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Ci pensavo già sull’aereo: quale sarà il mio ritorno? quali colori? quali parole? sei mesi per me sono tanti, per me che il mio paese alle porte di Cagliari l’ho lasciato – quando lo lasciavo – solo d’estate per un campeggio, una gita in montagna, un finesettimana in vespa a Villasimius, comunque sì, narcotizzato è la parola giusta, quel sorriso bardo di chi ha fatto una scelta, si è guardato di lontano, ha trovato il Nepal dentro un incontro occasionale, ha starnutito davanti alla casa delle sorelle Legnani, e in quei canali, quelle finestre serrate, nel silenzio indecoroso dell’acciottolato, i contorni di una scelta parevano aprirsi liberando denti macchiati su di un viso ispido, sì, mi sono detto anche quel giorno, è quello che voglio: avvicinarmi lento a un fiume, insieme a lei, aprire un libro scalzo e aspettare di prendermi tutto il sole, aspettare che lenta quella nuvola lo attraversi il sole, sì, anche quel giorno ci siamo guardati e secondo me abbiamo pensato questo: è quello che vogliamo, sputarci in ascensore per un’Italia che non esiste, srotolare il gesto fino a quando le tapparelle del palazzo non si sollevano tutte, e la nostra finalmente si chiude, chiude la nostra notte, i bottoni salatati, le mani che forti chiudono braccia lasciando segni di rosso, puttana stronzo vai via, via, via, sì, anche di questo mi ricordo quando carico la valigia sul taxi, attraverso questi mesi lontano, dal mio finestrino aperto l’odore del sale è sempre lo stesso, si attacca all’umido che respiro e si posa sugli occhiali, tagliamo Molentargius su quella che chiamo la via del mare, quella che in bicicletta, dal mio paese, era alzarsi sui pedali per arrivarci prima al mare, buttare la bici sulla sabbia che grippava la catena e correre fino all’acqua, nuotare, sì, le curve sono sempre le stesse, una due tre quattro cinque curve e siamo arrivati, un cane abbaia, la latteria è ancora chiusa, le serrande del primo piano sono abbassate, i balconi della casa di mio padre sono rossi di gerani. Mio padre nemmeno mi abbraccia, fermo sulla porta con le mani sul viso: sei peggio di come ti immaginavo, e io lo scanso, mi trascino una valigia piena di panni sporchi, vado in camera da letto e accendo la luce: mamma dov’è? mamma è a lavoro, mamma lavora, io lavoro, tu? io mi chiudo in bagno, nello specchio quello che vedo è familiare, troppi capelli che coprono le orecchie, troppa barba che chiude la bocca e scende lunga sul mento, occhiali velati di sale e naso piccolo, le mie mani sudano, scivolano sul bianco lavello, aprono il rubinetto, l’acqua scorre, mi tolgo gli occhiali e sono diverso, basta poco mi dico, basta una barba folta e i capelli che coprono le orecchie, basta questo per escludermi, rinnegarmi, manco un abbraccio, un abbraccio che conosco, mani che mi hanno insegnato a camminare e che adesso bussano pietà, scuse, bussano alla porta del bagno e mi chiedono come sono arrivato, in taxi sono arrivato, sarei venuto io a prenderti dice mio padre, poi entra e si siede sulla vasca, le mani sul viso, ancora: cos’è successo? sono venuto a salutarvi, mi trattengo qualche giorno, rimetto gli occhiali e chiudo il rubinetto e finalmente trovo gli occhi di mio padre, infossati, forse stanchi, mi chiede se a mia madre mi presenterò in queste condizioni, gli dico di sì, e di nuovo si rifugia da qualche parte che non so, dentro chissà quali pensieri sporchi, fantasie e vita di stenti che mi ha cucito addosso in questi mesi passati. Sei sporco. Non sei pulito. Se in disordine con questa barba lunga. Non sei in ordine. Cos’è cambiato? Sei cambiato. Mi sembri quello. Non sembri tu. E questi capelli? Sono troppo lunghi. Sei in disordine lo sai? Ti passerà. Stai mangiando? Sei dimagrito. Che vita fai? Non è vita quella che stai facendo. Potevi avvisarmi. Non credevo arrivassi a tanto. Mi sembri quello. Non sembri tu. Ti darai una pulita? Datti una pulita prima di