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Lo zaino nero
Scritto da Angelo Zabaglio e Andrea Coffami   
venerdì 04 luglio 2008

Il film americano del 1998 terminò con la voce fuori campo del vecchio gangstar sui titoli di coda: "Prima di addormentarti, invece di leggere, invece di guardare le presentatrici semi-nude in televisione, invece di dire la solita preghiera al Signore, invece di lavarti i denti, invece di farti la solita canna o la solita sega, insomma, invece di tutte queste cose, osserva il mese di Ottobre e non fiatare, ed ora chiudi gli occhi e dormi vecchio bastardo".

Al Centro Sociale Garibaldi gli anarkomunisti fumavano sigarette farcite distratti dalla musica paranoioca di DJ-Trullo che alternava la sigla di Doraimon a robba punk a robba drum/bass a robba liscio stile Casadei. Tutto insieme. Il vino rosso si versava miracolosamente da solo nei bicchieri in plastica trasparente. Da pochi minuti era terminata la proiezione del video-arte dei TATIANA. La luce soffusa invitava al pomiciamento saffico di giovani corpi rosa senza trucchi. Anche le ragazze più brutte, in quel posto erano carine e cariche di erotismo involontario. Pareva veramente che ci credevano! Pareva veramente che tutte quelle centinaia di riviste fotocopiate in vendita a tre euro, potessero cambiare il mondo! Una freack magrolina e con le treccine curate (ma fino ad un certo punto) barcollava tra i ragazzi avvolti nel fumo ganjico. Tra le mani aveva diversi cd con demo musicali.
“Quanto li fai” feci ai suoi occhi.
“10 euro” rispose la sua bocca fuori sincronia labiale.
“Ma che musica è? È quella che stiamo sentendo?” le urlai nell’orecchio.
“Certo… è larv… c’è un po’ di Polee…”. Non capivo un cazzo ma mi stava bene, per principio mi piacciono tutte le cose che non conosco. Lei si avvicinò, mi passò la mezza canna e mi urlò nell’orecchio: “TI FACCIO DUE CD A 10 EURO!”. La porra fece il suo effetto emolliente. Accettai l’offerta promozionale e ci avvicinammo alla porta d’ingresso poco distante, così da poter vedere meglio i cd e prendere i soldi dal mio zaino nero che avevo sulle mie spalle. Presi un demo che aveva come copertina la statua della vergine Maria e un secondo che aveva un puntino nero al centro.
“Conosci gli Sbron Zoratto?”
“Chi?!”
“E i Neo?!”
“Chiii!?”
Quei nomi li avevo già sentiti, forse avevo dei loro demo a casa.
“Sei di Roma tu?” mi fa lei fattissima
“Latina!” - “I Neo sono di Latina… tieni un loro demo… è in regalo”. Vedendo la copertina, mi ricordai del batterista ubriacone che aveva dormito con me qualche mese prima e mi venne in mente che avevo già una copia del cd a casa. Presi ugualmente il disco. Era in regalo, anche se sapevo benissimo che nel nostro Paese nessuno ti regala niente. A volte penso che perfino Gandhi aveva il suo tornaconto personale. Magari era solo un malato di esibizionismo in cerca di affetto materno, con scarsa autostima e di conseguenza alla continua ricerca della stima altrui. Ma lasciamo perdere…
“Che bella che sei!”. Mica volevo provarci! Un ragazzo non può fare un cazzo di complimento a nessuna! A volte penso che quasi si goda ad essere offesi dalle altre persone. Infatti… lei fece finta di non imbarazzarsi, giocò il gioco della fattissima e mi baciò sulle labbra come una bambina immatura.
“Comunque piacere io sono Isabella!” e mi strinse la mano
“Andrea…” feci io mentendo simpaticamente.
“Sei fidanzato vero?” mi chiese come lo stesse chiedendo ad un vecchio amico che non vedeva da sette mesi. - “Come lo hai capito?” faccio io.
“Mi hai detto che ti sembravo bella! Semplice! Se non eri fidanzato non mi dicevi niente… saresti passato subito all’azione! Giusto?! E lei cosa fa?”.
Parlava come una liceale ripetente amante della matematica, ma che frequenta il Classico.
Risposi alla domanda quasi per compassione.
