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Tutti esplosi e le cose da dire |
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Scritto da Alessandra Pigliaru
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domenica 01 aprile 2007 |
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L’antologia “Tutti esplosi. Le trame di Opìfice” nasce da un concorso on-line indetto dal portale www.opifice.it ormai due anni fa. I racconti selezionati rappresentano un arcipelago di voci e immagini davvero interessanti. Intanto è apprezzabile, come sottolinea Simone Olla nella introduzione al testo, l’utilizzo del web come canale e strumento di incontro e di confronto critico ma soprattutto la consapevolezza che molte cose possono essere fatte quando del mezzo informatico si conoscono gli aspetti più efficaci per creare qualcosa di spessore culturale. Spesso si parla degli incentivi e degli incoraggiamenti ai giovani perché la gerontocrazia imperante è arida e senza scampo e allora deve in qualche modo riscattarsi. Incentivi e incoraggiamenti mi sembrano termini un po’ paternalistici e non credo che del merito si possa fare un fatto anagrafico. Credo anzi che si dovrebbe parlare semplicemente di più di chi ha qualcosa da dire e appoggiare e sostenere non attraverso il solito assistenzialismo ma con un contributo concreto di impegno culturale. È confortante quando si ascolta qualcosa di notevole, non che va necessariamente contro-corrente acriticamente e un po’ per moda ma anzi che cerca di scardinare le attuali regole della cultura dominante con cognizione di causa. Una cultura è gerontocratica quando non punta al riconoscimento del valore culturale ma anzi tenta in tutti i modi di ignorarlo. L’esperienza del Gruppo Opìfice mi è sembrata buona proprio perché si fa portatrice di “cose da dire” “cose che vanno dette” servendosi del mezzo letterario come narrazione e svelamento del reale. Gli opificisti allora creano e si fanno artefici, danno inizio ad un’attività che ormai prosegue dal 2002, a gran voce. E proprio dall’immagine in copertina vorrei partire: un viso sfocato, un viso come tanti, che apre la bocca, la spalanca per dire, forse per dire di no o forse solo per sintetizzare ciò che si aprirà nelle pagine del libro. Il libro, come nella copertina, è una cittadella piena di reticolati che si intersecano per incontrarsi casualmente, come l’esistenza di ognuno piena di occasioni e angoli dietro cui svoltare. I racconti sono di vario genere, per così dire. Ironici come quello di Flavia Piccinni; pungenti come quelli di Tommaso Chimenti, e poi inaspettatamente profondi e commoventi come quello di Mattia Piano, giovane talentuoso di cui sentiremo ancora parlare. Il percorso dell’antologia è davvero sorprendente: dalle cicatrici di un albero dove trovare parole perdute all’avventurosa sopravvivenza di una mosca passando per lavandini otturati e labirintici sogni che si pagano con il prezzo del mattino. Il filo conduttore è la firma del Gruppo Opìfice, pulsante fucina di idee. Si riesce bene ad intravedere il lavoro paziente ed entusiasta della costruzione e dell’attività “laboratoriale” del gruppo. Questo libro mi pare sia la risposta a quell’industria culturale in cui l’individuo crede di essere soggetto mentre resta inesorabilmente oggetto di un consumo usa e getta. Allora non siamo più nemmeno nella società dello spettacolo ma l’abbiamo abbondantemente sorpassata entrando nel cosiddetto spettacolo integrato; l’occhio del Grande Fratello citato nel racconto di Fabio Medda è ormai liquefatto, è diventato anch’esso simulacro di qualcosa difficile da definire; non siamo più nella società del controllo ma in qualcosa di più degenerato. Del resto quando capiamo qualcosa è perché l’abbiamo già “metabolizzata”. E’ in questo scenario che il Gruppo Opìfice ha capito benissimo che criticando lo spettacolo se ne fa necessariamente parte; così loro tornano a ciò che dovrebbe essere fatto per sfuggire alla lenta litania delle copie; gli opificisti, come risuona nel nome stesso, creano, si fanno artefici e utilizzano la parola; la parola libera che si piega non solo ai moti dell’anima ma anche a tutti i cinque sensi. Una parola che si fa corpo, che diventa non solo capacità di esercizio letterario ma che trasforma la materia sensibile plasmandola. Alla fine della lettura resta un coro di stimolanti attese del nuovo progetto del Gruppo Opìfice che con questo libro di alta qualità ha raggiunto un risultato importante: raccontare come ci si può sottrarre alla manipolazione e alla standardizzazione del mercato culturale autodeterminando noi stessi per cominciare. |