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Evangelista
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Piero Buscemi   
venerdì 06 aprile 2007

E l’uomo non avrà altro padrone, se non il suo Dio.
A chi avrebbe ripetuto quella sentenza biblica, se non a se stesso, ancora una volta? Come faceva ogni giorno, davanti allo specchio. Stanco di riconoscersi. A chi? Mentre fissava un volto troppo segnato, nei suoi cinquanta anni di vita vissuta. Perché io, la vita, l’ho vissuta veramente. Continua a ripetere come se fosse una sua esclusiva. Cinquant’anni e un figlio lontano, da proteggere contro i mali del mondo. Cinquant’anni e le nostalgie aggrappate all’insicurezza. Domande. Nient’altro che domande. Dalle risposte glissate e la certezza della sua “vita vissuta”, custodita negli errori.
Cerca il mio distacco, indeciso se regalarmi un’altra citazione biblica o chiedermi un consenso.

Osservo le sue dita dalle unghie mangiate, il suo delirio di ricordi e una sequenza di “se…”  da provare a cancellare. Sì, perché io, la vita, l’ho vissuta veramente. Mi ribadisce, quasi a provare a convincersi prima di farlo con me. E mi racconta di uno sballo giovanile, di soldi appiccicati alle ingiurie. Di quando era il “re dei magnaccia”. Diciott’anni, padrone di vite vendute a veloci minuti di oblio e di sesso. Precursore di immigrazioni prostituite senza ritorno.

Diciott’anni di potere da elargire alle masse. La coscienza da sedare con le leggi del branco. Manipolare il destino degli altri e l’illusione di poterlo fare per sempre. Poi, l’illuminazione non richiesta. Combattere un desiderio di riabilitazione e il timore di non averne più il tempo. Sì, la vita l’ho vissuta veramente. La sua ossessiva confessione, mentre l’indice scivola sul bordo del bicchiere ancora colmo.

Ho conosciuto il bisogno di una porta spalancata e l’invito a non voltarmi indietro. Ho avuto un’ennesima occasione di riscatto, che altri reclamano ancora. L’ho avuta varcando la soglia di una chiesa, ignorandone il culto. L’ho avuta da mani che non attendevano ricompense. Le stesse che mi sarei accontentato di immergere nei capelli crespi di mio figlio. E che non riesco più a sentire mie.

Adesso non ha più indugi e graffia i suoi cinquant’anni sotto giudizio, senza pretendere la mia attenzione. Puoi trovare la strada se vuoi, mi ammonisce, in qualsiasi momento. Non è mai troppo tardi. E’ lì davanti ai tuoi occhi e aspetta soltanto, che tu la sappia riconoscere. Io ci sono riuscito in una notte di arroganze disciolte nel sudore. Con mio figlio tra le braccia, urlando la mia rabbia sommersa, ho compreso che fosse giunto il momento di restituire speranze.

E nuovi silenzi da raccogliere dai volti di quelle madonne deturpate, alle quali restituivo una vita che avevo masticato e sputato con disprezzo. Rifugi abbandonati e soffocati dal denaro che oggi, attendo sui pianerottoli degli schernitori. Mi giudicano con la rivalsa di chi ha oltrepassato la barricata, nella mia veste nuova di mendicante di chimere che sappia risarcire il mio passato. Io, re dei magnaccia, subisco l’onta dell’evangelista, nomignolo coniato sul momento.

Partivo alle quattro del mattino da quella fottuta “vita vissuta”, con un incarico di ricompensa all’anima. E percorrevo strade solitarie dove deporre i pensieri ed il futuro di mio figlio. Una bibbia nascosta nel cruscotto, pronta a darmi una risposta rassicurante. La stessa raccolta dal silenzio di un uomo che lesse la mia angoscia. Mi consegnò un mestolo, a spartire certezze da una pentola fumante, in una mensa improvvisata. E sfiorai quelle mani discrete con il lezzo di ciò che ero stato.

Sì, partivo alle quattro del mattino, per un lavoro di fatica, che mi segnasse per sempre. L’odore del pesce prelevato nei mercati notturni, e poi un viaggio di nafta e pensiero. La sera, tornavo in quella chiesa a leggere versetti biblici a chi si sarebbe accontentato del mestolo di minestra. Leggevo per trovare risposte a domande che avevo stralciato nel tempo, senza rispetto. Leggevo, per provare ad averne ancora, di me stesso.

Le macchie ti rimangono addosso, però. Come l’odore del pesce. Pronuncia queste parole, evitando il mio sguardo. Parlavo a mio figlio dei miei diciott’anni di lercio e soprusi. Abbi paura di te stesso, gli dicevo, quando incroci la disperazione negli occhi azzurri di una ragazza dell’est. Fermati, perché poi, non lo farai più. E scaccia. Scaccia l’ambizione di un momento, per un baratro di condanna a vita.
Ma la notte, attendevo che la luce delle scale me lo riportasse a casa. Seduto in penombra sul balcone, guardavo la luna morire nella mia notte boreale. Un sobbalzo di rumori indecifrabili accompagnavano le mie ore di attesa. Poi, la stanchezza lottava con le quattro del nuovo mattino. E una nuova sgasata di nafta e bibbia a placare la disperazione.

Non riesce più a riordinare i ricordi. Si concede pause di riflessione, che attendono, forse, un conforto. Ha già emesso la sentenza che non avrà richieste di appello. Unto di ipocrisia, mi mostra un telefonino muto, pronto a distribuire contraddizione. E’ il suo ultimo regalo di Natale, mi dice, quasi scusandosi. Ho la sua immagine impressa sul display a farmi nostalgia, e nel dirlo, un sorriso gli modella la bocca.

Il bicchiere, appannato dalle sue parole, suda l’indifferenza del mondo. Ne ha preso coscienza. Lo ha fatto da tempo. Ma ho conosciuto Dio, quella notte. Mi ribadisce. O forse, ho creduto di farlo. Negli occhi di quelle ragazze dalle catene spezzate. Nel diritto alla vita, richiesto da una coda di disperati placati da un mestolo fumante. Nelle piccole mani di mio figlio, che non riesco più a stringere. Nelle colpe dei padri, che mi sono illuso, immunizzassero i figli.

La porta della stanza si è spalancata. Il secondino domanda chi è Abbatepaolo. Io, risponde con un sussulto. No, lei no. Ha chiesto del prete. Prego, si accomodi in parlatorio, indicandomi la porta. Mi alzo guardandolo con commiserazione. Accenna un’intesa, stringendomi la mano. Un solo attimo ancora, e l’uomo non avrà altro padrone, se non il suo Dio. Mi dice sottovoce.

No, ti sbagli. I figli sono da  sempre, i padroni dei loro padri. La mia ultima sentenza.

 
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