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Maledetto fu il giorno che decisi di mangiare cotechino modenese con lenticchie! Dopo averlo fatto bollire per venti minuti, lasciai colare il grasso fuori dalla busta d'alluminio giù nello scarico del lavandino. Come avrei potuto anche solo lontanamente immaginare che una simile sciocchezza automaticamente eseguita, avrebbe da quel momento in poi potuto cambiare così tanto la mia vita!? L'indomani, alzatomi a mezzogiorno, decisomi finalmente a lavare i piatti della sera prima, mi ritrovai con l'acquaio otturato. Alla vista dell'indurito grasso residuo nel piatto sporco, intuì subito che doveva esser stato quel tremendo scolo di cotechino, raffreddandosi, indurendosi, legandosi forse ad altra immonda materia, a depositarsi in qualche punto della tubatura, formandovi un tappo di materia tenace! Inutili i tentativi di sturare il sifone con la ventosa. Per quanto possenti, da fare male alla mano, i colpi di sturalavandino non sortirono alcun effetto. L'acqua non scendeva più neanche di un millilitro. Mi precipitai pieno di fiducia al più vicino supermarket. Tornai a casa, svuotai il più possibile l'acqua stagnante nella vasca del lavandino con un bicchiere e un panno spugna da impregnare e strizzare. Versai nello scarico mezzo e poi tutto il flacone di disgorgante granulare per gli ingorghi difficili. Vi aggiunsi l'acqua bollente, come da istruzioni, tenendo la faccia e gli occhi lontani dal fumo tossico che andava esalando per reazione, il naso e la bocca riparati dal colletto sollevato del mio pile. Ma non c'era scritto che avrebbe scomposto ed eliminato istantaneamente qualunque sostanza ostruisse le tubature? Dopo un'ora, ancora niente: l'acqua stagnante continuava a stagnare ed era più che mai evidente che neanche il sodio idrossido anidro al 70% gliel'avrebbe fatta! Riflettendo, avevo comunque sbagliato: il tubo in un qualche punto intasato era rimasto colmo d'acqua ferma, sicché certi prodotti non potevano funzionare al meglio o nient'affatto, non riuscendo nella giusta concentrazione a raggiungere il punto, aggredendolo con efficacia. Era sconsigliato, ma a questo punto, infilati i guanti monouso, presi a sollecitare lo sgorgo con la ventosa. Con l'altra mano bloccavo i getti di ritorno dal buco del secondo scarico alto con una pallina da tennis premuta contro, al fine di evitare ogni contatto con l'acqua ormai contaminata dalla sostanza caustica. Niente da fare: l'otturazione era al di là di quel primo maldestro intervento. Cominciai quindi a preoccuparmi circa la bontà salubre del cotechino. Una roba piena dei più disparati acidi grassi: oleico, palmitico, arachidonico, linolenico, saturi, polinsaturi, monoinsaturi… e un notevole contenuto di colesterolo… Seppi più tardi che si preparava fin dall'antichità per utilizzare tutte le parti del maiale, anche quelle meno nobili. In quel sanguinoso trito di carne suina si metteva di tutto, incluse le cotenne, le orecchie, i nervetti, il muso… L'impasto veniva poi insaccato con la pelle della zampa anteriore del maiale. Non è che ci mettevano anche gli occhi, lingua e genitali e avanti? Oddio, non volevo davvero più pensarci. Questo sarebbe stato per certo l'ultimo cotechino di mia vita. Però era buono, dopotutto. Rigovernai le stoviglie del giorno dianzi nel lavabo del bagno pensando alla mossa successiva. E intanto presi a preoccuparmi dell'acqua contaminata di disgorgante che aveva qua e là colpito i miei pantaloni. Ipocondriaco non meno di Argante, già mi vedevo il jeans sciogliersi e dietro a corrodersi pure mie porzioni e lembi di pelle e peli fumanti in una performance senza pubblico di body art alla Hermann Nitsch o alla Gina