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God save the green
Osservatorio - Archivio 2006
Scritto da Marco Mancassola   
venerdì 01 settembre 2006

Il 1986 fu l'anno degli Europe e del loro ‘Final Countdown'. Apocalisse in versione soft metal. Io volevo i capelli di Joey Tempest. Ma quando arrivò la storia di Chernobyl, ricordo, un mio amico iniziò a dire che le radiazioni ci avrebbero fatto diventare calvi. Ricordo un'insegnante a scuola che ci diceva di non mangiare l'insalata. Ricordo il tono preoccupato/eccitato degli adulti.

Il 1986 fu l'anno degli Europe e del loro ‘Final Countdown'. Apocalisse in versione soft metal. Io volevo i capelli di Joey Tempest. Ma quando arrivò la storia di Chernobyl, ricordo, un mio amico iniziò a dire che le radiazioni ci avrebbero fatto diventare calvi. Ricordo un'insegnante a scuola che ci diceva di non mangiare l'insalata. Ricordo il tono preoccupato/eccitato degli adulti.
Sembrava The Day After , quel film tremendo sulla bomba. L'America qualche tempo prima ci aveva mandato la radiazione immaginaria di un film (il cinema porno vicino casa mia, ricordo, aveva sospeso la programmazione abituale per darlo). Ora la Russia ci mandava invece una radiazione vera, letale, che viaggiava col vento e insaporiva l'insalata.
Noi, l'Europa, stavamo nel mezzo.
La radiazione è qualcosa che non vedi né senti ma assorbi. Un fatto semi-immaginario che affligge il corpo in modo reale. Qualcosa che si infila tra cellula e cellula, trapassa la carne come una spada. Il nostro corpo sembra fatto per farsi attraversare. Il nostro corpo è uno scudo poco efficace, si lascia trapassare come fatto di aria. La radiazione smaschera la nostra vera consistenza, ovvero quella di fantasmi.
James Lovelock, scienziato ambientalista ‘eretico', dice nel suo ultimo libro che non avrebbe timore a sotterrare gli scarti di una centrale nucleare nel proprio giardino. Anzi, userebbe il loro calore per scaldare l'acqua del bagno. Il libro è The Revenge of Gaia , uscito nel Regno Unito qualche mese fa. Nel libro Lovelock ribadisce la tesi che sostiene da anni: l'energia nucleare è pulita e relativamente sicura. Il ricordo dello shock di Chernobyl non deve condizionarci. Di fronte alla catastrofica realtà del riscaldamento globale (rispetto al quale abbiamo già oltrepassato il punto di non ritorno), lo sviluppo delle energie alternative è ancora scarso e fornisce poche garanzie, e pensare di sopperire ai mostruosi bisogni energetici delle economie in crescita (Cina, India) con le energie rinnovabili oggi conosciute è ingenuo. C'è una sola salvezza, dice Lovelock, dai sempre più terrificanti effetti della combustione di idrocarburi. L'energia nucleare è il male minore.
Lovelock divenne famoso negli anni 70, quando coniò il concetto di Gaia : la Terra come un grande organismo che si autoregola, chimicamente e atmosfericamente, per essere habitat adatto alla vita. Il nome Gaia gli era stato suggerito in realtà dal vicino William Golding, scrittore premio Nobel noto per il romanzo Il Signore delle Mosche . Come Golding, Lovelock appare un pragmatico. Un vecchio signore radical-chic della campagna inglese, quel tipo di personaggio garbatamente spietato, garbatamente apocalittico. È proprio la posizione da cui Lovelock scrive a non convincermi del tutto. Ma indubbiamente c'è del fascino nel modo in cui questo signore pacato e anticonformista smonta (o prova a smontare), con tranquillo candore, certe parole d'ordine del pensiero ecologista ortodosso.
L'agricoltura biologica, ad esempio. Per Lovelock, il vero danno dell'agricoltura è l'agricoltura stessa, ovvero il fatto di sottrarre a Gaia prezioso terreno che il pianeta dovrebbe invece autogestire, per autoregolare la propria chimica e la propria temperatura. È come sottrarre a un organismo ampi spazi della sua pelle. In quest'ottica, l'agricoltura biologica risulta più dannosa di quella tradizionale: perché meno intensiva, e quindi bisognosa di maggiori estensioni. L'agricoltura biologica, dice Lovelock, sarà magari utile alla coscienza di tanti consumatori occidentali. Ma per il bene del pianeta è l'ennesimo boomerang.
