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Il dolore secondo Matteo
Café Librario - Archivio 2007
Scritto da Marialuisa Fascì Spurio   
martedì 23 ottobre 2007

Autore: Veronica Raimo
Titolo: Il dolore secondo Matteo 
Edizioni: Minimum Fax, Roma 2007
Pagine: 164

Le parole di Matteo sono parole di uomo. Le prime, che colpiscono, sono sassi gettati che increspano l’aria serena e calda di un sabato pomeriggio di pioggia. Le parole di Matteo sono parole di uomo scritte da una donna: precise, nitide, scientifiche e nello stesso tempo cariche. Un bisturi che apre, incide, taglia e che con lo stesso ritmo e modalità dissettiva recide tanto la lingua quanto una suggestione. Le parole di Matteo muovono pagine che combinano una forte e distante introspezione sociologica a un ritmo narrativo puntuale, sfrondato, bianco.
Le parole di Matteo vivono del paradosso di un suono leggero e rilassante e di un carico semantico intenso, quasi come ascoltare una antica nenia dalla musica sensuale e dalle parole feroci; un acquarello a tinte scure dove eros, sadismo, masochismo si mischiano perfettamente al vivere quotidiano e routinario, alla materia grottesca di cui è fatto l’uomo, e dove una ditta di pompe funebri fa da sfondo ad un’emotività mai completamente espressa.
La Raimo, Matteo, ha uno sguardo dritto e secco sulle cose, arriva al nucleo senza edulcorare, senza preparare l’ambiente e fa breccia. In un’ironia caustica, cinica e vibrante, racconta il dolore, un piccolo e chiaro male di vivere comune, un dolore senza dolorismi, ma che asciutto non ha bisogno di gesticolare per spiegarsi.
Matteo, la Raimo, nel suo incedere è freddo, a volte sembra una macchina che registra i dati, li elabora e li sputa fuori sottoforma di impassibile rappresentazione di una realtà ancora più reale. Matteo vive del dolore degli altri, lo studia, lo fissa, lo vive, ma difficilmente lo capisce, fatica nel com-patire, ma ne è comunque assetato, curioso di dolore, come un bambino che scorge, sospetta, inciampa nella realtà. Come un bambino che crescendo ha necessità di esperire, ha bisogno di sperimentare, tanto di torturare una bestiola, quanto di calpestare un sentimento di cui non sa ancora il nome, che non sa ancora maneggiare; ha l’urgenza di disfare per vederne l’effetto e poi contemplarlo.
"La gente non sa accontentarsi, desidera insieme prigioni di massima sicurezza e continue vie di fuga, sogna l’amore assoluto e sogna di sentirsi tradita perché non sa godere, si dimentica di santificare le feste perché non sa riconoscerle".

 
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