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L'eccezionalità di un evento fa salire quasi naturalmente il livello di attenzione, quindi la percezione che si ha dell'avvenimento è nettamente superiore rispetto ad avvenimenti simili che si svolgono in contesti particolari. Dai territori dell'Afghanistan passando per quelli dell'Iraq, giungono quotidiane notizie di civili uccisi dalle nostre guerre. Ormai tali notizie sono diventate per noi normalità orribile: la notizia ci sorpassa, ci supera, ci attraversa senza lasciare traccia. L'attentato del 7 Luglio 2005 è stato un evento eccezionale non solo perché è stata attaccata Londra e non solo perché è arrivato mentre una cittadina scozzese ospitava il G8. É stato un evento eccezionale perché i media hanno voluto che fosse eccezionale. Il singolo evento “distruttivo” londinese ha tracciato la coscienza europea molto più in profondità rispetto ai tantissimi singoli eventi “distruttivi” che ci arrivano quotidianamente dall'Iraq. Ritorna alla nostra mente l'adagio orwelliano, trasformato per l'occasione in “tutti i civili sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”… L'11 settembre ha segnato un punto di rottura dal punto di vista politico soprattutto per l'Europa. Abbiamo dovuto solidarizzare col gigante ferito, seguendolo poi nelle sue mirabolanti imprese guerresche, nonostante con quell'attacco non c'entrassimo nulla. I media hanno fatto la loro parte nel farci sentire tutti americani e i nostri nani politici hanno seguito la scia: gli Usa ci hanno coinvolto sempre maggiormente nel lavoro di guerra e sempre meno nelle scelte decisive: l'esempio dell'ingiustificato attacco all'Iraq nonostante le frizioni della Vecchia Europa è fin troppo evidente. Ovviamente trattare politicamente con questa Europa è come trattare con il cielo stellato di una notte fonda: chiunque può parlare a suo nome in quanto nessuno è depositario assoluto di tale compito. Il problema quindi è tutto nostro ed evidentemente è un problema politico. Così come è un problema politico ciò che taluni definiscono terrorismo internazionale, altri fondamentalismo internazionale, altri ancora terrorismo fondamentalista. Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Alla vigilia del vertice di Gleneagles Blair si affrettava a sostenere come la povertà sia la causa del terrorismo internazionale. Combattere la povertà significa quindi combattere il terrorismo, eliminando la principale fonte di reclutamento: un assist all'agenda del G8 (la quale prevedeva oltre al debito dei paesi poveri la spinosa questione dei cambiamenti climatici) e una istituzionale cassa di risonanza per il rock impegnato del Live8. Il cancan mediatico musical-mondiale sull'abbattimento del debito ha fatto da apripista alle discussioni delle otto grandi del pianeta. Il pop al servizio della povertà, perché più non sia… Il messaggio pop(ulista) delle rockstar mondiali funziona allegramente tra i giovani in canotta del Circo Massimo così come fra quelli dell'Hyde Park. “Abbattiamo il debito” si sostituisce a “Pace e Amore” e la mitica giornata del Live8, siamo certi che verrà ricordata non solo per il ritorno sul palco di Roger Waters insieme agli invecchiati Pink Floyd. Le bombe di Londra ci hanno infatti riportato coi piedi per terra e l'assist del primo ministro inglese si è trasformato in un autogol grottesco una volta resa nota l'identità degli esecutori. Mentre si discuteva sul debito, il mondo occidentale è stato scosso da una serie di boati, organizzati meticolosamente dall'inafferrabile terrorismo internazionale, così magmatico nelle sue strutture, così puntuale nelle sue azioni. Si sono spese -e si spenderanno ancora- tantissime parole per allontanare qualunque tipo di rivendicazione politica da simili attacchi, così da poterli piegare in un facilissimo ideologismo del terrore. Non si vuole accettare il fatto che una risposta in armi (bombe a Londra e Madrid) ad una sollecitazione in armi (Iraq), viaggiano sui medesimi binari della politica. Risposte terroristiche a sollecitazioni terroristiche, entrambe però assolutamente politiche! |