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Tre vite di Rick Moody: una presentazione
Scritto da Martina Testa   
martedì 15 luglio 2008

Se uno dei compiti della letteratura è quello di raccontare e commentare il proprio tempo, Tre vite, il nuovo libro di Rick Moody, lo assolve in maniera tanto obliqua quanto acuta e potente; sembra un fatto leggermente inconsueto, per lo scrittore che in La più lucente corona d’angeli in cielo rivolgeva uno sguardo nostalgico alla New York disperata di fine anni Ottanta, in Tempesta di ghiaccio rivisitava gli anni Settanta, nel Velo nero ripercorreva la sua storia familiare fino agli antenati ottocenteschi, e che sceglieva di ambientare la sua penultima opera, il romanzo I rabdomanti, in un’America pre-Undici settembre. A differenza di tutte queste opere, in cui il presente senz’altro appare, ma spesso adombrato e rifratto, Tre vite mi è sembrato fin dalla prima lettura un libro che si porta dentro, in ogni pagina, lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Dove spirito è la parola chiave. Tre vite è un libro che non potrebbe essere stato scritto in un altro momento se non questo, e non perché vi si parli della guerra in Iraq, delle elezioni americane, di Second Life o del riscaldamento globale – anzi, nessuno dei tre racconti che lo compongono ha una collocazione cronologica precisa, e uno è addirittura ambientato in un futuro semi-fantascientifico; ma perché lo spirito che lo pervade è palpabilmente, e dolorosamente, quello di questi anni. Uno spirito fatto di paranoia, sospetto, paura.

Perché davvero, quale altra è la cifra dei nostri tempi se non la paura? Paura degli attentati, paura degli islamici, paura dei rumeni, paura dei cinesi, paura degli zingari, paura degli immigrati, paura dei fascisti, paura degli stupri, paura dei pedofili, paura degli omosessuali e degli omofobi, paura del tumore, paura di ingrassare, paura di invecchiare, paura di andare allo stadio, paura di non trovare lavoro, paura di perderlo, paura del crollo delle borse, paura del rialzo dei mutui, paura di ritrovarsi senza pensione, paura di diventare poveri, paura di vederci strappare il benessere, paura davanti a un mondo che non si capisce più (se si è anziani) o si capisce fin troppo bene, e non lascia speranze (se si è giovani). E a braccetto con la paura va il sospetto: non ci si fida dello stato, né dei politici, né dei giornali, né dei magistrati, né dei medici, né della polizia, né dei preti, né degli insegnanti, né dei colleghi, né dei vicini di casa, né dei propri figli, che prendono la droga, che picchiano i coetanei e violentano le coetanee, che si filmano col telefonino e poi finiscono sul giornale. Con il risultato che, se negli anni del crollo delle ideologie ci si ritirava nel privato, adesso perfino il privato è carico di insidie, e ci si ritira in se stessi e basta; non si condivide più neanche la macchina, il telefono o la tv (ognuno, in famiglia, ne ha una per sé), e tutti, intorno, sono nel migliore dei casi estranei, nel peggiore nemici.

Tutto questo ho letto, in filigrana, nei racconti di Tre vite, come non l’avevo letto in nessun altro libro di questi anni. I protagonisti sono intrappolati singolarmente nelle proprie vite sghembe e frustrate, fra una vaga nostalgia del passato e la totale incertezza del futuro; si sentono accerchiati e minacciati e si lanciano, ciascuno a suo modo, in indagini volte a fare chiarezza, a guadagnarsi margini di comprensione e di controllo sul mondo. E immancabilmente falliscono, e approfondiscono soltanto la propria solitudine.

Cosa li redime? Li redime l’affetto (e la maestria) del loro creatore. Moody, come forse tutti i migliori scrittori, ama i suoi personaggi più disturbati e disfunzionali, ama i suoi narratori inaffidabili, i loro sguardi obnubilati dall’alcol, dalla droga o dalla tristezza. Non ne fa mai delle caricature, ma neppure degli antieroi tragici, larger than life: li mette alla giusta distanza e alla giusta altezza perché ciascuno di noi ci veda riflessa dentro una dolente parte di sé e ci si affezioni. E gli crea attorno un suggestivo accompagnamento musicale, quello del suo stile. La scrittura di Rick Moody (che non a caso porta avanti con discrezione una carriera di songwriter, oltre che di scrittore), ha infatti dentro di sé un costante elemento ritmico e melodico, fatto di elencazioni sincopate come riff o di lunghi passaggi sinfonici. È una scrittura che danza intorno al suo soggetto, avvicinandosi e allontanandosi, saltando indietro nel tempo, seguendo per qualche riga una secante o una tangente: una costruzione sapiente e curatissima che qualcuno ha definito a buon diritto “post-barocca”. Nonostante l’atmosfera di desolazione che lo pervade non bisogna avere paura, quindi, di leggere Tre vite: è confortante scoprire che è ancora possibile usare le parole a scopo non propagandistico ma compassionevole, cioè raccontare il disagio dei nostri tempi per condividerlo, comprenderlo, esorcizzarlo.

[fonte: minimumfax.com]

 
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