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Elemento fondamentale nella costruzione di un mito è una morte esemplare, possibilmente prematura e misteriosa. E la prima notizia su Bird, al secolo Charlie Parker, di cui venni a conoscenza fu che morì dal ridere, guardando un clown alla televisione. Morì dal ridere, e non è una frase fatta, il suo cuore esplose realmente a causa di un momentaneo eccesso di felicità. Uomo dall’apparente età di 53 anni, scrisse il doc sul referto medico: era l’undici marzo del 1955, e Bird di anni ne aveva solamente 35, anche se attraversati alla velocità della luce. Nessuna risata è in grado di far esplodere un cuore di 35 anni, a meno che quel cuore non sia stato prima minato da una ventina d’anni d’abitudine all’alcol e all’eroina. Quando l’eroina non era ancora una moda, ed era venduta da farmacisti cinesi in retrobotteghe odoranti di tintura di iodio, Bird aveva il suo spacciatore personale, si chiamava Moose the Mooche, e lo seguiva ovunque, reggendo l’intero suo business sulle incredibili quantità di droga che Charlie Parker riusciva a consumare quando era in tournée con la band: glielo aveva messo alle costole il suo impresario, stanco di dover annullare serate a causa delle frequenti e ripetute crisi d’astinenza di Bird. Charlie Parker era nato a Kansas, la città di Lester Young, il sassofonista più celebrato nella scena jazz Usa di quegli anni ’40, fino al giorno in cui Bird inventò una musica nuova: si chiamava be-bop, e dalla prima volta che venne suonata il jazz non tornò mai più ad essere quello di prima, quello di Lester Young, di Count Basie e delle loro grandi orchestre. Il fatto è che Bird iniettò dosi di gelida velocità rarefatta in una musica che oramai era diventata un frivolo passatempo per bianchi annoiati, e proprio su quella nuova musica il popolo nero cominciò a ridefinire la propria identità americana, anni prima di Malcolm X e delle Pantere Nere. Le strade delle città americane iniziarono allora ad affollarsi di hipsters, freddi angeli della determinazione negra, calati nel loro nuovo orgoglio afroamericano, alla ricerca di un futuro che potesse essere nobile come quelle radici che la musica di Bird andava dissotterrando da secoli di schiavitù. L’America bianca intanto stava a guardare, e alcuni giovanotti applaudivano i nuovi eroi della negritudine, ma si trattava solo di beatnicks, studentelli resi ciarlieri dalla troppa marijuana e dai lunghi viaggi in autostop, che avrebbero in seguito narrato le gesta di Bird e del suo sax contralto in anfetaminici libri intitolati Sulla Strada, Urlo, I Sotterranei, Il Pasto Nudo. Letteratura. Bird non nutriva simpatia alcuna per i manipolatori di parole, ma fingeva amabilmente anche con loro, come quella volta a Parigi, quando gli presentarono monsieur Jean Paul Sartre, suo infervorato ammiratore bianco e terzomondista, e Bird rispose sorridendo: “Oh, mr Sartre, anche io ho ascoltato tutti i suoi dischi”. Ma Bird era nato per essere un mito, non leggeva neanche lo spartito, se ne fregava delle convenzioni, e la sera le donne facevano la fila per lui. Si vantava di conoscere ogni ragazza dei bordelli di Kansas City, di sicuro conobbe decine di infermiere nei manicomi che frequentemente lo videro ospite: Bellevue, Camarillo, NYC Psychiatric Hospital, la sua cartella clinica era piena di diagnosi sbagliate. Ed ogni volta che veniva dimesso, Bird saliva sul primo taxi e iniziava ad immaginare musica sempre più bella, più veloce e più glaciale di prima. Per poi magari intitolarla Relax in Camarillo, testimonianza ossessiva di quei versi che William Blake sembrava avesse scritto per lui: la strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza. Charlie Parker assomigliava al Buddah, ed era chiamato il Musicista Perfetto e tutti volevano suonare con lui: quel pazzo scatenato di Dizzy Gillespie, che seminava di scat e risate le incisioni live di Bird, Miles dal suono freddo come una palla di ghiaccio, quella piovra rutilante di Max Roach e anche Bud Powell, unito a Bird dallo stesso destino di droga ancorato sulle note infinite di un pianoforte allucinato. Ma Bird da quei clamori sembrava rimanere lontano, distante, avvolto nel suono negro dell’Apollo Theatre, nel refrain malinconico di Una Notte in Tunisia, immerso tra amori squattrinati e noccioline salate, nel vertiginoso sound dei suoi velocissimi assoli senza fine. Perché quando Charlie Parker afferrava un refrain, le note iniziavano ad uscire fluide e veloci come se non avessero mai più dovuto terminare, tracciando nell’aria scie simili a quelle che lasciano in cielo gli stormi di uccelli migranti verso il sole del sud. Da qui quello strano soprannome ornitologico, Bird, cioè Uccello, e lui fiero del suo nomignolo ufficiale sorrideva verso il pubblico pagante e presentava la sua nuova composizione, Ornithology, un lungo pazzesco assolo carico di kryptonite e di sensualità africane. Futurismo congelato. C’era anche chi avanzava il dubbio che si trattasse semplicemente di scale cromatiche suonate su e giù in tutte le tonalità ma erano solo critiche da rivista specializzata, ancora manipolatori di parole sul cammino di Bird, mentre in realtà tutti potevano vedere e sentire che la musica di Bird era pura trasposizione di vitalità tropicale sui ritmi urbani dell’America all’inizio degli anni ’50. Un’America che si scopriva piena di reduci, reduci dalla Normandia e dallo sbarco di Anzio, reduci della Corea, e poi ancora futuri reduci dal Vietnam, che si chiedevano tutti stupiti al ritorno dove fosse finita l’America che avevano lasciato prima di partire, l’America dell’innocenza, senza droghe né autostop, senza religioni orientali e rivoluzioni sessuali, e soprattutto senza alcun tipo di conflitto razziale. E Charlie Parker, dietro al suo sax, abbassando lo sguardo nel suono be-bop “li conduceva fischiettando sull’orlo dell’eternità” e spiegava loro che quell’America era andata, finita, all’improvviso, Out of Nowhere. Questo era Charlie Parker, detto il Musicista Perfetto, inventore del be-bop e dell’orgoglio afroamericano, morto ridendo di un clown alla televisione, l’undici marzo del 1955. [tratto da toilet Anno Uno - il meglio dei primi sei numeri, a cura di Francesca Giannetto. info: toilet.it] |