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Ho conosciuto Eivind Aarset all'European Jazz Expo tenutosi alla fiera campionaria di Cagliari nel novembre 2004. Nella rassegna internazionale, il nome di questo sconosciuto chitarrista norvegese spiccava come novità, assieme agli altri musicisti della scena scandinava. Questo non è jazz, ovvero la frase sulla bocca di un buon numero di coloro che hanno assistito alla performance del suo trio. Niente di nuovo sotto il sole. Benché la definizione di jazz come genere elitario non corrisponda alla realtà già da diverso tempo (la strada della contaminazione ne è invece essenza e spirito vitale, da Miles Davis al nostrano Paolo Fresu), impeti puristi permangono, soprattutto nei casi in cui una presunta semplificazione della proposta musicale coincida con pure esigenze di mercato. Avvenne per la cultura londinese da club degli anni '90 ed il fermento Acid-Jazz (di cui Aarset è in parte erede) come per le patinate produzioni di fusion commerciale dell'etichetta GRP. Qui parliamo di Nu Jazz, etichetta assolutamente leggera ed incapace di descrivere quella che è in realtà una proposta di musica post-moderna nel pieno senso del termine. Del jazz sono rimasti alcuni timbri tradizionali, come quelli del contrabbasso e della tromba, del clarinetto e della batteria con le spazzole, associati a patterns tipici dei singoli strumenti. Dalla modernità deriva la logica seriale del loop, del campionamento e dello sviluppo sequenziale della musica. La direzione lineare degli arrangiamenti, che si snodano attorno ad un tema mai troppo marcato, è in continua evoluzione con lo scorrere del tempo musicale: qualsiasi approdo è consentito, in cui la guida non è una struttura circolare o polidimensionale, bensì il puro beat scandito dal ritmo (ora elettrico ed ora acustico) e l'esigenza intima dell'artista, in una sorta di espressionismo timbrico. In questa operazione di ibridismo elettronico ed acustico, Aarset coglie appieno il senso di una possibile nuova sintesi post-moderna: ho provato ad ascoltare questo album in mezzo al maestrale della spiagga cagliaritana del Poetto, quasi completamente dimenticando la sua forma “digitale”. La simbiosi tra musica, psiche ed ambiente mi è parsa subito naturale, con un senso di sorpresa. E mi è difficile immaginare ad una mia volontà preconcetta di renderla tale. Credo piuttosto che la natura di questo capolavoro norvegese si riponga dell'Uomo piuttosto che nel mezzo digitale. Ma allo stesso tempo, le atmosfere (perché di “note” non è sempre agevole parlare) di Light Extracts potrebbero fungere da colonna sonora per un aeroporto, per una metropolitana o un viaggio nel traffico, per uno scenario subacqueo al rallentatore. Un lavoro, in altri termini, in grado di oltrepassare il materialismo numerico digitale, che in un incastro perfetto con la modernità riattualizza suoni acustici altamente comunicativi (fa un certo effetto udire il contrabbasso ed una batteria compressa in Dust Kittens, così come mette i brividi l'ingresso della tromba in Wolf Extract o il fraseggio del clarinetto di Between Signal & Noise, in un contesto cervellotico di rumore digitale e drumming incalzante) e risveglia emozioni totalmente appartenenti alla sfera interiore. La tecnologia è dunque per una volta strumento per un viaggio introspettivo e retrospettivo, secondo l'effetto del paradosso descritto dal sociologo Marshall McLuhan, che riguarda ogni medium di carattere tecnico: vi possiamo includere anche la musica ed i mezzi per produrla; se la tecnologia –in tal caso quella digitale di campionatori, filtri e computers- è un'estensione (quasi in senso fisico ) di noi stessi e come tale espropriante di una nostra forma di “partecipazione” effettiva (in altre parole, il principio di alienazione), nell'epoca post-moderna il nostro compito è porci nei confronti di essa in senso dialogico, consapevoli dei rapporti di dominio e schiavitù che intercorrono tra essa e l'Uomo: da una parte gli si “offre” nuovo materiale (il timbro acustico), dall'altra le si lascia sfogo (in musica, fino alle conseguenze estreme; ascoltare la psicotica ed inquietante guerra sonora di “Self Defence”). Nel contempo, si sondano con profonda attenzione gli effetti che essa ha sulla nostra emotività; inaspettatamente, dall'ascolto riaffiora tutto ciò di cui essa apparentemente ci ha espropriato. Lo ricaviamo e lo scopriamo quasi tramite un'operazione di sottrazione, un dialogo accorto. E scopriremo che un computer ed un contrabbasso insieme possono trasportarci attraverso uno scenario etereo, fatto di luci tenui come i neon della copertina, ma anche attraverso i colori del mare di Sardegna. O dei fiordi norvegesi, se preferite. |