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Amore e rumenta
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Maurizio Pupi Bracali   
giovedì 01 marzo 2007

Un bel giorno si accorse di essere innamorato.
Fu davvero un bel giorno poiché la sensazione sconosciuta e mai provata prima lo elettrizzava e lo faceva volteggiare, almeno in senso figurato, un paio di metri dal suolo come una farfalla impazzita. Impazzita d’amore.
L’estasi durò pochissimo: finì quando si accorse che lei non lo amava, anzi, che ignorava totalmente la sua esistenza.
Naturalmente lei era la più bella ragazza della città con centinaia di pretendenti e il fatto che abitasse nel suo stesso condominio accentuava dolorosamente il fatto che mai si era accorta di lui.
Lui, ometto insignificante senza alcuna qualità, a cominciare da una bellezza fisica inesistente per finire a una mediocrità assoluta in ogni campo della sua vita, si rese conto di non avere alcuna speranza di successo stupendosi del fatto che in ogni caso l’amava come il più bello, come il più ricco, il più colto, il migliore degli uomini. L’amore, pensava, come la morte colpisce tutti allo stesso modo senza scampo, quando è sincero e assoluto così com’era nel suo caso.
Cominciò così il vano e faticoso lavoro fatto di innumerevoli tentativi per farsi notare.
Inutilmente aspettava per ore dietro la porta  del suo monolocale aspettando di sentire aprire quella di lei. Appena succedeva usciva sul pianerottolo fingendo il caso, sperando in un saluto, in un sorriso.
Niente: lei gli passava accanto ignorandolo quasi fosse invisibile. Faceva in modo di incrociarla per strada, nei negozi, al bar, sfiorandola a volte con un braccio senza che lei mostrasse il minimo segnale di essersi accorta della sua presenza.
La svolta avvenne qualche tempo dopo: una mattina in cui come quasi sempre aspettava di sentirla uscire, aprì la porta e la vide, bellissima, mentre gli passava accanto ignorandolo come al solito, canticchiando e dondolando come una frivola borsetta il sacchetto della spazzatura.
Fu l’illuminazione! Nella sua follia d’amore la seguì e la vide gettare l’immondizia nello stesso cassonetto in cui lui abbandonava ogni giorno i suoi rifiuti, i resti, gli avanzi quotidiani della sua triste vita solitaria e capì che quella era l’unica cosa che condivideva con lei. L’unica cosa che li univa in modo indissolubile era quel cassonetto di plastica verde a pochi metri dal palazzo.
Cominciò a buttare la spazzatura  ogni giorno pochi secondi dopo che lei aveva buttato la sua. Lui che aveva sempre usato le borse di plastica del supermercato prese ad acquistare gli stessi sacchetti che utilizzava lei: azzurri, leggeri e con un sottile nastro giallo che si stringeva come la corda di un impiccato strangolando nel suo interno avanzi di cibo, bottiglie di plastica, vecchi giornali e medicine scadute. Gettava i suoi rifiuti e rimaneva lì a fantasticare su quei due sacchetti, il suo e quello di lei, che in mezzo a molti altri si cercavano dentro l’oscurità puzzolente del contenitore, si annusavano (naturalmente), si trovavano, si sfioravano, si toccavano, si univano in un abbraccio che veniva interrotto soltanto dall’arrivo del camion della nettezza urbana che con un braccio meccanico sollevava il cassonetto rovesciandone il contenuto maleodorante dentro il trituratore che sbriciolava  e distruggeva ogni cosa, anche quei due sacchetti innamorati...
...A quello non voleva pensare. Una tragedia shakespeariana, pensava, e a lui le tragedie non erano mai piaciute.
La crisi sopraggiunse alcuni mesi dopo quel felice periodo di unione benché inconsapevole da parte di lei.
Il più terribile dei giorni egli vide il camion di una ditta di traslochi che stazionava sotto casa e un paio di operai che svuotavano l’appartamento della ragazza che amava. Fece un rapido giro di domande e venne pugnalato al cuore dal fatto che lei stava cambiando casa.
