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Che il sudore scenda dalle alte pareti della mia fronte, frontespizio di un monumento da dedicarmi, perché il mio assassino è a cena con le mie paure, con le mie intenzioni, con il mio bagaglio d'incertezze.Egli ha riverberi d'egoismo, sotto falso nome traduce i suoi timori nelle mie libertà, avvolge il tremore e lo rende sogno deviato, incubo. A volte guardo attraverso pensieri ostili quale possa essere la ragione, il motivo essenziale per cui l'aguzzino voglia uccidermi. Ma i tentativi cozzano con la sua timidezza, con la sua premura d'ammazzare con rispetto, con gratitudine verso quel fiotto di sangue che potrebbe colorare i suoi giorni. Ammettendo di essere folle, egli dirige il vertice della sua empatia verso il mio giorno. Orgoglioso della sua tenue cecità, il nemico di vita mi offre appunti e note di un'esistenza scarna ma solida. Non voglio frugare tra cose senza appartenenza, tra righe e concetti inutili agli occhi dei pochi. Voglio sfuggire all'assassino, come in un vero giallo che si rispetti, e non stringere amicizia o scambiare con egli confidenza per soffrire meno.Una certa percezione, vera e cristallina, mi informa che egli capisce le mie intenzioni, ma indeciso sul da farsi scarica la sua ira su donne dormienti e anziani ansanti, distribuendo paura e follia tra chi egli odia. Ama me, dunque? E perché uccidermi, allora, chiedo? Forse egli sta offrendomi amore, comprensione, in attesa del mio dono: un piatto d'argento colmo d'odio e di solitudine. |