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Terapia
Scritto da ChIo DuPia   
venerdì 26 settembre 2008

La radio. La radio suona. La radio. La radio canta. L rad. Suo. Cant. La radi. Rmor. La radio suona. La radio. Acc. La radio è sul tavolo. Tra me e il suo lettino bianco. La radio è accesa. Dentro c’è una cassetta che gira. Gira. Il nastro magnetico canta. Canzoni. A volte voci. Sono seduta. Ascolto. La musica.
Le prendo la mano. E chiudo gli occhi.

Mia cugina è in coma. Da nove mesi. Si, funziona. La terapia forse funziona. La radio intona motivi familiari. Ritornare alla luce a volte è possibile, attraverso i suoni che già conosce. Suoni familiari. A volte solo voci. Magari la mia. Parlo con lei. E talvolta, lei, si muove.
Mia cugina è in coma. Da otto mesi.

Per prima cosa i suoni, ancora nel grembo, e l’esterno piomba addosso alle nostre orecchie. È perché sentiamo che abbiamo i timpani. Solo dopo si viene alla luce. E seconda cosa, respiriamo. In luminosa catarsi. Il sacrificio primo. Piangiamo. L’aria conduce il suono. Il suono è solo uno spostamento d’aria. Le cose gli fanno da membrana. Il nostro corpo è una membrana sonora. Di lunghe attese. Di lunghe pennellate. Di lunghe incomprensioni.
La porta a vetri vibra quando qualcuno entra o esce dalla porta principale, nel corridoio. E’ irritante ma perlomeno dà la sensazione di non essere soli.
Nel corridoio c’è una porta. Quella principale. Infermieri con pillole sul palmo della mano, dottori con passo deciso con cartelle di analisi, ricette per sereupin e cure per pronta guarigione in mano. A volte antimonio. Entrano ed escono dalla porta principale. Fanno vibrare la porta a vetri. Lo spostamento d’aria è costante. Mia cugina è in coma da sette mesi.

Ogni sera schiaccio play. Le prendo la mano e chiudo gli occhi. La sua mano è calda. Gioco con le sue dita, la sua mano e più calda della mia, forse lei non prova la mia stessa tensione, forse lei ora sta bene o forse ascoltando vecchie canzoni non vede l’ ora di tornare. All’inizio non credevo potesse funzionare. È solo una leggenda metropolitana. La sperimentazione provocherà sofferenza e frustrazione. Un errore. Stacchiamo le macchine. Facciamola finita. È morta. O no. Forse.
Di sicuro è in coma da sei mesi. Non è così grave.

I suoi capelli sono biondo cenere. Un grigio dai riflessi gialli. I dottori continuano a camminare, ad entrare ed uscire dalla porta principale. Portano le medicine. Si chiamano speranza, desiderio, illusione, poi di nuovo desiderio. L’infermiera cambia la flebo ogni due giorni. Goccia dopo goccia i sui capelli si allungano. Una volta al mese il barbiere in camice bianco viene e senza dire una parola se ne va con la sua busta di plastica colma di capelli. Li ho conservati tutti.

Mi hanno dato un lettino, per la notte. Alla sera mi svesto e in posizione orizzontale ascolto il mio sangue scorrere, è più rumoroso ultimamente, sembra quasi più pesante o forse è solo più amaro. Passa l’emicrania, il panico, la noia, il nervosismo. Ascolto il mio sangue risoluto in completo rilassamento. La musica finisce, apro gli occhi nel buio. L’attesa è un bisturi che taglia il dolore e intreccia con ago e filo paura e follia. Piena la carne di vita.
Mia cugina è in coma da cinque mesi. Sbatto gli occhi sull’azzurro del neon, in alto, proprio di fronte a me, sul soffitto. Una coppia allunga il viso oltre la porta. Lui mano nella mano. Lei assente. Andiamo via. Torniamo domani. Nemmeno ciao.

