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Ecce Homo
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Tommaso Chimenti   
giovedì 08 febbraio 2007

Non sarebbe stato così difficile. Era come al Luna Park e se eri bravo ci scappava anche un bel gruzzolo. Tutto semplice, tutto a portata di mano. Un click, uno scatto, precisione, cura, passione, dedizione, allenamento, caparbietà, professionalità. Queste doti certo non mi mancavano. Non ero l’ultimo della lista, non ero l’ultima schiappa. Una voce al telefono mi informava del chi e del quando; il come era compito, libertà e fantasia lasciata totalmente al sottoscritto. Mi piaceva questa indipendenza. Mi piaceva la scritta sulla carta d’identità “Libero professionista”. Era quello che ero. Libero dai padroni, professionista dell’omicidio su commissione. Senza rimorsi, senza remore. Ero io e lui. Io ed il mio piccolo arsenale. Io ed il mirino. L’altro era un fantoccio. Era tutto finto, tutto falso. Un grande immenso video game dove alla fine nessuno vinceva. Sopravvivevo certamente in maniera più decorosa di qualche impiegato di terza categoria. Li vedevo tristi passeggiare per le strade con le loro borse marrone finto cuoio, le loro occhiaie appese, le scarpe lise, i vestiti sgualciti, gli sguardi persi dietro ad un dito nel naso al semaforo, a due collant che scoreggiavano lì vicino. Io avevo voluto altro per me. Niente cantilene per Natale, niente vetrine o vacanze mordi e fuggi. Fanculo la famiglia ed i pargoli. Io sapevo chi ero e non andavo certo a dirlo a tutti quegli stronzi che in qualche merdosissimo bar mi avevano chiesto come primo approccio “Che cosa fai nella vita?”. Ma chi cazzo sei per dare giudizi? Era gente logora dentro che non sapendo la propria missione su questa terra polverosa cercava di salvarsi il culo portandoti nel fango con loro. L’avrei ammazzato chi ti chiedeva chi eri a seconda di quello che facevi. Facevano confusione con i verbi ausiliari. Essere non era avere. Il 740 se lo potevano ficcare nel buco del culo. Li avrei impallinati se solo la mia morale non me lo avesse impedito. Il mio codice d’onore era ferreo e le armi andavano usate solo per lavoro, mai per piacere o per rabbia. Mi sentivo un missionario che porta la luce, che risolve problemi, che toglie le castagne dal fuoco. Quanti potrebbero dire di aver provato una sensazione simile. Essere ringraziati e stimati, pagati per quel piccolo gesto divino, caustico, dal quale non si tornava più indietro.
Anche quel giorno andò così. Solita cabina, solita telefonata. Coordinate bancarie prima, metà pagamento oggi, metà a lavoro ultimato. Giocare a guardie e ladri mi aveva sempre annoiato da piccolo, preferivo ascoltare Morricone, preferivo farmi sferzare il vento sulle guance seduto sul bordo del muretto incrostato dal tempo nel cortile davanti a casa dei nonni. Loro sì che erano veri killer. Si allontanavano un attimo e tornavano sempre con qualche gallina con il collo spezzato, un’anatra che ancora scattosa tentava di battere le ali, mentre loro non battevano neanche un ciglio davanti a quella morte annunciata. Erano giustizieri di vita per rimpinzare altre vite che poi sarebbero morte. Che schifo era il ciclo dell’esistenza. Mangi e cachi una vita per ritrovarti merda. Che goduria. Tanto valeva che accelerassi questo processo per qualcuno che merda lo era stato fin dal suo primo vagito. Ero il pesce pulitore che staziona in fondo all’acquario, ero il muggine che raspa le ancore sul fondo del porto che neanche i pescatori viareggini appostati al molo rosso hanno il coraggio di portare a casa dalla mogli ingrassate con il grembiule a fiori demodé. Era un uomo il mio prossimo lavoro. Il mio salvacondotto, il mio affitto, le mie cene, il cinema ed il teatro. Morricone sarebbe arrivato a Firenze proprio in quei giorni. Sarebbe stato estatico sentire dal vivo quella musica e rivedere gli spari, far colorire il passato bianco e nero, far riaffiorare come autoanalisi cadaveri e morte, uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare. Sì, uno sparo. Uno soltanto. Era il mio compito. Era il mio pregio. I datori di lavoro potevano fidarsi di me. Fedina penale linda, neanche una multa per sosta selvaggia. Bevevo poco, non andavo a puttane, usavo sempre i guanti sul lavoro ed il profilattico nel tempo libero, non fumavo. Non avrebbero mai trovato una cicca dal mio posto di guardiola dalla quale risalire al mio dna e fottermi. Facevo le cose per bene, io. Ero qualcuno nel mio settore. Zero morale, zero problemi. Trattavo con la vita degli altri con la stessa superficialità con la quale trattavo la mia, con l’ineluttabilità del domani, del vivere e far morire. Forse Paul McCartney era stato il primo sicario con la sua “Life or let die”, anche se la versione dei Gun’s and Roses aveva dato più risalto e smalto alla mia professione. Avrei acquisito molti punti con qualche bambola avendo sprezzantemente parlato di ciò che facevo. Qualcuna avrebbe cercato di redimermi, scopando con amore, altre sarebbero state affascinate dal demonio che secondo loro mi si sarebbe mosso in corpo ed avrebbero voluto cavalcarlo fino in fondo, scopando con ardore, altre ancora inorridite si sarebbero abbandonate nelle mie braccia come carne sacrificale, scopando per esorcizzare il male. Che puttane le donne. Non mi fidavo. Non le uccidevo neanche. Lasciavo che fosse sempre qualcun altro a togliere di mezzo quattro sbarbine che giocano a fare le manager ed a ridurre sul lastrico famiglie di padri che avevano anche il sacrosanto diritto del cazzo di godersi la Gazzetta dello Sport, il calcetto del mercoledì sera, il bar con gli amici, il poker, due mignotte e Sky a casa. Non mi sporcavo le mani sparando a qualche stronza in tailluer. Il mio non era buonismo, era maschilismo. Se ti rispetto ti uccido, se non ti rispetto ti uccido lo stesso. Basta che in mezzo alle gambe ti si muova il batacchio. E che cazzo, ma come si fa a sparare ad una donna. Pensare alla sua fica insanguinata, le sue tette molli coperte da un velo in mezzo alla strada, le lacrime delle amiche, false, pettegole e narcise vestite alla moda anche in quella occasione tanto drammatica.
