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Il mio nome era Dora Suarez
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Marco Mancassola   
mercoledì 09 maggio 2007

L’attuale popolarità della scrittura noir mi ha sempre lasciato perplesso. I lettori di libri noir non mi hanno mai convinto. Il noir contemporaneo mi è sempre sembrato la tipica lettura del cinquantenne borghese che ha perso ogni rivoluzione, e subisce il fascino del mondo del crimine in chiave anti-borghese, convinto che il mondo reale, da cui lui si sente irrimediabilmente escluso, non possa essere che quello dei fuorilegge, dei serial killer, degli ispettori di polizia più o meno puri, più o meno marci. Ovvero un mondo dove si corrono rischi da cui lui, il lettore borghese, si tiene accuratamente lontano.
La letteratura noir nasce anche da altre pulsioni, ovvio, e il noir come intuizione della vita, una vita fitta di ambigue zone d’ombra, corrisponde senz’altro alla mia percezione. Resta il fatto che preferisco quegli scrittori capaci di trasformare questa intuizione in un clima interiore, in uno stato percettivo dei protagonisti, in oscure e inquietanti allegorie, piuttosto che nell’ennesima storia di polizia.
Fatta questa premessa, sembrerà strano che io voglia parlare di Derek Raymond, principe dell’ultra-noir inglese, aristocratico che abbandonò le fortune famigliari per una vita di avventurosi espedienti (anche questa, tipica vicenda che normalmente mi lascerebbe sospettoso). Raymond è un’eccezione. O meglio, Raymond è un apice, e come tutti gli apici si trasforma in eccezione, una creatura rara all’interno del suo stesso genere.
In Raymond non ci sono quasi investigazioni, e se ci sono risultano minime. Ciò che conta è il processo psicologico con cui, di volta in volta, l’investigatore si identifica: non con il criminale, bensì con la vittima. È la vittima, soggetto spesso del tutto strumentale in molte narrazioni, a diventare il protagonista di Raymond. Ciò che ne risulta è un racconto intimo, doloroso, vero.
I was Dora Suarez (Il mio nome era Dora Suarez, pubblicato in Italia dall’editore Meridiano Zero, che di noir "eccezionali" ne ha proposti più di uno) è considerato il suo libro di culto. Pubblicato per la prima volta nel 1990, ambientato in una Londra scurissima, questo affresco dostoevskijano è incentrato su Dora, prostituta che lavorava in un losco club, massacrata dal sadismo di qualcuno prima ancora che dalla malattia che portava. Siamo negli anni 80, e l’aids appare con le sembianze di una peste oscura. L’investigatore che segue il caso finirà per innamorarsi di quella donna morta, vittima senza speranza. Nel nero più assoluto, un frammento di umanità.

(Pubblicato in MADE05, marzo 2007)

 
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