andare da tua nonna. Quando ti vedrà tuo nonno cosa dirà? Stai fumando troppo. E il lavoro? Per cosa hai studiato? La camicia che indossi ha il colletto sporco. Non parlarmi in sardo. Perché non guardi la televisione? E Fabia cosa dice? Io non ci starei con uno così. Tu ti dimentichi di mangiare. E anche di lavarti le camicie. Guardami. Ti senti solo? Cosa ti disturba? Ti avverto lontano. Io non lo so. Mi sembri quello. Non sembri tu. Sei soddisfatto? Sei insoddisfatto. Perché ce l’hai col mondo? Nonno aveva la barba quando era in guerra. Con chi ti senti in guerra? Basta così. Andiamo. Sei cambiato mi dice mia nonna, perché non ti dai una pulita, non ti fa caldo quella barba, e quei capelli non ti fanno caldo? è vero, sono una variabile non prevista nel quotidiano avanti e indietro delle loro vite, una pioggia estiva, un’eclissi di sole, sono il colore troppo chiaro dei miei vestiti, il figuro emaciato, il telefono spento, dopo tutti questi mesi lontano non interessano le mie parole, la casa in cui ho vissuto, quei pavimenti e quei muri su cui ho scritto, le finestre del quarto piano che aperte suonano tarante e briganti combattenti, non si prendono le mie notti calde, i mattini con qualcuno accanto, una donna, credevo mi chiedessero di lei, di noi, com’è pensarsi in due? dormire e svegliarsi in due? chi lo prepara il caffè la mattina? che progetti hai? i miei progetti non sono interessanti per chi guarda il televisore dandomi le spalle, e s’incanta per tutti quei colori, quanti colori hanno le immagini che scorrono? glielo vorrei chiedere a mio nonno che m’ignora da quando sono entrato: sei occupato a contare i colori della televisione? è vero, non torno dalla guerra e non porto eroici resoconti di battaglia, però il mare ci ha divisi ugualmente per una sacco di tempo, sei mesi, centocinquantuno giorni, tremilaseicentoventiquattro ore e chissà quanti minuti, le domande sono sempre le stesse, e sempre si sistemano in un angolo, non ho la forza di tirarle fuori, quelle domande non hanno la forza di resistere, resisterti, troppo facili, piccole, su ladiri non si può insegnare, il soffitto di tegole lo devo guardare da solo, quei travi in legno sono abete, quindici metri, e ogni quattro metri ci sono gli altri di taglio, aspetta, ancora una cosa, dove scappi nonno, secondo me è un’opera d’arte questa, non sto scherzando, perché ridi? dove vai? trent’anni a parlarti da uomo, a rincorrermi, cercarti, aspettami, tu domande non ne hai, lo so bene, dimmi almeno cosa pensi, dimmelo in faccia come fanno tutti, l’ha fatto mio padre tuo figlio, mia nonna tua moglie, lo faranno mia madre e mia sorella durante la cena, e poi le spalle si volgono agli estranei oppure a chi imbraccia il fucile perché hai tradito, e non mi sento l’uno e non mi sento l’altro, ti guardo le spalle, fragile mucchio d’ossa, le mani annerite dai capillari rotti, le gambe sulla sedia, la vestaglia che i potenti ti hanno cucito addosso sfiora il pavimento, le orecchie tese al televisore, poi guardo tua moglie mia nonna che ancora non crede a quello che vede, una barba maleducata che si alza e ti strappa di mano il telecomando, posso? dice quella barba, i miei occhi invece cercano il tasto rosso, quello strano cerchio con un trattino in alto, eccolo, ecco l’ho fatto, ho spento il televisore perché mi dava fastidio, non sono più abituato, a me piace parlare, specie con voi, mi piace ascoltare, ascoltarvi, quante storie a piedi scalzi con un pane che durava tutto il giorno, a volte un pezzo di formaggio, quante storie alla fontana grande e l’acqua che vi ha fatto incontrare, quella strada sterrata confine tra le case e la campagna di sotto, il sentiero dei buoi, gli spari di chi uccide per sbaglio e poi sotterra, quante storie vi vergognate di ammettere: itta ses fendi mi dice mio nonno quando torno seduto, itta ses fendi mi ripeto dentro, cosa sto facendo con questo telecomando che lui cerca senza voltarsi: tieni nonno, fatti parlare. |