Al telefono mi dissero che la solita busta sarebbe stata recapitata nel solito posto il pomeriggio stesso. Avevo tre giorni per portare un risultato. L’1 in schedina era il più gettonato. Vittoria in casa, non sarebbe stata accettata nessun altra scommessa. Alcune fotografie dell’uomo me lo fecero sembrare troppo vicino, troppo umano, troppo vero. Sarà stato per il fatto che questa volta, alla mia diciannovesima missione in quasi due anni di onesta attività senza Inps né pensione, il ritratto era a colori. Nessun gorilla alle sue spalle, un sorriso da aperitivo, occhiali scuri d’ordinanza, un abito elegante ma portato con gusto senza spavalderia né arroganza. Fossi stato una donna mi avrebbe colpito per la sua semplicità ricercata, per quella sua camminata a grandi falcate vellutate che immaginavo dallo scatto. Si vedeva che guardava oltre il presente, oltre se stesso, con gli occhi già proiettati al domani. Di sicuro quest’uomo sulla quarantina non veniva scalfito dai complimenti, molti, né dalle critiche, poche, che nel corso della sua vita gli erano caduti addosso, come petali, come macigni. Sicuramente rispondeva con i fatti, con i denti bianchi ad impreziosire la cravatta di seta, con una stretta di mano vigorosa ma mai rude, con le unghie perfette, con quelle zampe di gallina che si aggrovigliavano attorno all’estremità dei suoi occhi e che lo rendevano sexy e malleabile, a portata di mano ed insieme coperto da mistero. Sembrava volasse tra la folla. Che trovasse sempre un varco, di quelli che non fanno la fila, che passano inosservati quando è il caso, che colpiscono quando hanno qualcosa da dire, di solito intelligente ed interessante. Mi piaceva quel cadavere con le gambe. Mi piaceva la sua postura, il suo charme. Poche foto e già studiandolo nelle varie pose, dall’alto, di lato, da dietro, di fronte, mi sembrava di averlo già incontrato mille volte. Faceva parte della mia famiglia. Era il diciannovesimo della grande fotografia che via via s’infittiva di volti e speranze, bloccandoli per sempre nella loro età senza le storture della vecchiaia, delle malattie, lasciando dietro di loro rammarichi e pene senza quello strascico tremendo che la discesa dell’anzianità fa vivere, senza quel declino ormonale, fisico ed intellettivo al quale siamo sottoposti strada facendo. Avrebbe detto Baglioni. Ma c’era qualcosa che lo rendeva speciale. Mi ero rammollito tutto insieme? Un quarantenne che cammina nel centro mi faceva commuovere e quasi mi dispiaceva toglierlo di mezzo. Il cappuccino senza schiuma, ma con tanto cacao sopra, si stava raffreddando mentre sfogliavo quelle quattro istantanee. C’era qualcosa che lo rendeva fascinoso, qualcosa che mi attirava alle sue caviglie, che mi attanagliava la bocca dello stomaco. Andai verso il bagno. Mi sciacquai la faccia con l’acqua fresca del sindaco. Mi tirai su, tutto il sangue rifluì ed un dolce sbandamento mi prese le tempie. Mi accarezzai le guance, mi levigai le piccole rughe attorno agli occhi, mi risistemai l’abito, riposizionai gli occhiali d’ordinanza, mi riavviai i capelli corti, mi frizionai la barbetta di una settimana. All’interno del bar, sintonizzato su Lady Radio, partì come per magia “Vangelis” tratta da Blade runner. La corsa era finita agente Dekker, un colpo in testa nella tempia destra ed anche il diciannovesimo sarebbe andato al suo posto nella foto di famiglia. Era comunque un peccato fermarsi quando stavo andando così bene, ma il lavoro era lavoro ed ero sempre stato preciso e puntuale nell’eseguire gli ordini. Certo non li avrei delusi quell’ultima volta. Avrei lasciato un buon ricordo di me, ne ero certo. Il bagno s’inzuppò, il proiettile rotolò a terra come in “Per qualche dollaro in più”. Stavolta non sarei potuto sfuggire, mi avrebbero beccato, cazzo. Neanche Morricone avrebbe potuto salvarmi.

 
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