Pane, famosa per le azioni in cui si tagliava con una lametta varie parti del corpo, come l'orecchio o la lingua, o le mani; o quando si piantava spine di rose nelle braccia per esprimere l'angoscia di un rapporto d'amore doloroso. Corsi a cambiarmi i calzoni e mi ispezionai a lungo sotto la doccia. E quelle piccole bolle sul dorso, sulla linea di percussione di una mano? A questo punto bisognava procedere con mezzi meccanici. La mia cassetta degli attrezzi era sprovvista di una qualunque cosa potesse servire a svitare quei dadi da 40. Dovevo attendere l'apertura dei negozi. E così fu, per scoprire che le ferramenta erano quasi tutte chiuse di sabato. In quel pomeriggio di solatio gennaio che uno rimpiange di non essersela spassata in altro modo, girai a piedi l'intero quartiere finché, ormai buio, stanco, sudato, affranto, senza pranzo, ne trovai una che, se l'avessi saputo prima! era proprio un negozietto dietro casa, mai visto prima però, perché da quella parte di quel corso non ci andavo mai. Tornai a casa con la mia pinza pappagallo di cromo e vanadio nel sacchetto. Mi costò una cifra! Le sei del pomeriggio. Ah, dopo lo sciagurato anno bisestile appena finito, ne cominciava un altro - mi sa - non meno odioso. Più che armato di santa pazienza, depresso dalla continuità dei fatti avversi e ad essi ormai rassegnato, cercai di maneggiare quella pinza (non vi ero mai riuscito) nel modo più efficace. Ogni volta il fermo usciva dalle tacche, i mordenti della mascella facevano giusta presa per un attimo poi mi scappavano le branche impugnate senza scienza. Disperai, sentendomi incapace perfino di capire il corretto uso di una pinza regolabile. Dopo vari maneggiamenti riuscì finalmente a svitare il sifone a S. Vi guardai dentro, ed era come avevo pensato: un blocco solido giallino tappava completamente quel raccordo nella prima curva. Provai a romperlo a colpi di martello su un cacciavite usato a mo' di scalpello. Niente! Simile a pietra! Che fare adesso? Se l'avessi messo a bollire a lungo in una pentola, proprio come il cotechino, si sarebbe sciolto allo stesso modo, no? Già, ma se quel blocco di grasso solidificato avesse – com'era probabile – contenuto residui di disgorgante, che venefica fumata avrei fatto per casa? Eppoi, avrei dovuto anche buttar via la pentola. Portai il sifone nel lavabo del bagno e vi lasciai scorrere a lungo l'acqua bollente. Dopo qualche minuto tornai a vedere: ebbene sì! La massa compatta si era interamente disciolta e l'acqua poteva rifluire di nuovo attraverso il tubo. “ Sono un fico! Sì, sono un fico! Idraulici, idraulici del tubo… Prrrrrrr…” esclamai molto fiero di me. Rimontai il sifone, aprì il rubinetto … La gioia disparve. Subito l'acqua tornò a colmare il lavello di ormai sozzissima maiolica. Nulla, neanche un piccolo gorgo, niente amata spirale di Coriolis! Ripresi il succhiello di gomma, che usai con tutta l'energia della disperazione. A questo punto fu chiaro che di occlusione doveva essercena almeno una seconda, questa volta nel tubo a parete! “ Lavoratori… Lavoratori della malta! Prrrrrrr…” Lo spernacchio mi risuonava ancora dentro, ritortosi contro di me come ad Alberto Sordi nella scena dei Vitelloni. Oh, nullafacenza! Basta! Non avevo mangiato tutto il giorno, ero famelico. Meglio rimandare all'indomani il seguito delle umiliazioni. Cucinai, scolai la pasta in bagno. Domenica, al risveglio, la prima mia preoccupazione fu quella di perseverare serenamente nella soluzione al problema dell'otturazione. Preparai gli utensili con calma, li disposi bene, respirai col diaframma come dovessi dedicarmi a una seduta di rebirthing, anzi di vivation. 