I sentimenti ambigui verso il libro di Lovelock si mischiavano, nel periodo in cui lo leggevo, con quelli prevedibilmente più ‘simpatetici' verso Leo Hickman, autore di un libro che leggevo in contemporanea: A Life Stripped Bare – My year trying to live ethically . Hickman è un tipo della mia età, londinese, giornalista del Guardian, che per un anno ha provato a vivere secondo rigidi principi etico-ecologici. I suoi racconti di allevamenti di vermi in giardino per riciclare i rifiuti organici, spossanti spedizioni nei negozi per trovare i prodotti più sani e più etici, uso di pannolini lavabili per la figlioletta al posto di quelli usa-e-getta, vacanze estive con famiglia in Italia senza mai usare aereo né macchina, ricerca di deodoranti per ascelle privi di sostanze chimiche dannose, eccetera, hanno qualcosa di comico e commovente.
La prossimità che sento con questo Hickman è inevitabile. Faccio parte di una generazione cresciuta sentendosi attraversata, anima e carne, da una radiazione speciale. La radiazione della consapevolezza. Sappiamo tutto di quanto costa, a noi stessi e agli altri, il nostro sistema di vita. La nostra esistenza è insostenibile e non solo per colpa del caro vita, ma perché ogni acquisto che facciamo ha per noi un doppio prezzo. Quello effettivo immediato (un capo di abbigliamento, tot soldi), e quello morale (semplificando al massimo: quel capo di abbigliamento quanto costa al pianeta, e alla manodopera sottopagata che lo ha confezionato?)
Prima della generazione degli anni 70, suppongo, era ancora possibile per qualcuno ‘vivere senza pensarci', non essere informato, non essere consapevole, come qualcuno che va a una festa senza preoccuparsi di chi paga.
Noi sappiamo benissimo chi paga. Lo sappiamo fin dall'inizio. Però continuiamo a scroccare.
Mentre faccio scorrere la lama del rasoio sulla pelle. Mentre leggo gli ingredienti su una confezione al supermercato. Mentre sbircio gli inserti del sabato. Mentre controllo se nella mia stanza d'albergo c'è un network wireless. Mentre compro un regalo a una persona amata. Mentre infilo un preservativo. Mentre godo dello spruzzo di una doccia.
Non c'è istante in cui io non senta che tutto quel che faccio ha, per un semplice fatto di equilibrio, di sfruttamento delle risorse, di giustizia cosmica o quel che è, un prezzo altissimo che io (grazie al fatto di essere nato in un certo mondo e in una certa epoca) pago solo in parte.
Tengo a precisare che ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente working class, e non ho introiettato quel tipico senso di colpa misero, un po' viscido, da borghesia che si vergogna di se stessa. Qui non si tratta di quel senso di colpa. Si tratta di un sentimento più semplice e pratico, come quello di qualcuno che è in debito con una banca. La mia vita si basa su un sistema di debito. Che si tratti di un debito effettivo verso le carte di credito, o di un debito ‘metaforico' verso il pianeta, il risultato non cambia: prima o poi so che dovrò pagarlo.
Prima o poi so . La consapevolezza è il frutto amaro del mio tempo. Come tanti frutti amari, può essere salvifico oppure velenoso.
Tutti quelli che conosco, tutta la gente che incontro (della mia generazione, ma anche di quelle limitrofe) è impregnata, condizionata, sfigurata da questa consapevolezza. O perché la consapevolezza è del tutto rimossa, come uno spavento impensabile (e allora la persona appare un guscio vuoto e grottesco, un ologramma profumato e impomatato di quelli che tutti incontriamo, continuamente), o perché si incastra in varie forme di radicalità, in varie forme di assorbimento, in varie forme di compromesso nel proprio stile di vita occidentale (e l'effetto, a volte, non è meno grottesco).
Un tempo il ceto medio affrontava le proprie contraddizioni andando in analisi, o sognando di farlo. Oppure guardava Fantozzi e rideva di se stesso. Oggi ci siamo noi, uomini e donne cool e senza ceto, iperconsapevoli e informati, con i nostri manuali di consumo responsabile, le nostre conversazioni di stampo new global, i nostri slalom esistenziali per riuscire a conservare (in tempi di precariato) almeno una parte del tenore di vita della generazione precedente, e al tempo stesso convertirlo in un modello di consumo più sostenibile.
Il fatto è che di gente che sa tutto dell'ultima campagna di Greenpeace, o dell'ultimo negozio di commercio equo e solidale, o di quanta foresta vergine è stata disboscata l'anno scorso per colpa di una certa multinazionale, ce n'è un sacco in giro. Eppure la situazione non sembra cambiare molto. C'è qualcosa che non quadra. I conti non tornano. Sarà, forse, che la consapevolezza tende spesso a diventare sfoggio di consapevolezza , a farsi sottilissima e lucente superficie ideologica , senza intaccare il grosso della nostra vita?