Faccio dalla sedia al lettino. Dal lettino alla sedia. Poi un sorso d’acqua, mi mangio l’unghia dell’ anulare sinistro e un altro sorso d’acqua. E poi dalla sedia al lettino.
La fisioterapista entra due volte a settimana a fare esercizi motori, a volte penso che servano solo a lei, la fisioterapista. Come se ci fosse una qualche speranza, come se ci fosse un rimedio. Rieducazione, riabilitazione. Se ci fosse un cervello a muovere gli arti non penserebbe a niente. Non capisco. Con un sforzo di introspezione. Rieducazione. Riabilitazione. Malinconia del movimento. Un ricordo di colori e di vento. Mia cugina è in coma da quattro mesi. È difficile.

Sono stata a guardarla per ore in questi tre mesi. Accendo la radio. Il volume basso per non disturbare. Chissà chi. Crescono tutti ingessati dal sonno. Sognano una vita. Ma dormono. Svegli, ma dormono. Freud dice che la nostra vita è una continua ricerca della morte. La stasi assoluta. L’immobilità. La narcosi eterna. Io penso che mia cugina sia tra le poche che siano riuscite a vivere. Finalmente. Forse è proprio così. Non vuole svegliarsi. Non vuole svegliarsi più. Non ne ha bisogno. Ascolta la musica. In pace.

Mia cugina è in coma da due mesi. La riempiono di farmaci con periodicità crescente. Filtri magici per spezzare la prigionia della sua mente. Alcol sull’epidermide e l’ago che entra per una puntura intramuscolare. L’appuntamento ogni mattina. È necessario, ne ha bisogno. Soprattutto del tuo amore. Tienile la mano ogni tanto, dicono. Ha una malattia strana. Ogni tanto vedrai, si muoverà. Ho scelto di stare qui. Per tutto il tempo necessario. Fino a quando.

Mia cugina è in coma da un mese. Qualcuno fa funzionare il tosaerba sul prato dell’ospedale. Lo vedo dalla finestra. Curano qualsiasi malattia qui. Anche l’erba che cresce. I parenti possono entrare a gruppi di cinque, a volte sei. Vengono a trovare i loro parenti, amici, con enorme stanchezza. Silenzio per favore. Senza speranza. Il coma non è una malattia come la celiachia o la varicella, la febbre il cancro il morbillo la distrofia. Il coma è un appuntamento con la speranza. Un handicap temporaneo. Molto elevato però. Quasi totale. Incurabile. O forse è un assaggio d’eternità. Una piccola rivelazione che capita solo a pochi fortunati. O forse solo a pochi fortunati capita di poter godere del risveglio.

Oggi ho portato la radio. Dentro ho messo una cassetta. C’è registrato il mare, poi alcuni frammenti di existenz, canzoni a lei care e rumori di città. L’ho visto fare molte volte. Ora è capitato a me e tutto mi sembra meno stupido, quando è la speranza a muovere le azioni tutto è meno stupido. La musica come terapia.
Uscire dall’ingorgo, col nervosismo addosso, l’ansia di non fare in tempo. I nostri ragazzi si sarebbero molto arrabbiati. La festa era per noi. Nate nello stesso giorno, lo stesso mese dello stesso anno. Uguali. Solo che lei è bionda, poi ha il naso un po’ più piccolo e gli occhi più grandi. Il mento è uguale. La bimba che era, era come me. Le foto le confondiamo.
È stata dura dopo l’incidente.

Cerca di stare calma! Ci arriviamo. Ho detto che ce la facciamo. Quindi ce la facciamo. Ti ho mai mentito? No. Ecco la differenza tra e me te. Io non mento. Sono sempre sincera. Adesso smettila. Ti ho detto che per le nove saremo state alla festa, e per le nove saremo alla festa! Ora facciamo una cosa. Per un po’ guidi tu. Sono stanca. Abbss. SAbbsa. La radio. Abbassa. L rdo. Non sento nulla. Bell’inizio, complimenti. In clausura mi sarei divertita di più. Funziona la radio? Accendila. Inghiottite dalla voragine del traffico, tentavamo di uscire. Lascia questa. Questa mi piace. M pce. A me no. E leva quella mano dai! A m n. lev. Man dai! Ignorante. Risate. Eravamo già alla festa. Ci divertiamo così. Due aurore che solleticano radiazioni.
Un crash, attrito, la macchina che gira, gira, su se stessa. La radio che canta. La radio. La radio suona. La radio. La radio canta. L rad. Suo. Cant. La radi. Rmor. La radio suona. La radio. È accesa. Acc.

 
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