1. Esplorare tutti i cambiamenti sottili che si avvertono; 2. guidare l'inspirazione attraverso la sensazione più forte presente al momento; 3. imparare a godere il più possibile del momento stesso, che equivale all'essere ben presenti a se stessi e a trarre da ogni cosa il massimo piacere. Svitai i dadi, tolsi di nuovo il sifone. Mi munì di un metro estensibile di metallo. Non avevo del fil di ferro, e quella era l'unica cosa trovata in casa che potesse fungere da sondino. Ed ecco, a 30 centimetri nel muro, il tubo era ostruito. Riuscì a rimuovere quel qualcosa, sfruculiando in un su e giù come in tantrica meditazione Om-Ah-Hum e mentalmente ripetendomi il dodicesimo Stratagemma come fosse un mantra: “Portar via la pecora che capita sotto mano”, ossia: “allorché un piccolo varco si apre, approfittarne subito. Allorché si presenta un piccolo vantaggio, coglierlo subito. Tanti granelli ammucchiati fanno una pagoda”. E qualcosa si mosse. Il metro andò più giù. Ce l'avevo fatta! Rimontai il sifone. Aprì il rubinetto. Niente: l'acqua non scendeva ancora. Rismontai il sifone e per dieci minuti continuai a sondare e, se possibile, rimuovere una volta per tutte, con quel che avevo, la dannata ostruzione. Questa volta il metro arrivava giù a 80 centimetri, ma più nulla ne poteva: anche spingendo più forte il flessibile non faceva altro che ricordarmi onestamente la sua proprietà appunto di “flessibile”, ripiegandosi in un qualche punto e tornando indietro come il cavallone di un'onda. Anche quel giorno dovetti arrendermi. L'indomani avrei cercato una spirale metallica per la pulizia dei tubi. Ne avevo appreso l'esistenza su Internet insieme a tanti bei consigli per sturare i lavandini. Ma l'indomani cambiai idea. E se avessi spinto quell'otturazione sempre più a fondo, magari fino al lavandino dell'inquilina del piano di sotto? Ne sarebbe venuto fuori un caso di condominio. E tutti avrebbero sdegnosamente esclamato: “che imbecille quel Riccio, che incivile: buttare grasso di cotechino nel lavandino!” Ero stanco di questa faccenda. Da due giorni mi nutrivo solo più a pizze surgelate su carta forno mangiate con le mani, bevendo al collo di bottiglie, per sporcare il meno possibile cose che non volevo più lavare in bagno. Provando giorno dopo giorno rischiavo di portare troppo avanti quella penosa situazione, annichilendo del tutto la mia già scarsa autostima. Chiamai l'amministratore per chiedere di un idraulico di fiducia. Il quale chiamai. Sarebbe venuto l'indomani. “Con tutta calma” gli dissi, sapendo di certi salassi nelle questioni d'emergenza. E così passo anche il terzo giorno. Il quarto giorno l'idraulico liberò finalmente quel deposito: gli bastò una mezz'ora di sonda, poi l'acido solforico. Anzitutto mi chiesi come mai gli draulici avessero guadagnato tanto sex appeal, divenendo uno dei soggetti favoriti nei sogni erotici delle donne in casa. Quello era grasso, tozzo e rozzo, con i pantaloni larghi e cadenti, con fetta di culo ed elastico di mutanda fuori! Mah! Mi diedi giustamente dell'idiota per aver pagato quei 90 euro quando avrei potuto arrivarci anch'io, tra un tentativo e l'altro: una sonda e un po' di H 2 SO 4, ! L'acido solforico, lo spirito di vetriolo per la prima volta distillato dall'alchimista arabo Ibn Zakariya al-Razi . E pensare che da ragazzino mi affascinava l'Alchimia, ai cui misteri mi aveva introdotto Rimbaud! Che ci voleva!? Tuttavia non avrei mai realmente maneggiato un acido liquido, per il terrore di un incidente e le ustioni terribili che ne sarebbero derivate. Non per niente avevo scelto i granuli. Che ne potevo sapere? Per quanta attenzione uno avesse potuto adoperare, metti che fossi svenuto in quel mentre, per fame, stanchezza, emozione, attacco d'asma e scarsa ventilazione, per