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Autore: Walter Mosley Titolo: Futureland Edizioni: Fanucci, Roma 2006 Pagine: 367
La prima volta che lessi, grazie al consiglio di un amico, un romanzo di Walter Mosley, notai che il volume era accompagnato da una poco rassicurante nota di copertina, dove si affermava che Mosley fosse lo scrittore preferito di Bill Clinton. Ma bastarono poche pagine di quel libro (Diavolo in abito azzurro) per scoprire una scrittura intensa e frizzante al punto di spingermi a leggere parecchi altri dei suoi romanzi. Walter Mosley è nato come autore di crime story nella tradizione di Chandler, grazie alla lunga saga di romanzi centrati intorno alla figura di Easy Rawlins, il classico detective privato con alcune note particolari: era nero, con una coscienza politica, e padre adottivo di due orfanelli, una bimba messicana e il suo fratellino muto. Il suo sogno è starsene tranquillo a coltivare il giardino di casa, e nonostante le peripezie in cui viene coinvolto, è una persona fondamentalmente spaventata dal pericolo, come tutte le persone normali. Nella vasta produzione di Mosley, comunque, ci sono parecchi excursus in quel genere particolare che si chiama fantascienza. Futureland è infatti il suo ultimo libro di fantascienza, pubblicato in Italia due anni fa da Fanucci, mentre nel frattempo sono usciti anche in italiano, pubblicati da Einaudi, altri volumi della sua prolifica produzione, tra cui il giallo ad alta tensione erotica della scorsa estate “Volevo uccidere Johnny Fry”. Per parlare di quest’autore, però, non si può prescindere da un tratto fondamentalmente della sua identità culturale: Mosley è nero, e orgogliosamente attaccato alle sue radici afroamericane. E questo orgoglio trapela prepotentemente in ogni riga scritta dal nostro. Futureland è uno strano romanzo ambientato alla fine dell’attuale secolo. Strano innanzitutto perché si presenta come un volume di racconti, e solo a metà strada nel libro il lettore (o perlomeno, io) si rende conto che ogni racconto è collegato, e che il libro è senza dubbio un romanzo. Un esercizio di stile, forse, ma soprattutto una maniera efficace di coinvolgere chi legge in una spirale i cui tempi e ritmi si adattano benissimo a quelli della narrazione. Futureland narra di un pianeta Terra dominato da alcune identità in (apparente) conflitto tra loro: la Randac Corporation, una multinazionale obliqua e potentissima che controlla i cicli produttivi dell'intera popolazione mondiale; Infochiesa, un organismo psico religioso basato sulla tecnologia e dominato da un sedicente Dio, il dottor Kismet (impressionante la somiglianza con il termine infoetica coniato di recente da Papa Ratzinger), e poi ovviamente le autorità nazionali. Intorno ad esse si agitano movimenti più meno antagonisti: i Socint, socialisti internazionali, un gruppo dedicato all’estinzione della razza ebraica, e una lega internazionale per la liberazione del popolo nero, guidata da un pacato personaggio che assomiglia a Kofi Annan e che riuscirà addirittura a battere Dio a tennis, in una partita mozzafiato. Sotto queste autorità-entità si muove un popolo di prod, cioè umani programmati per la produzione, la cui maggiore preoccupazione è non rimanere disoccupati, pena la rimozione a Terra Comune, una specie di gulag sotterraneo dove non viene inflitta alcuna pena, ma dove ci si annoia a morte. Il romanzo si sviluppa attraverso movimenti di liberazione, rivolte e spionaggio industriale, partite di tennis e incontri di boxe, tossicomanie da Batticuore (una potentissima droga neurale), e qualche assaggio di sesso ribelle, sul modello di 1984. E soprattutto, miliardi e miliardi di kilobyte, l’unità di misura dell’intelligenza, la principale arma di offesa e difesa militare a Futureland. Oltre non mi sento di dire, per non rovinare la lettura, ma comunque è un romanzo che consiglio vivamente, soprattutto a chi ama Philip K. Dick, William Burroughs e dintorni. |