Parlare di certe cose ci fa sentire dalla parte dei buoni. Ma praticarle integralmente ci fa sentire isolati e perduti, perché pochi si spingono davvero fino a là, oltre il confine che separa lo slogan dalla reinvenzione radicale, dolorosa della propria vita.
Ci sono parti, nel libro del prode Hickman, dove i suoi propositi etico-ecologisti gli fanno sfiorare la crisi matrimoniale con la moglie esasperata.
Allo stesso modo, nel libro di Lovelock ciò che mi colpisce è la capacità di sfondare certi veli ideologici e porre domande davvero radicali, davvero disturbanti sulle nostre effettive possibilità di salvare il pianeta (al di là che le sue proposte siano accettabili o meno: non sono certo qualificato per dirlo).
Ciò che voglio dire è che, sempre più, mi accorgo come la patina ecologica avvolga molti discorsi, diventi codice corrente per un numero sempre maggiore di persone, si faccia luogo comune e pratica di autoassoluzione (ho due lavatrici e un'asciugatrice, ma compro solo detersivo ecologico). Ciò che voglio dire è che i piccoli aggiustamenti al proprio stile di vita, magari anche un po' modaioli, sono simpatici e (si spera) non fanno male. Compro solo banane fair trade, passo le vacanze a salvare le piante grasse della Tasmania. Bravo. Ma serve altro. C'è bisogno di radicalità. C'è bisogno di cose che fanno male. C'è bisogno di discussioni davvero critiche e realistiche. C'è bisogno di litigare con la moglie, di sentirsi freak senza rimedio (chi ad esempio prova a vivere senza automobile da anni, anche quando si trova a passare periodi nella provincia italiana, sa di cosa parlo), di iniziare a pagare il debito, quello vero, sebbene nessuno ufficialmente sembri avercelo chiesto.
Queste, lo so, sono parole. Gli scrittori notoriamente sono bravi con le parole (e a denunciare, eventualmente, i punti dove le parole perdono presa), meno coi fatti. Vivono senza macchina, poi magari prendono aerei di continuo.
Sei disposto a non prendere mai più un aereo in vita tua? Sei disposto a non possedere mai più una macchina? Sei disposto, se non vuoi usare né petrolio né energia nucleare, a non dare più per scontato un servizio di energia elettrica pubblica nella tua casa? Sei disposto a disconnetterti dal flusso globale di merci e movimenti che, oggigiorno, sembra una delle poche cose capaci di distrarci dalla nostra solitudine?
Attraverso domande del genere, ognuno compie il suo percorso. È un percorso empirico. Desideri, scelte, contraddizioni. Ognuno affronta via via un diverso grado di radicalità nella reinvenzione della propria vita, ognuno sa dove può (vuole) arrivare. Ognuno sa quanto debito ripagare. Tutti sanno che c'è poco tempo. Anzi sanno che non ce n'è più.
Mentre viviamo, mentre ci destreggiamo tra necessità contrastanti, mentre lottiamo per superare le nostre paralisi, mentre ci guardiamo intorno in cerca di sesso, di contatto umano o di pura sopravvivenza. Mentre facciamo tutto questo, pensare davvero a scelte etico-ecologiche radicali, intendendo per radicale qualcosa che segnerà un definitivo prima e dopo nella nostra vita, può apparire un compito improbo. Ciò che davvero cercheremo di fare, istintivamente, sarà conservare certi privilegi, conservare qualcosa della vita in cui siamo cresciuti.
La dura realtà, giunti a questo punto, è che salvare noi stessi e salvare insieme il pianeta non è possibile. Salvare l'uno significa condannare l'altro. Per quanto un certo conciliante pensiero ecologico-new age ci dica che la nostra salvezza è la salvezza del mondo, che la nostra vita è la vita di Gaia, credo che Gaia abbia idee diverse.
Se persino una scelta ‘banale' come il fatto di avere o non avere una macchina segna, in molte parti del nostro mondo, la differenza tra vivere o non vivere una vita ‘normale', capiamo la posta in gioco. La posta in gioco non è solo la scelta tra mele biologiche o meno, tra un conto bancario etico o meno, tra un sistema di riciclare i rifiuti e l'altro, ma la nostra vita come la conosciamo. L'intero concetto di vita ‘normale'. Smettere di viverla ci sembra impossibile, eppure sappiamo che prima o poi dovremo.
Il compito che spetta alla mia generazione è stare nel mezzo. È sentirsi trapassata dalla radiazione dell'incertezza, del passaggio, dell'incognita. Fuori dal modello di vita precedente, ancora privi di un modello nuovo. La mia generazione è fatta di fantasmi, consapevoli di essere sul punto di svanire. La mia generazione in realtà è bellissima, come tutte le generazioni che vivono a un confine. Spero solo di vivere abbastanza per vedere cosa c'è di là.

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