una sincope di natura vascolare o cardiaca, insomma un'ostruzione all'afflusso (già che si era in tema di ostruzioni), o che per la prima volta di mia vita si fosse manifestata l'epilessia, o la narcolessia o un attacco catalettico, o che in quel mentre di grande concentrazione il cane si fosse messo a ringhiare e abbaiare alla porta, o che qualunque altra cosa mi avesse spaventato, facendomi scattare così da buttarmi, spuzzarmi addosso quell'oleum fumante! No, no, mai avrei usato gli acidi allo stato liquido! Mio Dio, e pensare che il vetriolo era stato tante volte usato per sfregiare la gente o per disciogliervi cadaveri! Nella Repubblica del Bangladesh le donne venivano sfregiate ancora e con sempre maggiore frequenza (almeno duecento casi ogni anno) con il lancio di acido solforico, vittime di uomini le cui avances erano respinte o di mariti insoddisfatti della dote portata dalla moglie i quali si vendicavano colpendole così personalmente e nel loro ruolo sociale, vergogna per se stesse e per la famiglia! E qui finiva il mio racconto. Quando lo iniziai, avrei voluto continuarlo in un qualche modo kafkiano o alla Iegor Gran: partire da un'ostruzione nel lavandino per narrare la rovina assurda di una vita. Ma poi non ebbi più idee né voglia. Io, a quel tempo, dopo vent'anni di tentativi, aspiravo ancora alla fama di scrittore, quanto meno alla notorietà, a una prima buona pubblicazione. Avevo scritto molte cose in verità buone, sicuramente migliori dell'Otturazione ottenendo pubblicazioni sparse, ma mai una lira o l'attenzione di un grande editore, di un lancio come si doveva. Poi un giorno, per l'ennesima volta, insieme ai miei lavori migliori, mandai per sbaglio anche questo racconto mai proseguito e finito. Non so come ci fosse finito nel mezzo. Semplicemente, non me ne accorsi. Dopo due mesi fui contattato da una delle più importanti case editrici. L'editor mi disse che i miei racconti non erano piaciuti, ma quello dell'ostruzione sì, e moltissimo: era davvero geniale! Lo avrebbero senz'altro pubblicato sulle migliori riviste di letteratura e in una prestigiosa antologia di miei contemporanei. E così fu. E fu la gloria. Fui ospite di convegni, televisioni, saloni del libro… Un certo autore vi fece pure un adattamento teatrale. Nel fare paragoni, per me scomodarono Ionesco, Becket ed altri grandi nomi. Naturalmente i critici sciorinarono tutta la loro sapienza intorno al mio racconto, per il quale potevo essere a gran voce considerato il capostipite di un nuovo genere letterario, lo “scrivismo”, sviscerato, teorizzato e da subito inserito perfino nelle nuove enciclopedie e i dizionari di letteratura. Per riassumere, ecco cosa ne scrisse un famoso professore. “Riccio, nel suo racconto miliare, è come la vita banale e quotidiana, ma reale di ogni giorno, quindi in assoluto la più profonda (perché è quella che di fatto viviamo) anche coi suoi fatti più insignificanti, fino a lui considerati inenarrabili perfino dalla cosiddetta corrente del “minimalismo”, che purtuttavia diventano non meno importanti, cioè di quelli di cui la vera esistenza è fatta, anche se mancano di un crescendo, di un finale, di una finzione (ma non di una propria intenzionale funzione) narrativa… Micro-minimalismi semplificati, se occorre, fino all'atomo e alla materia sub-atomica, che quindi ricostruiscono il tutto di cui sono la stessa sostanza, si ricollegano virtualmente ad ogni altra cosa, mimima o massima, lieve o tragica, storica o a-storica, prosaica o poetica del mondo: dall'otturazione di un lavandino all'Alchimia di Ibn Zakariya al-Razi o a quella del Verbo di Rimbaud (che così rivive nel momento più strano, nella dimensione interiore dell'associazione, del