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Una storia sbagliata
Scritto da Isabella Borghese   
mercoledì 30 aprile 2008

E' una storia da dimenticare
e' una storia da non raccontare
e' una storia un po' complicata
e' una storia sbagliata.
(Una storia sbagliata- Fabrizio De André)


Che non me ne vogliano né l’autore, né la vittima, batte Sofia mentre ascolta l’interpretazione della Berté e scrive le sue. È solo una storia sconclusionata come ce ne sono tante, di anonime, in bianco e nero, di quelle che i panni sporchi si lavano in famiglia, di quelle che ammuffiscono. E va là, allora servirebbe solo che fossero come la muffa della marmellata, che la butti via e il resto, quel che ne rimane, è tutto buono lo stesso. Ci sono mattine che la sveglia di Sofia senza che la richieda è quel ticchettìo incessante dello spazzolino da denti sbattuto a forza nel fondo del bicchiere e Sofia lo riconosce e riconosce anche la voce àtona di Beniamino scandire uno, due, tre, quattro… per accompagnare ogni ticchettìo all’unisono. E arriverà almeno fino a dieci e almeno per tre volte fino a dieci. Una conta che ha il ritmo e il fare di un’ossessione maniacale. Già. E Sofia sa anche che per aver libero quel bagno dovrà aspettare che la conta di Beniamino finisca, e senza poter mai immaginare però quale sarà il momento. Ma poi ci sarà il tempo che Beniamino passerà in camera sua ad accertarsi la data del giorno e per ripeterla a oltranza. E allora in quei momenti, nessun dubbio, il paradiso Sofia sa di averlo lasciato alla notte trascorsa, a qualche sogno che nemmeno ricorda, o in quel letto che l’ha ospitata giorni addietro, lì dove i suoi piedi erano ghiacciati, ma un abbraccio lungo una notte era riuscito a riscaldarle l’anima. E Sofia allora dice a se stessa che sì, è vero, Bukowski, parole sante, si può andare in paradiso anche prima di morire. E quei momenti, seppur isolati, rari, per lei sono l’unico paradiso possibile. Il resto invece, il resto è una storia confusa, brutale, da dimenticare. Beniamino è altalenante: un sorriso pallido, poi un pugno pesante. Una lacrima compassionevole, poi un gesto impulsivo. Un coltello tra le mani lanciato nel vuoto. Il Ponte delle Valli, che, Mi ci vado a buttare, ripete Beniamino di tanto in tanto. E poi scompare e Sofia lo va a cercare ovunque, anche sul ponte, dal ponte. Si affaccia pure di sotto, tra le rotaie direzione stazione Nomentana, l’angoscia che toglie il respiro, la puttana che scende da una bmw e aspetta il prossimo lavoretto e le giostre che dall’altra parte del ponte seppur squallide vogliono riportare a un mondo fiabesco di giochi, il paese dei balocchi di Conca d’Oro. Ci vorrebbe Juana in giornate così, il loro chiacchiericcio, ma è scappata a Vienna, ha lasciato a Sofia solo quel corpetto di pelle e strass con cui lei faceva gli spettacoli di notte e qualche parola affettuosa al seguito. Questa mattina imbevuta di ricordi Sofia scivola in cucina e sa già che è una di quelle giornate che alla fine si presenteranno con un conto da pagare. Lo capisce nel martellare di quella voce che proviene dal bagno senza accennare ad alcun silenzio. Allora lei chiude le porte in un gesto di rabbia, di divisione, anche di rottura spiega l’analisi. Poi mette su la macchinetta del caffè e passa nel salone. Pensa che è il ventiquattro dicembre, il Natale quasi al capolinea dunque, e in quella casa, di roba che abbia a che fare col Natale c’è solo il biglietto di Luca Sempre splendida. Te, e il tuo modo di essere. Ti porterei via con me, se solo me lo permettessi. Buon Natale. L. Sofia accarezza quel biglietto come se volesse sentire la pelle di Luca, solo in un gesto di tenerezza, nulla di più, poi tracanna il caffè bollente e sul marmo del salone stende una lista di regali da fare. Ne segna quindici, ne cancella nove, ma ne farà tre, se mai riuscirà a raggiungere il bagno per una doccia. Il salone accanto alla cucina è la parte della casa che Sofia vive di meno. Ricco di suppellettili, mobili, quadri antichi e ricordi da accantonare. Se quel salone potesse parlare striderebbe, se quel salone avesse un odore sarebbe quello della lavanda che si mette tra le cose vecchie, per evitare che puzzino, ma son vecchie per questo, perché riconosci