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Stavo pensando a quando il mar Ionio sbatte lento sui sassi
Scriptorium - Archivio 2007
Scritto da Marialuisa Fascì Spurio   
giovedì 27 settembre 2007

a Rosanna
bagnata dal mio stesso mare,
pane  e sale della mia mensa

La mattina mi investe subito l’odore del dopobarba dei ragazzi dell’ufficio. Il mio stomaco è delicato ormai, avverto sempre più spesso un leggero senso di nausea misto a vuoto e odore di foglie bagnate. Combatto con un pc che non vuole accendersi, ogni mattina la stessa storia.
Sono in questo ufficio per grazia ricevuta. Solo in pochi sanno perché. La maggior parte dei miei colleghi nota solo le mie assenze, di venerdì perlopiù, una volta ogni venti giorni. Qualcuno probabilmente si chiede come mai, altri, immagino, mi credono invece una privilegiata dal weekend lungo. Io di venerdì, un venerdì ogni 20 giorni, ho la terapia.
Spesso uso questa scrivania per scrivere, credo se ne accorgano tutti. Rubo qualche minuto ai telefoni che squillano, alle mail a cui devo risponder e scrivo a penna su un taccuino o su fogli sciolti o anche su post-it gialli. Li appiccico uno sull’altro e li infilo veloce in agenda. Che penseranno di me?
Chi scrive a penna in ufficio?
Dal desktop del pc solitamente guardo Reggio e in lontananza l’Etna incorniciato tra le nuvole. C’è una collina secca e dura che domina tutto lo stretto.

Stamattina in macchina ho lasciato che la musica si scegliesse da sola che tanto ero intenta a pensare  ad altro. Il solito semaforo e la sigaretta, e io che stamattina pensavo un po’ a me e un po’ a lui. A volte faccio sogni ad occhi aperti di strane rivincite fatte di mezze frasi e mozzichi di parole. Bocconi mandati giù lenti e prima una lunga masticazione. Ho un perenne bisogno di rivalsa, costantemente vittima di chissà quale ingiustizia, in attesa di un risarcimento.
Oggi mi guardo intorno un po’ spaesata.
Vivo da dieci anni a Bologna e dovrei sentire mia questa città più di quanto senta il paesino in cui ho vissuto i miei primi 18 anni. Il paesino, però, per quanto piccolo, riesce ancora a sorprendermi e a volte riesco perfino a perdermi, specie di sera e  in quelle strade di campagna, strette, con poche case, dove non passa quasi mai nessuno. Corro in macchina con la musica alta che si spande fuori e un pacchetto di Merit che sul cruscotto va su e giù. E’ lo strano modo che ho di impararmi. A volte piango.

