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La morte del cameriere
Scritto da Cristiano Armati   
giovedì 29 maggio 2008

Hanno aperto un nuovo ristorante ai piedi di quella che una volta era una fabbrica abbandonata e che adesso è diventata un grande centro commerciale. Si tratta di un posto piuttosto particolare, specializzato in cocktail di frutta ed in cucina veloce di matrice californiana. Entro e mi siedo, un po’ per curiosità e un po’ per fame. L’unico problema è che, dal menù del ristorante, non è poi così facile tirare fuori qualcosa di buono da mangiare: le specialità della casa sono gli onion ring (cioè cipolla fritta) e gli hamburger al formaggio in salsa tropicale. Per questo locale, in effetti, il cibo ha smesso di essere una forma di attrazione: la luce soffusa, la musica ad alto volume e gli schermi ultrapiatti con le loro belle immagini da proiettare sembrano sostituire alla necessità dell’alimentazione il privilegio di avere a disposizione un posto alla moda dove stare. Seduto su una sedia progettata secondo i dettami di un ardito design industriale, comincio ad avvertire un senso di malessere che, nel tempo necessario ad aspettare il cameriere, si trasforma prima in un ricordo e poi in una strana forma di dissonanza culturale. Il ricordo è quello di un cameriere che, in luoghi diversi da questo, era solito trattenere la pancia dentro una cintura nera prima di mandare a memoria liste interminabili di contraddittorie ordinazioni: due porzioni di bucatini all’amatriciana, anzi tre. Quattro piatti di fettuccine cacio e pepe, una però senza pepe. Una bistecca. Ma ben cotta. Una lombata. Al sangue. Cicoria ripassata: con tanto peperoncino, mi raccomando. Scusi: che mi può portare i bombolotti al ragù al posto dell’amatriciana?
Il cameriere, a questo punto, sorrideva e faceva sì con la testa. Poi andava in cucina e riportava al cuoco la comanda. Per compiere il suo lavoro usava la memoria o al massimo la carta. Adesso, invece, a servire ai tavoli ci sono solo ragazzine. Anche queste hanno la pancia, però scoperta. E portano un anello d’argento infilato dentro l’ombellico. E il loro sedere, strizzato nei pantaloni aderenti che compongono la divisa, suggerisce una facile analogia tra la possibilità di comprare il cibo e quella di avere qualcosa con cui scaldare il proprio letto.
Questo tipo di cameriere, in ogni caso, non presta nessuna attenzione a ciò che viene detto: spiedini al curry o gelato alla vaniglia, non c’è più nulla che meriti di essere ricordato, perché tutto viene digitato sui tasti di un piccolo computer colorato che trasferisce gli ordini in un elaboratore centrale, il quale è in grado di preparare il conto prima ancora che il cliente abbia consumato.
Un apparato informatico che costa migliaia di euro non può esistere senza soddisfare uno scopo. Alzo gli occhi verso la ragazzina che mi sta servendo e, dietro di lei, vedo un film che gli schermi ultrapiatti che adornano il locale si guardano bene dal proiettare: il film di migliaia di ragazze pronte a trasformarsi in numeri che, sul mercato del lavoro, non fanno altro che pigiare un tasto sul costoso computer palmare che il padrone gli ha dato in dotazione, rinunciando, insieme ad ogni specializzazione, anche ad ogni possibilità di ottenere uno straccio di aumento di stipendio o di sostenere qualunque rivendicazione.
Per questa ragione, alla ragazzina che mi da del tu per chiedermi che cos’è che prendo, rispondo enunciandole lo scopo dell’investimento che lei stringe tra le dita: “Ad ognuno verrà dato un computer palmare affinché nessuno possa pensare di essere indispensabile.”
Il cameriere è morto ed io mi alzo e me ne vado. Di fronte a persone che, anziché servire gli uomini, servono ai computer, non ho più nessuna voglia di mangiare.

 
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