Non dormì per diverse notti, si ubriacò un paio di volte, pensò di suicidarsi, poi prese la decisione: si improvvisò investigatore e in poche ore scoprì il suo nuovo domicilio.
La mattina dopo a un centinaio di metri da dove lei ora viveva stava nascosto in macchina aspettando fin dalle prime luci del mattino. Quando la vide uscire impugnando il nastro giallo del sacchetto della spazzatura ebbe un moto di gioia. La seguì per i metri necessari e scoprì il nuovo cassonetto dove lei gettava i suoi rifiuti. Ce l’aveva fatta! Era fiero di se stesso. Aspettò che si allontanasse poi si avvicinò con l’auto al cassonetto, aprì il portabagagli ed un effluvio putrido lo avvolse. Quattro o cinque sacchetti, tanti quanti i giorni che aveva impiegato a ritrovarla, aspettavano di essere buttati. Lo fece nel nuovo cassonetto e lo rifece per tutti gi altri giorni a seguire. Rubando tempo alla sua vita ogni mattina attraversava la città per gettare l’immondizia subito dopo di lei, insieme a lei.
A suo modo era felice. Consapevole che lei mai gli avrebbe concesso la benché minima soddisfazione fisica o platonica o quanto meno rivolto la parola, gioiva nel pensare che quel gesto assolutamente unico e particolare la legava a lui in modo indissolubile, e pazienza se lei non ne era a conoscenza, non è che si può avere tutto dalla vita!
Visse quella beata situazione per alcuni straordinari mesi, poi un giorno all’improvviso comparve un manifesto che lesse con gli occhi imbevuti di lacrime: in quel quartiere sarebbe nato un esperimento di raccolta differenziata della spazzatura. Operatori ecologici mandati dal Comune sarebbero passati di casa in casa a raccogliere direttamente i rifiuti dalle mani dei cittadini che li avrebbero divisi per tipologia. I cassonetti sarebbero stati eliminati.
Capì che questa volta era la fine. Il giorno dopo il cassonetto non esisteva più.
Si mise a maledire la differenziata. Polemizzò con gli amici, scrisse lettere ai giornali, litigò con politici ed ecologisti, ebbe un esaurimento nervoso.
In cuor suo conosceva l’utilità della raccolta differenziata ma non voleva ammetterlo nemmeno con se stesso. Non riusciva a tollerare che un elemento estraneo così stupido e banale avesse messo fine al suo amore e a questo punto c‘era una sola cosa che gli restava da fare.
Nel suo quartiere la differenziata non era ancora arrivata. Il vecchio cassonetto verde stazionava al suo posto, unico punto fermo, almeno fino a quel momento, della sua esistenza.
Volontariamente stette due notti senza dormire, poi comprò due bottiglie di un whisky mediocre come la sua vita, riempì di spazzatura mista un sacchetto azzurro e scese in una notte stellata con le bottiglie in una mano e il sacchetto nell’altra.
La prima bottiglia la scolò avidamente a lunghi sorsi seduto nel buio di uno scalino vicino al cassonetto, poi, ormai ubriaco, impugnò il nastro giallo del sacchetto, lo fece roteare con due mani vorticosamente sopra la sua testa scagliandolo infine con un urlo strozzato e disumano contro il cielo nero.
Fu un attimo: con la seconda bottiglia in mano aprì il cassonetto e vi ci si tuffò all’interno.
L’ultima cosa che vide fu un meraviglioso cielo stellato prima che il portellone a molla si richiudesse sopra di lui.
Nel buio untuoso e quasi irrespirabile bevve a piccoli sorsi finché ne ebbe forza tra liquami putridi, lattine e sacchi maleodoranti di varie dimensioni, poi, le notti insonni e il whisky, gli provocarono uno stato semicomatoso.
Alle prime luci di un’alba limpida e serena, un cane, inconsapevole delle cose degli uomini, pisciava contro un sacchetto azzurro pieno di spazzatura che giaceva al centro di un’aiuola, in lontananza il camion della nettezza urbana sbucando da una curva, si avvicinava lento e inesorabile.

 
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