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Autore: Rick Moody Titolo: Cercasi batterista , chiamare Alice Edizioni: Minimum Fax, Roma 2006 Pagine: 227 Lentamente, con tutta la sua provvisorietà, prende forma la provincia americana, quella del New Jersey, dove i vagoni dei treni sono fermi da quando hanno chiuso la stazione, le fabbriche sono abbandonate e si organizzano feste a tutto volume, le strade deserte e se macchine basse sfrecciano a tutta velocità hanno la maestosità di navi da crociera in un’epoca di viaggi aerei. Il “ritardo” di Haledon si trasforma in attesa malinconica di un domani migliore: Alice, Dennis, Lane, Max e tutti i personaggi che si muovo nelle pagine di Moody hanno la stessa fragilità del luogo in cui vivono, una fragilità anonima. L’insoddisfazione che attraversa le loro vite non la possono condividere con nessuno: ognuno è solo dentro la sua vita in questo angusto sottoscala dell’impero. L’alcool e la droga sono strade fin troppo semplici da percorrere; così come la musica, che diventa scopo di vita e luogo di ritrovo, ma che non basta per arginare la solitudine che pagina dopo pagina diventa autodistruzione. La musica la senti in tutto il libro, un sottofondo tragico che si confonde con il linguaggio e lo stile dell’autore. Forse per non essere soli bisogna saper ricevere, e Alice e Lane ci provano pure, e sull’autobus che li sta portando a New York parlano di strade e città, di macchine e infanzia, di morti e alcool. “Più cose dicevano, più cose c’erano da dire, ma non una che andasse a segno, non una che li facesse sentire compresi, o che li convincesse del fatto che la vicinanza umana poteva placare l’intensità della solitudine. Le parole che si scambiavano erano come l’asfalto sotto le ruote dell’autobus. Erano come i paesaggi che si percorrono in lungo e in largo mille volte ma restano sconosciuti, se non per i cartelloni. Comunque ne valeva la pena.” E alla fine New York e tutte le possibili strade per arrivarci, e una volta dentro quasi calpestare la caviglia di chi dorme al fresco in cima alle scale mobili, sigillato e protetto come gli altri vagabondi chiusi nei fast food. La città è frenetica e statica allo stesso tempo, tutto si muove rimanendo fermo: i poliziotti corrono, gli scommettitori rifilano truffe ai passanti, i travestiti puntano l’Ottava Avenue, qualcuno scopa nel bagno dei maschi e dietro ogni colonna ci trovi uno spacciatore. Da queste parti la solitudine è chiassosa, almeno ad Haledon c’era la musica. |