“È un’attrice… è l’attrice più brava che conosca, ma è un giudizio di parte!”
“E tu che ci fai qui?” sorridente come una bambola gonfiabile che perde aria dall’ombelico.
“Leggo poesie… ti piacciono le poesie?”
“In linea generale non tanto… poi dipende dai casi… a chi ti ispiri?”
Non mi ispiravo ad un cazzo di nessuno! Oppure mi ispiravo a tutti e tutto! Cosa avrei dovuto dirle?! Che m’ispiravo al fascino di una striscia di merda che resiste al getto d’acqua di uno sciacquone del cesso?! Che razza di poeta sarei apparso?! Solo uno dei tanti giovani poeti della Penisola! Ecco! Perciò decisi di tacere e presi i dieci euro dalla tasca. Mi diede i due cd scelti da me, più il demo dei Neo, dopo qualche secondo mi porse un quarto cd dalla copertina totalmente viola. Optai per un 69 culturale e decisi di regalare un mio libro alla tizia. Tentai di afferrare lo zaino dietro le spalle ma non afferrai che aria: non avevo più lo zaino. Il panico m’invase le vene: in quello zaino avevo tutto.
Nella vita avrebbero potuto farmi crollare la casa, avrebbero potuto torturarmi fino a domenica, avrebbero potuto legarmi ad un palo costringendomi a declamare poesie di Bukoski mentre due anziane signore mi praticavano del sesso orale, avrebbero potuto costringermi a bere sei, dodici, ventiquattro litri di succo di pera freddo di frigo con le inevitabili conseguenze allo stomaco, avrebbero potuto selezionare un distinto signore tra tanti distinti signori, il cui compito sarebbe stato quello di pagarmi ogni volta il biglietto del cinema, avrei visto la sua mano avanzare velocemente verso il cassiere e avrei sentito ogni volta la sua voce “faccio io, non preoccuparti!”, il giorno dopo ad un altro cinema, stessa mano e stessa voce “faccio io, non preoccuparti!” e allo spettacolo successivo, stessa mano e stessa voce “faccio io, non preoccuparti!” e a fine primo tempo cambiare spettacolo e sala tentando di pagare ma “faccio io, non preoccuparti!”, ringraziare farsi strappare il biglietto sedersi in sala, scappare riavvicinarsi verso il cassiere per fare un altro biglietto per un’altra sala ma sentire “faccio io, non preoccuparti!” e la faccia del cassiere che ringrazia il distinto signore… avrebbero potuto servirmi e riverirmi a pranzo e a cena, un’addetta di colore che mi avrebbe riempito il bicchiere di cristallo con acqua leggermente gasata , che mi avrebbe pulito le labbra con la sua lingua che mi avrebbe masticato il cibo e mi avrebbe preso in braccio e portato in bagno per le mie funzioni corporali… insomma avrebbero potuto fare ogni cosa, tranne nascondere il mio zaino. Il mio zaino era la mia casa, c’era tutto dentro: la mia penna, il mio quaderno con gli appunti, i miei occhiali da sole di marca disegnati da mia cugina, la mia bustina di iperico sommità, le mie boccette di fiori di back, le copie dei miei libri da regalare e vendere, il mio telefono cellulare, il mio pacco di fazzoletti umidificati, il mio portafogli, i miei preservativi… tutto l’occorrente per vivere insomma. Cazzo… avevo perso il mio zaino/testuggine! Pensai: “Sotto effetto mi pare di aver poggiato lo zaino vicino la porta d’ingresso… era qui!”
La tizia mi consigliò di vedere per strada, magari davanti l’entrata.
Uscimmo e quando aprimmo la porta mi accorsi che stranamente era giorno, erano le primi luci dell’alba. Poco distante dal C.S.O. una scalinata portava in spiaggia. Il mare era celeste come in un cartone animato giapponese. Una signora, credo abbia avuto una cinquantina d’anni, era a pochi metri dalla riva, la pelle era bianchiccia.
