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“L’amore delle case, l’amore bianco vestito io non l’ ho mai saputo e non l ‘ho mai tradito” F. De André Prima di mettermi a scrivere, mi sono fermata a curiosare nei disordinati cassetti della mia memoria per trovare qualche libro particolare, che parlasse dell’identità in modo semplice e chiaro. Ma più andavo a sbirciare tra un libro e l’altro e più quello che avrei voluto scrivere mi sembrava lontano dalle mie effettive intenzioni. In realtà, dovevo solo mettere in pensiero cosa fosse per me l’identità e d’un tratto, quasi avessi dato un colpo di spugna, era scomparso tutto quello a cui avevo pensato fino a poco prima per lasciare posto a ciò che avevo onestamente imparato non dai libri, ma dai racconti di mio padre, dal cognome che porto insieme a una storia vecchia di cent’anni…insomma una memoria, una storia tutta personale e poco intellettuale. D’altronde, sono convinta, prima di rispecchiarmi in un’identità collettiva e storica, di dover fare i conti con un’altra più personale, intima e, perché no, quotidiana. Quotidiana come il pane che nella mia terra si chiama “pane di pasta dura” e che durante la lavorazione viene accudito e messo al caldo sotto più coperte come fosse un bambino, mentre ancora la pasta madre riposa. Poi, poco prima di infornarlo, gli si fa una croce sopra recitando in siciliano parole a metà tra preghiera e scongiuro, perché il pane possa venir bene. Questo non è solo un rito tradizionale del luogo in cui sono nata e cresciuta, ma un senso che trovo in un atto che infinite mani prima di me hanno compiuto e infinite voci hanno recitato. Qui, in un piccolo gesto, in un rito e in uno scongiuro dialettale forse non troverò tutta la storia che mi ha preceduta e che facilmente potrei reperire in molti libri, ma di certo ne ritrovo il senso e ne divento a mia volta protagonista. E’ questo il segreto, è questo il cuore delle mie intenzioni mentre scrivo. Parlare non di cose che avrei potuto leggere, ma di ciò che ho visto e forse fatto; questo mi sembra il modo più vero per entrare nella questione identitaria. Mi ritornano così gli odori della Sicilia nella cucina di mia nonna, che con infinito zelo e sapienza antica preparava piatti succulenti e sempre abbondanti… non si sa mai, si morisse di fame! Ripenso alle campagne secche, bruciate dal sole fin dall’inizio di marzo, ma forse le uniche che in pieno inverno offrono ai passanti magnifici mandorli in fiore, quasi a spezzare quell’aria di gennaio che sembra non possa dar nient’altro che freddo. Mi rivedo bambina, mentre attraverso le stradine strette e irte, con i vecchi seduti per ore davanti alle porte, come se stessero ad aspettare; ad aspettare inesorabilmente qualcosa, forse un evento o forse una bella donna, che restituisse loro per un attimo l’ardore di un cuore ancora giovane e audace. Ciò che più mi affascina è la somiglianza di quelle facce, di quei caratteri, con la terra in cui hanno sempre vissuto e della quale conservano le fattezze e gli umori. Silenziosi, del mare che circonda la Sicilia, gli uomini ne conservano atavicamente i tratti, impressi da un teatro tragico e spettacolare di ricchezze e di infinite sconfitte, che segnano facce e caratteri della gente: di questa mia gente, che gode e soffre di un suo peculiare senso del tragico e che, nell’accettare la vita, è rivolta e attenta più alle sue durezze che alla sua gioia. E’ noto che i Siciliani, più che creature gioviali, sono nature inclini a quel silenzio di chi di fronte al mare, senza pensiero, non fa che guardarlo e di chi nutre -nell’animo delle intenzioni- dubbi e sofferenze, di cui ha tuttavia uno spiccato pudore a parlarne e a mostrarli. Di certo, le invasioni e le sottomissioni continue non hanno favorito l’espansione di anime spensierate. Di questa mancanza, poi, non so quanta parte sia da attribuire anche al mare che circonda la mia terra e ne fa un’isola. Un’isola, che, per sua natura, lega gli uomini sempre più forte a sé, fino a far mancare loro il respiro. Tutto questo, d’altro canto, è la ricchezza, la vera eredità, che si esprime in una cultura della vita, prima ancora che letteraria; in un sentimento d’appartenenza e di sconfitta rispetto a una terra amata e odiata. Che lega e separa. E’ una storia, che racconta ancora se stessa nei modi di fare, diffidenti e insieme ospitali fino all’invadenza; nel dialetto, che non prevede il tempo futuro perché il domani è sempre incerto; nella dignità di un popolo, il cui orgoglio risiede nella parola data, ma raramente pronunciata. L’identità è la provenienza, cioè l’origine del proprio essere; solo da questa, si può tessere una storia personale e insieme collettiva. Non è un fatto intellettuale, non è un credo politico e non è dettato da circostanze speculative. E’, prima di tutto, un sentimento d’appartenenza, fiero e a volte doloroso, che si prova sotto pelle. Se poi dovessi usare una metafora, direi che l’identità e il porto da cui veniamo e la meta a cui agogniamo. |