l’odore della lavanda, appunto. Poi ci sono i candelabri d’argento, per dare un tono riconoscibile, un ce-rto tono, direi, con le candele verdi impolverate e i divani antichi mascherati da contemporanei con della tappezzeria affatto demodée. E quel cimitero di foto di famiglia, con volti mai conosciuti, sguardi ignoti e somiglianze, però, terribilmente riconoscibili. Sofia sente un senso di nausea ricorrente in tutto questo e nel guardarsi attorno, in quella casa vecchia, in quella casa di famiglia, e anche nella foto che racconta il Natale, datato 1983, in cui Sofia per scappare da braccia fastidiose si era rinchiusa in uno stanzino di mobili accatastati e proprio lei, dopo essersi comodamente incastrata tra un mobile e una specchiera aveva trovato un trenino e un bambolotto che di lì a poche ore avrebbero campeggiato sotto l’albero. E così Sofia aveva scoperto l’inesistenza di babbo Natale. Ora, più che ventenne, sorride perché nessun babbo, compreso Beniamino da quel giorno che la vedeva bambina avrebbe più fatto parte dei suoi giri di giostra. Di Sofia. Mai più. E questa mattina, così, come va a finire spesso, lei decide di saltare la doccia, che il bagno è ancora occupato. E qualcuno forse a vederla uscire così direbbe Non sei una vera donna Sofia, le vere donne si truccano e si docciano anche. Ma le vere donne hanno altre vite tra le mani, forse. Così Sofia vestita di poche pretese, con il muschio bianco dietro le orecchie per darle una parvenza di donna, come sarebbe piaciuta a molti altri uomini, esce da casa. Viale Libia è una folla di gente impazzita, che va, corre, schizza nei negozi per gli ultimi acquisti, per quel regalo importante e per non scordare quello che conta poco, ma è necessario lo stesso. Sofia invece guarda i nuovi addobbi, va lenta, leggera, sul ciglio del marciapiede che si respira meglio. Osserva quelle luci che cascano a pioggia sulla strada, e quei bambini trepidanti, in attesa della notte di Natale, dei doni. Che sì, nessuna verità è più ridondante: molti celebrano il Natale anche se non c’hanno mai creduto. Ma le feste piacciono molto e molti altri sarebbero disposti a rovesciare il mondo per far sì che nessuno continui a crederlo. E allora Sofia che decide di buttare la lista dei regali torna indietro e si siede nel bar di Vincenzo, accanto al cinema Lux Multiscreen e legge i titoli natalizi, e ricorda il tempo che quel cinema si chiamava Alcyone

Che stupido pretesto il Natale. Si faceva sentire nell’aria con largo anticipo e si realizzava puntualmente facendo sentire meglio chi stava già bene e peggio chi stava già male. Questo era il Natale. Lo diceva Sofia che nel 1984 aveva solo dieci anni e viveva con l’idea che il ventiquattro dicembre non fosse un giorno di festa, ma quello dedicato a chi non si vuole bene. Perché sua mamma Irma ogni dicembre, a soli pochi giorni dalla vigilia, chiamava lo zio Alfred e la zia Pachi che non sentiva mai durante l’anno. E in una telefonata così breve e frettolosa da far immaginare che la donna sperava di ricevere un rifiuto, in quella telefonata dico, Irma lanciava agli zii un invito per il famigerato cenone della vigilia. E quello sarebbe stato l’unico giorno dell’anno in cui puntuali si sarebbero visti in quella tavola rettangolare da dodici. Perché non si volevano bene, appunto, pensava Sofia. Da anni non si volevano bene.
E il ventiquattro notte era anche il giorno che festeggiavano quel bambinello che è il Dio incarnato, ma chi ci credeva davvero in casa Brienza? Irma non si faceva il segno della croce da quando il Signore nel 1981 le aveva portato via la zia Carmela. Beniamino si professava credente a fasi alterne, la sua professione di fede restava una condizione legata allo stato umorale. Nulla di più e niente di intimo, religioso, introspettivo o filosofico. Beniamino la faceva assai più semplice: se beveva un calice in più era capace di credere a Dio e a tutti i santi nell’ordine sacerdotale, se rimaneva a secco di alcool solo per qualche ora era altrettanto in grado di conquistarsi l’inferno.
E Sofia, invece, a dieci anni sapeva solo di non averlo ancora incontrato quel Dio di cui nessuno parlava, ma che erano tutti pronti a festeggiare. Sì, Sofia diceva di non averlo sentito mai in nessun posto.