Era il topless più squallido della storia del cinema surrealista. La cellulite era evidente, pareva di osservare un cavolo bollito galleggiante. La signora non nuotava, era come seduta sul fondo del mare, solo la testa, le spalle e parte del seno scoperto sbucava fuori dall’acqua, muoveva le braccia lentamente. I suoi occhi erano sbarrati, la sua bocca aperta, le narici del naso erano otturate da una ridicola pinzetta blu e gialla. Le smagliature sul collo, sulle spalle e su parte del seno, davano l’impressione quasi che la donna stesse andando in putrefazione. La corrente trascinò verso di lei un corpo nudo galleggiante evidentemente deceduto.
In realtà il corpo era sezionato. La signora in topless era circondata da due gambe, un piede, due braccia, una mano, un busto ed una testa calva. I pezzi umani galleggiavano tranquillamente vicino la donna. Le piccole onde ogni tanto facevano toccare la carne fresca della nuotatrice con la carne morta del corpo sezionato arrivato da chissà dove.
La donna prese ad urlare: “Basta! Non vengo più a Pontinia!” e rimase impossibilita a muoversi nel mare, circondata da quei pezzi galleggianti che oscillavano e dondolavano naturalmente e senza preoccupazioni. Capii che non avrei risolto niente rimanendo ad osservare la scena. Per ritrovare lo zaino avrei dovuto chiedere informazioni all’interno del locale.
Rientrai al Garibaldi. I volti degli okkupanti erano diventati minacciosi e tetri. Una coppia di giovani dall’aria trasandata era seduta vicino al bancone. I due fumavano spini viola bevendo vino rosso come fosse stata acqua minerale leggermente gasata. Decisi di chiedere informazione a loro. I loro sguardi avevano qualcosa di bizzarro e contorto, avevo come l’impressione che i bulbi oculari dei due si fossero scambiati.
Potevo sentire nitide le risate degli anarchici che mi sbeffeggiavano.
La tizia con i demo, ora davanti la porta d’ingresso, m’indico i due trasandati. Raccolsi coraggio e mi avvicinai. Più mi avvicinavo e più i loro sguardi si scongelavano e si aprivano. I loro volti tirati si tramutavano in sorrisi. Il loro mutare era proporzionale al mio avanzare. Lo capii quando, invece di fare l’ennesimo passo in avanti verso i due, volli fare tre passi indietro, notando che le labbra dei giovani si rivolgevano nuovamente verso terra. Avanzai e i sorrisi andarono verso il cielo. L’impressione era quella che si può avere con un telecomando per videoregistratori.
Ero diventato l’uomo-moviola, ma solo con quei due ragazzi.
Decisi di avanzare fotogramma per fotogramma. Giunto a pochi centimetri da loro dissi: “Ho perso il mio zaino nero… lo avete visto in giro?”.
I due si guardarono negli occhi come a dire: “che cacchio vuole questo?!”. Ma non fu così. “Certo!” dissero simultaneamente, indicando una finestrella posta sulla parete che avevo davanti, a pochi centimetri dal soffitto: “Lo abbiamo buttato nel ripostiglio!”.
“Ma mi serve! Come lo ripijo adesso?”
“Nessun problema!”
I due si diressero dietro il bancone e cacciarono fuori una scala di quelle belle alte che utilizzano gli attrezzisti per l'impianto luce nei teatri. Avevano il sorriso stampato sul volto. Posizionarono la scala e m'invitarono a salire. "Abbiamo cosparso la scala con del burro! Attento!" fece uno dei due, sempre con il solito sorriso. "Giusto, giusto, il burro" fece l'amico. Lo zaino effettivamente era nel ripostiglio, quel posto era un cumulo di zaini colorati e gonfi. Non feci molta fatica a ritrovare il mio: il cellulare all'interno era acceso e la tizia dei demo da giù mi fece un squillo.
Il telefono prese a suonare.
Quando trovai lo zaino, controllai il suo interno, non mancava niente. Il cellulare suonava e segnava le ore 08:45 con la scritta ROMA TRENO. "Cazzo già le 8 e mezzo!". Spensi la sveglia, mi staccai dalla faccia il foglio con la macchia di Ottobre e andai in cucina a preparare la tisana di iperico. Per le 9 e un quarto sarei dovuto uscire. 
Sul diretto per Roma avrei scritto il sogno sul quaderno degli appunti che tenevo sempre nel mio zaino nero.

Tratto da “Lavorare stronca” (Casa Editrice Tespi)
[per ordini e info sul libro: tespi.it]

 
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