale vivrà in difficoltà. Una vita che è già un romanzo. Scrive versi giovanissimo e a 21 anno si laurea in lettere. Questo racconto lungo o romanzo breve è l’opera più nota e probabilmente opera capolavoro, come è accaduto spesso a tanti autori che l’opera breve s’è rivelata la più vigorosa. Personaggio principale è un prete che vive la sua missione in un paesino montano di quattro case con dentro sacconi di foglie di granturco, un catino, un fornello e da un lato una capra. Un prete che, oltre al quotidiano viatico, è chiamato a dare risposte difficili a domande difficili. Soprattutto alla possibilità che “senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”. Il suicidio. La risposta può sembrare scontata perché è un prete, che non si aspettava quella domanda da una vecchia: forse che la vita vale la pena viverla anche se stanca, anche se può sembrare “una vita da capra”, se si ha voglia di andar via, fuggire dalla monotonia? A volte, anche un prete, non sa fare o dire niente. Un prete di montagna tra siepi, stagni e lapidi del camposanto e poche case, la locanda e la torbiera. E i calanchi. La vita, lassù, è raccontata con una lingua arricchita più che dal linguaggio dell’appennino reggiano, dalla musicalità che ne scandisce un ritmo epico, a volte manzoniano, e quando la rima si impadronisce dei paragrafi raggiunge il massimo dell’ispirazione narrativa. Con uno stile semplice e asciutto, essenziale, emerge tutta la poesia di quei luoghi e di quegli abitanti che se ne stanno “a vedere la pioggia e la neve” con i muli e le capre. Un sentimento romantico e malinconico quasi di rassegnazione ma anche di apprezzamento per quello che si possiede. Personaggi colti nella dinamica quotidiana delle “faccende”, che non si scompongono: “la vecchia nemmeno s’accorse. Solo una volta s’interruppe un momento”. Sembra non succedere mai nulla, invece c’è vita anche se tutto avviene dietro gli usci del borgo. Alla fine risulterà tutto assurdo compreso la storia e, senza dare risposte, arriva anche per il prete preparare quella valigia per partire, andare via, fuggire proprio da quella monotonia. Fare ritorno a casa. |