E allora andava che le piaceva anche pensare che la sorellina Sara fosse stata un regalo della cicogna da Parigi, non il dono di quei genitori che trovava sconsiderati. No.
Quel pomeriggio del ventiquattro dicembre 1989 mentre Irma era affaccendata tra i fornelli, Beniamino!, gridava, porta Sofia al cinema, devo finire di cucinare e sistemare, fammi stare tranquilla Beniamino, va via che tra tre ore arriveranno gli zii.
E sì, a Roma andava che il pomeriggio della vigilia pullulava di papà con i figli alla mano che tagliavano l’aria fredda a passi svelti sull’asfalto, tra lampioni e vetrine addobbate per raggiungere il cinema e vedere quel film natalizio da non perdere. 
Il cinema Alcyone ne dava conferma anche quest’anno: grandi stressati dal trambusto natalizio e bambini eccitati in attesa dei regali, tutti con il freddo tra le pieghe del viso e gli occhi a fessura rimanevano in attesa del fantasy La storia infinita.
Beniamino entrava in camera facendo un cenno con la testa come a dire, Andiamo! Proprio mentre Sofia era alle prese con il pannolino della piccola Sara ed era intenta ad accompagnare delicatamente nella culla quella fontanella ancora aperta, poi copriva quel corpicino di pochi chili e, Torno presto Sara, le diceva, sì, prima di babbo Natale e subito dopo il cinema con papà.
Che Sofia aveva sentito le grida di Irma.
Che Sofia ci sperava in quel cinema, ma dubitava.
Che i pomeriggi della vigilia per Sara non erano mai a grande schermo.
Se Sofia usciva con Beniamino non raggiungeva mai mète alla sua portata. Festività comprese.
Così Sofia si lasciava la porta alle spalle e il pungitopo sulla porta dei vicini e le musiche che provenivano basse, ma chiare arrivavano a lei come a comunicarle che era arrivato davvero il Natale, e anche nei rumori che provenivano dalle altre case e nell’alberello di dubbio gusto acceso nell’atrio del palazzo e addobbato dalla signora Franca.
E quando usciva Sofia che aveva le mani in tasca, restava sempre qualche passo indietro rispetto al padre che aveva le mani in tasca anche lui.
Lui non si accorgeva o non si preoccupava di quei piedini che andavano più lenti.
Lei non si preoccupava di accelerare per stargli accanto, se mai ce l’avrebbe potuta fare.
Seguiva quell’andatura paterna e intravedeva da lontano l’insegna luminosa del cinema.
Era imponente, attirava l’attenzione per la luce che emanava e che poteva riscaldarti e soprattutto a Sofia sembrava sempre più vicina, come se questa volta il suo desiderio stesse diventando realtà.
Ma a pochi metri Beniamino si fermava. Guardava la porta di vetro del nuovo negozietto e leggeva l’insegna incisa su legno Vini&Olii.
Era la nuova locanda di Antonio e Gina. Quella dove il pomeriggio s’incontravano Fausto, il portiere del civico tredici, Gaetano, il netturbino che allo stacco di lavoro si concedeva un mirto dopo che arrivava sudato e trafelato, e Beniamino che quando c’era da bere non perdeva occasione. Mai.
Appena Beniamino arrestava la sua passeggiata Sofia faceva lo stesso, sempre a debita distanza però.
Lui senza troppe spiegazioni le volgeva uno sguardo che non aveva nulla di armonioso e di benevolo, Sofia aspettami qui fuori papà entra a bere una cosa per riscaldarsi e torna a prenderti.
Allora Sofia capiva che come ogni anno non sarebbe mai andata al cinema e sapeva anche che Beniamino sarebbe riuscito dopo almeno un’ora e che in quell’ora Gina sarebbe uscita a farle compagnia, con un succo alla pera e i biscotti che faceva Gina, di suo pugno. Ma era Natale e allora Gina avrebbe fatto di più, che ne era capace, avrebbe trovato di certo anche un regalino da lasciare alla piccola, che Gina era buona e amorevole. Ma cosa poteva farsene Sofia di un regalino in quel frangente?
