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Scritto da Tommaso Chimenti
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venerdì 12 dicembre 2008 |
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Con gli occhi arrivo appena al vetro. Storco gli occhi all’insù e guardo dentro. Da torcicollo. Delle persone immobili stanno lì ferme con abiti coloratissimi. Giulia da dietro mi spinge. “Andiamo in centro”. Ha detto. Giulia non chiede. Dice. Perentoria. Mi prende con quelle sue mani che si muovono in continuazione. Come un pianista col Parkinson. Mi alza, mi posa a terra. Mi stringe il collo con questo cappio. Mi da degli strattoni da ghigliottina. Ingoio la saliva e la guardo in cerca di compassione. Vedo che si abbassa, che urla qualcosa. Apre la bocca, le vedo tutti i denti. Anche delle carie nere in fondo sui molari. Cercano sempre qualcosa o qualcuno da toccare. Quasi sempre sono io. Tocca, sposta, rimette a posto. Strofina, mi alza, passa lo straccio. Io sto qui fermo e la guardo. Fermo in tutto quel vortice di nervi. La guardo perché non c’è altro da fare. Nel traffico tra le macchine ha gli occhi che le escono dalle orbite. Da qui a fianco la scruto di profilo. Ma non voglio che si accorga che lo sto guardando. Si sente sempre minacciata. Urla. In coda ai semafori strepita e picchia con il dentro delle mani sul volante. Ho paura che mi arrivi anche a me uno sculaccione. Senza perché. E non sarebbe la prima volta. Sembra una furia. Una scimmia alla catena. Poi parcheggiamo. Lei bestemmia. Io aspetto il mio turno. Mi scarica a terra. Mi trascina. Ora mi spinge. Non mi posso fermare. Mi fa male al collo. Io sto zitto, non voglio che si arrabbi ancora. |