ricordo, del sapere); da un piccolo gesto per niente narrabile di chi si inginocchia sul pavimento di un cucinino a tentare di liberare inutilmente una conduttura idraulica ostruita dal grasso di un cotechino a una tantrica meditazione, ai 36 Stratagemmi cinesi, alla corrente artistica della body art che usava il corpo come supporto per creare un'opera d'arte e dove il corpo riusciva ad essere molto più espressivo di tutte le tecniche possibili, anzi, il corpo da solo doveva essere in grado di esternare il mondo interiore, le angosce, i dolori, i problemi di coloro che lo mostravano. E con quella semplice citazione si è sentito, senza direttamente confessarlo, tutto il disagio fisico e l'angoscia dell'Autore. E, ancora: da uno sturalavandini alla vergogna del caroeuro e della per sempre impunita esistenza di certi professionisti approfittatori dai cospicui, disonesti guadagni esentasse; o dall'orrore sanguinoso (e sanguinario) del trito di carni di poveri maiali fino alle donne sfigurate nel Bangladesh in un tragico finale di denuncia e nausea per l'umanità non dichiarate, giudicate, ma lasciate intuire, come tutto il resto, con magistrale sospensione e raffinatezza, quasi a mostrare insieme la vuotezza dell'uomo contemporaneo che, pur sapendo le peggiori cose del mondo ma in successione di informazioni a raffica che si annullano l'una con l'altra, le oltrepassa nel medesimo istante senza lasciare postumi di nessuna sorta” eccetera eccetera. E finiva dicendo: “Riccio, con il suo racconto, narra senza narrare, superando ogni regola o limite del mestiere di scrittore semplicemente scrivendo, ed ha per primo tracciato la rotta della nuova letteratura definendo il nuovo flusso di coscienza che tutto avvalora nel racconto della vita più spicciola, senso e nonsenso altresì che si riconciliano, sguardo di un occhio sull'asse del microscopio, l'altro all'oculare di un telescopio e terzo occhio sulla realtà contingente. E il finale? Nessuno: si chiama un idraulico e finisce lì. Come nella vita di ogni giorno. Nessun finale, perciò: ogni racconto del Riccio e degli scrivisti a seguire, tutti tra loro si possono incastrare all'infinito, come nel racconto finora mai veramente raccontato di una vera vita qualunque, come in un'unica gigantesca opera letteraria. Se ne può quindi cercare all'infinito il seguito tra un autore e l'altro, a caso, e ritrovarsi sempre con la stessa insoddisfatta tensione di una soluzione, di un vero evento che mai arriva, come il Godot di Becket, come la vita normale dei più e quindi, non più, meno vita né meno ispirazione e letteratura”. E avanti. L'unica esclamazione che mi uscì di bocca quando lessi questa chiosa pomposa fu: “Mamma mia! Non pensavo!” Da allora scrissi tutto il resto, divenendo finalmente uno scrittore di successo, pieno di soldi e riconoscimenti, il padre di tutti gli “scrivisti” e dei “post-scrivisti”. E devo confessarlo: non fu difficile continuare a scrivere così, inclusi i romanzi. Beh, ora che sto per morire lo posso dire e così completare. Dovrei soltanto cambiarvi l'incipit: Benedetto fu il giorno che decisi di mangiare cotechino modenese con lenticchie e di iniziarvi un racconto che poi non trovai più il modo di continuare! Come avrei potuto anche solo lontanamente immaginare che una simile sciocchezza automaticamente eseguita, e poi una distrazione, una bozza di racconto iniziato e mai terminato, finito nel mezzo di tanti bei racconti (quelli sì, a parer mio ancora oggi) su cui avevo – come si suol dire – sputato sangue ma mai filati, avrebbe potuto cambiare finalmente la mia vita!? Non ho più scritto quel che avrei voluto, ma almeno gli ultimi trent'anni di scrittore li ho vissuti proprio bene. |