Sofia in quei momenti per quanto fosse piccola era grande come chi sa riconoscere il peso della vergogna, il desiderio di scomparire davanti a uno stato di scomodità, l’inequivocabile differenza del proprio padre rispetto agli altri e come chi sa apprezzare e desiderare una giornata senza pretese che ti metti lì ad aspettare solo che arrivi la sera, senza un cinema o l’illusione di una passeggiata che non ci sarà. Ma Sofia restava anche piccola come una bambina che sente il freddo tra le orecchie e le scapole e il freddo di chi cerca un calore umano che non conosce, e che guarda il padre abbruttirsi, picchiare forte, buttare giù le porte, e rovinarsi e ne vede poi un altro di fronte a lei portare per mano la sua piccola e magari anche al cinema per il film di Natale. Per mano, appunto, quando invece Sofia le mani le teneva sempre in tasca. E così andava a finire sempre alla stessa maniera, che Sofia, per quanto fosse solo una bambina, era una bambina arrabbiata con l’istinto irrefrenabile di fare la grande. E rientrava a casa amara e stizzita con Irma che continuava a far finta di niente, e che noncurante continuava a lasciarla al padre. E lui ogni volta che tornava sbronzo e irrequieto con Sofia, borbottante quando non rientrava piangente, e Irma che cercava sempre di rattoppare, dipingere e presentare a Sofia una normalità che non esisteva. E che faceva solo rima con comodità. Certo, a Irma faceva comodo dire che tutto questo fosse normale, era la sua visione, il suo modo di affrontare le faccende. E così succede che a Natale un padre sbiascica parole alticce e si maschera da quel babbo quando del babbo non possiede nemmeno un poro, ma  a volte, ti dicono che è normale e rischi di crederci. Se non fai la grande, con una sorellina da accudire, quella che han portato le cicogne da Parigi, rischi di crederci davvero che sia tutto normale.
E così quel Natale era finito come finiscono le macchinette del caffè dimenticate sul fuoco, che vanno buttate via.
Gli zii arrivati pieni di regali ma con l’orologio alla mano, le portate che richiamavano le origini napoletane di Irma, il vino che qualunque etichetta avesse poco contava, perché non era il sapore a interessare Beniamino, ma scolare la bottiglia, questo sì, alzare conversazioni da bar di pessimo gusto o maliziosità fuori posto, o fumare quelle sigarette a ruota per annebbiare l’intera sala… Che poi gli zii inorriditi dal bieco spettacolo andavano via prima ancora che fosse sparecchiata la tavola, e Beniamino urlava dietro a Irma, che era colpa sua, che non sapeva cucinare bene. E lui, tanto, sapeva come continuare il suo spettacolo lo stesso.
E anche quel Natale è andato buttato via.
Già.

Sofia che all’ultimo ha deciso di non fare i regali per quest’anno, rimane così incastrata a ricordare Natali infantili, Natali forse rubati alla spensieratezza, e guarda poi il cinema Lux Multiscreen che dà il solito Vanzina natalizio e l’abituale cartone animato. E riflette che accanto al vecchio Alcyone non c’è più nemmeno Vini&Olii. Il signor Antonio è morto alla fine degli anni ottanta, forse una delle tante vittime di Chernobyl e Gina che non ha retto il colpo ha chiuso baracche e burattini ed è tornata immediatamente a vivere a Olevano. Marco, il figlio più grande non ne ha voluto sapere dell’attività, Guido il più piccolo c’ha lasciato la vita in quel viaggio sulla pontina. Così al posto di Vini&Olii hanno aperto un centro estetico e nei giorni di Natale, col capodanno alle porte, un appuntamento all’ultimo è cosa improbabile. Allora Sofia scivola al bar di Vincenzo, prende un the senza limone, gioca e cerca nelle locandine appese i refusi che si nascondono e sfuggono e aspetta l’una. L’ora di pranzo. E quando poi rientra in casa Beniamino è uscito dal bagno, passeggia per il corridoio avanti e indietro, imperterrito, cerca la madre, che è morta qualche anno prima, poi chiede che giorno sia, È la vigilia Beniamino, le dice la figlia, domani è Natale. Ho capito, controbatte lui, allora oggi è il ventiquattro dicembre? Sì, certo, annuisce Sofia. Me lo ripeti, chiede Beniamino, che oggi è il ventiquattro dicembre? Oggi è il ventiquattro dicembre Beniamino, è il ventiquattro dicembre. Allora, dimmi Sofia oggi tu mi confermi, ridimmelo ti prego, me lo devi ripetere… (E solo Dio sa per quanto sarebbe durata). Ah! Ecco il prezzo da pagare, pensa ancora Sofia, e dopo più di dieci anni, Che stupido pretesto il Natale, si presenta per far star meglio chi sta già bene, e peggio chi sta già male. E molti celebrano quello che non hanno mai creduto, ma le feste piacciono molto e molti altri sarebbero disposti a rovesciare il mondo per far sì che nessuno continuasse a crederlo. È solo una storia da dimenticare. Un’altra, non quella.

 
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