Allora capisco che quella spiaggia fa male. Fa male, più di una campagna emiliana, del giallo sparso delle spighe di grano. Forse perché mi ricordo la sabbia ruvida e appiccicosa, umida di luna, tra le dita dei piedi, che s’infilava ovunque, nel risvolto dei pantaloni verdi, tra i capelli. Forse perché mi ricordo che scarpe portavo e la pressione intensa delle sue dita sulla mia schiena. E mi ricordo la canotta su cui si era fatto un forellino minuscolo, mi ricordo che era scollata, nera e scollata. Mi ricordo il rumore dei ciondoli del bracciale che portavo al braccio sinistro, la risacca del mare che sembra uguale ovunque, ma non è così, è ogni sera diversa e quella sera era ancora più diversa.
Quella sera, diversa, su di te con accanto un libro.
A volte proprio dopo lunghe ore di serenità penzolante e irreale, inizio ad irrigidirmi, a scorgere vibrazioni, un tendere che piano diventa malinconia grumosa fino ad affiorare umida agli occhi, nello stesso tempo trovo però come piccole e piacevoli sensazioni di pungolatura; vagamente più viva, gemmo illusorie speranze.  Come se bastasse questo mio anelare a trattenerlo, a legarlo, sentirne comunque la presenza. Come se non sapessi che proprio questo stesso sentire sia invece il mio legame, la mia briglia, il mio impaccio.
Stamattina però pensavo ad un altro mare, pensavo a quando il mar Ionio sbatte lento e placido sui sassi e lascia quella schiumetta rada che sembra un cappuccino fatto con il latte scremato.
Pensavo a quel giardino dove l'odore della zagara si dondola lento con il gelsomino e il piccolo mandarino, giù in fondo, carezza all'uscita nell'aprire il cancello verde. Ai gechi che si rincorrono attorno ad un lumicino e il crepuscolo che sa di salsedine nebbiosa. Pensavo alle strade scassate che afferrano casette basse e da lontano le luci di una lampara. Pensavo che a marzo-aprile la spiaggia è dorata pallida, che il sole si nasconde, e il mare è lento lento.  Pensavo ad un respiro lungo e le stesse case di sempre sul lungomare e, lontane, le montagne aspre e irsute, l’odore fresco del giglio pancratium.
Stamattina andavo in ufficio dove il pc non si sarebbe acceso e pensavo al mar ionio che sbatte lento sui sassi e forse c’era Rino Gaetano alla radio.
Pensavo a quanto è traballante la vita se non la imbratto di favola. Pensavo a quel tempo vago in cui spostavo un libro di sociologia per aprire un romanzo, per sentirmi viva e colpevole. Ma forse sono uguale e mi piacciono ancora le matite, ne ho 2 kg chiusi in una scatola .
Mi piacciono le rotelle di liquirizia e mi piace pensare che avrò un amore fatto di popcorn, leggero leggero. E Pensavo: la vita mi piace condividerla, anche quando è solo mia, e mi piace condividerla su una tovaglia macchiata di sugo rappreso e cosa importa se porto i tacchi o delle ciabatte consumate. Allora parlo, parlo che più non posso, parlo d’amore che mi fa uguale alle mie amiche, magari di sesso. E poi fumo mille sigarette e tra una boccata e l’altra sono una persona qualunque che scorre la vita su un Vanity Fair.
E mi piace quando la mattina prima di andare in ospedale riempio la borsa di tela piena di libri, più che posso, per dimenticare quanto quella goccia sia lenta. Rossa e pastosa, nera a volte. Ogni goccia una parola, rossa e pastosa nera a volte. È il mio tempo, da quando sono nata, congenito tentativo di raccogliere linfa: sangue e idee.
E il sangue, come le idee, supera lo strato superficiale del derma, ti si infila sotto, non puoi asciugarlo, macchia.
Chè il dolore ha strani modo di manifestarsi e non per forza succede in ospedale. Così capita che mi si incastri il carrello della lavastoviglie su un piatto più grande e rischio di rompere tutto in preda ad una rabbia spropositata e ad una sensazione improvvisa di soffocare in una serie di abitudini spente. Quel lampo mi prende lo stomaco e deglutisco secco, senza saliva.
E’ uno strano senso di aspettativa come se sotto la superficie di buone maniere, conversazioni senza pericolo, giorni feriali da dimenticare, sotto l’incapacità, la tentazione del pensiero perdente, l’inspiegabilità del ridere, ci sia qualcosa che attende di essere afferrato. Ma non afferro. È un fastidioso attendere e tendere. E’ strano, non mi sono mai fermata così tanto, non mi sono mai chiesta cos'è il rumore che non mi fa dormire, se il senso in fondo non è che un'interpretazione, una lettura. Se il senso è l'incastro delle parole che si uniscono e rotolano e io l'ho perso. Ma non è importante l’unità di misura per capirlo, questo senso, è importante cosa te lo nasconde, cosa lo accentra, come stai tu. E’ un foglio sbavato.
Gli stessi segni sul fronte, il vedere, il toccare, il sentire, la fortuna, la sabbia, il rosso, un pupazzo di neve, la scusa buona per restare, il rimanere via, sul retro, sbavato, diventano l’assurdità di essere solo un uomo e non capire, lo smarrimento, il dolore, la fatica. Le stesse noticine scritte a matita su un margine stretto diventano gli errori, l’impotenza, tutte le volte che penso che non è giusto e che aspetto il premio ai miei sacrifici.
Ho pensato questo, stamattina, venendo a lavoro mentre affondavo il piede sulla frizione e mettevo in folle davanti al semaforo. Ho pensato ad Ardore, al mar ionio, all’attesa di un risarcimento, l’attesa custodita e scandita da ricotta e cioccolato.
Quell’odore precipitato su altri odori, delle paste di domenica mattina, sempre a marzo-aprile, sempre in quel paesino. La Repubblica la domenica mattina su un caffèlatte, il primo sole respirato sulla terrazza, sempre da una parte il mare, dall’altra le montagne.
Inspiro forte: il tempo forse è solo una scommessa.
E poi, è vero. Poi torna un dolore lancinante alla schiena in basso verso l’ultima vertebra e mi ricordo che qualcosa rosicchia piano le mie ossa e io continuo a fumare, mi ricordo che non mi sono mai sentita una donna-donna, che sempre allo stesso punto del dolore lancinante trovo quei cerotti di estrogeni che una volta al mese mi macchiano di femmina, che ogni tanto arrivano fitte, botte lungo il midollo per ricordarmi che anche lui esiste malgrado tutto, che ogni tanto si mette a lavoro, quando l’ultimo globulino si spacca, lo perdo, piccolo cola fino ai piedi e mi lascia impotente.
Penso che la mia malattia mi ha lasciato segni sul corpo e sull’anima, ma molto più sul corpo, perché sono brava a prenderla in giro. Guardo le mie gambe troppo lunghe, i forellini callosi sull’incavo del gomito, la cicatrice lunga e spessa e troppo per me che mi vergogno anche solo di pensarla, che parte da sotto il seno e arriva all’ombelico. Penso che la mia vita è scandita da pillole e aghi e devo ritenermi anche fortunata e non piangermi troppo addosso, chè così mi hanno  insegnato. Anche la sera quando mi accuccio su un marsupio logoro con quel medicinale che se schizza un po’ fuori al contatto con l’aria fa una crosticina dura e bianca, quasi cemento. Butto giù pasticche senz’acqua, io un figlio forse non lo potrò avere, mi s’ingrossa il fegato, il cuore, i reni, mi si accavallano nevriti a rumori sordi, come un criceto che sulla caviglia destra mi rosicchia i nervi, ogni giorno mangiucchia e assottiglia il mio scheletro, crurr-crurr, risale la gamba, arriva al bacino, si ferma, schizza sul braccio e poi si attacca al collo.
E lui era il mio antidoto, il modo per sparpagliare paure altrove, e si chiamava Samuele.
Samuele che mi faceva sentire bella, Samuele  che mi faceva sentire brava.
Samuele che mi diceva che sono fatta di libri, non di sangue.
Così penso a lei, un’altra lei nella sua vita, così subito, neanche il tempo di deglutire un saluto; penso che lei sarà sicuramente più rosa e più morbida, sarà meno complicata fuori e sofisticatissima dentro e avrà la sicurezza di una donna coi pantaloni neri a vita bassa, le spalle piccole e una maglietta bianca. Forse avrà un tampax in borsa, il sorriso aperto, segnerà il ciclo sull’agenda, avrà paura di un ritardo, incrocerà le gambe sul letto quando in tuta di sera soffierà parole distratte ad un telefono.
Forse.
E forse avrà  paura di invecchiare, quella stessa paura che per me si chiama speranza.

 
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