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Autore: Stefano Tassinari Titolo: Il vento contro Edizioni: Marco Tropea, Milano 2008 Pagine: 190 Il fluire della Storia sceglie: sceglie cosa va conservato e cosa va perduto; cosa andrà tramandato e cosa verrà taciuto. E’ un dato di fatto, questo? No, non è un dato di fatto. Perchè sono gli uomini il fulcro della Storia. Sono gli uomini a compiere quelle scelte che significheranno memoria oppure oblio. Accade così che alcuni decidano di rimuovere fatti e luoghi e persone. Ad altri spetterà probabilmente l’onere di ripescare quei fatti e quei luoghi e quelle persone dal fondo del mare dei perdenti e dei dimenticati: fra questi uomini stanno gli scrittori, che attraverso la loro opera civile restituiscono alla luce e alla collettività pezzi di un passato taciuto – quando non rimosso – ma necessario alla costruzione dell’identità di un popolo. Restituire all’attenzione dell’opinione pubblica la Storia dimenticata, abbiamo detto: questo è il merito de Il vento contro, ultima opera di Stefano Tassinari. Il punto di partenza è un fatto realmente accaduto. Siamo nell’autunno del 1943 in un campo della Loira: quattro prigionieri attendono di conoscere la loro sorte. Sono trotskisti, e i loro carcerieri non sono nazisti o fascisti: sono di fede staliniana, sono della resistenza, eppure non esitano a umiliare chi ha condiviso con loro idee e aspirazioni per poi distaccarsene non per questioni di comodo e viltà, ma solamente per coerenza e senso di lealtà. I quattro sono personaggi realmente esistiti: fra le loro figure, risalta quella di Pietro Tresso, uomo chiave nella fondazione del Partito Comunista, amico di Antonio Gramsci, espulso dal partito nel 1930 per aver fatto sue le posizioni di Lev Trotsky. Un dissidente, diremmo. Un traditore, si disse fra le file del partito. In generale, un esempio di quanto costi un principio, un valore. Il costo è alto: Tresso e i suoi tre amici Maurice Siegelmann, Abraham Sadek e Jean Reboul verranno assassinati nel 1943 da chi un tempo li aveva chiamati compagni. E dopo il danno, la beffa di non essere ricordati. Più che una beffa, una ferita al cuore della coscienza italiana, alla quale avrebbe giovato sapere che anche fra quelli che la storia ha chiamato salvatori è esistita meschinità, fanatismo ed è esistita la possibilità dello sbaglio. Ancor di più, alla nostra coscienza gioverebbe aver notizia di chi è morto per aver deciso che un’ideale può definirsi tale soltanto se lo si difende fino allo stremo delle forze. Una frase fatta, quella di chi sta scrivendo; ma ben venga, finché può spiegare il senso profondo della coraggiosa opera di Tassinari, la cui scrittura è asciutta, al limite dell’essenziale come a voler sottolineare la necessità di raccontare senza perdersi in giri di parole. Che la raffinatezza retorica lasci il posto al documento, seppure presentato sotto le bellissime spoglie del romanzo. Romanzo civile, attraverso il quale l’autore propone al lettore una dolorosa e necessaria gita nelle stanze della memoria collettiva; buie ed impolverate stanze che la scrittura illumina, dando alla Storia la sostanza che spesso le è negata: sostanza di carne, sangue, brandelli di stoffa, lettere spedite, aspettative, ritorni attesi e abbandoni che fanno male come stilettate nella schiena. La frase scritta ad un certo punto del libro, tutti dovrebbero avere il diritto di essere ripescati da una qualche memoria, riecheggia fra le pareti di queste stanze. Che il suo suono non si estingua. Mai. |