|
C’erano anni che la routine estiva era sempre la stessa. Arrivava l’afa di giugno, la scuola si salutava con un arrivederci e Irma, la madre di Beatrice, ripeteva la fatidica frase che preannunciava le vacanze: Cerchiamo di svuotare il frigo che la prossima settimana si va in villeggiatura a viaisoleolie. Lo pronunciava così, tutto di filato, come fosse un’unica parola, viaisoleolie. E quel cerchiamo di svuotare il frigo, per Beatrice era una condanna. Capiva che era giunto il momento di preparare le valigie, di scegliere cosa portar via. Era l’ora del trasferimento in quella casa a cui Beatrice non riusciva mai a dare una collocazione. Quando tutti i suoi amici di scuola andavano in villeggiatura, lei sarebbe andata a viaisoleolie. Nell’appartamento che odiava e che aveva come unico pregio la presenza del signor Nicolai, l’inquilino del quinto piano che le regalava sempre le caramelle. Ogni volta. E quella casa era troppo lontana per andarci a piedi, ma assai vicina per essere in un luogo di vacanza. Quell’anno Beatrice aveva sette anni e non era stata una bella annata, no. L’inverno era trascorso a rilento tra le limpide grida del padre Beniamino, che facevano sembrare le pareti delle sottili costruzioni di pane sardo, i suoi bicchieri, le grida difensive della madre, che poi puntuale si faceva trovare di notte, in veranda, sul velluto bordeaux di un divano. Con qualche rivolo di sangue da tamponare, qualche mala parola a farle da eco e una nube di fumo di sigaretta pronta a voler appannare quegli occhi velati materni. Che fissavano il marmo rosso nervato di bianco del pavimento. In quelle notti Beatrice caracollava per un po’ dal salone, dove ristagnava la madre, al bagno, dove il padre dormiva su un tappeto incastrato tra il bidet e la vasca. E quando sopraggiungeva il sonno ed era certa che in casa si fossero tutti ammutoliti, solo in quel momento, silenziosa e attenta a non smuovere nemmeno l’aria, scivolava nella stanza della nonna. Con i piedi scalzi alzava qualche striscia malridotta di parquet, che rumoreggiava abbastanza da svegliare la nonna puntualmente. Lei ogni volta, Vieni dalla nonna Beatrice, diceva, dormi con la nonna, vedrai passerà tutto. E solo così Beatrice trovava il suo di sonno. Quell’inverno, in una di quelle tante notti tutte uguali, il parquet non aveva svegliato la nonna. Beatrice ferma, in piedi davanti al letto, nonna, non mi dici di dormire con te? le chiedeva, perché non mi parli? Beatrice aveva paura di svegliare il padre, di far riprendere le grida appena placate. Così era scivolata in veranda, mamma, mamma, diceva, nonna non si sveglia. E dopo anni che la nonna preannunciava al figlio e alla cognata, Mi farete morire di crepacuore, diceva, smettetela, smettetela ve ne prego, la nonna quella notte era morta. Un infarto, avrebbe poi spiegato il medico. E a seguire il figlio, giù a piangere. La cognata, pure lei giù a piangere. E Beatrice, seduta sulla poltrona di fronte a quel letto, avrebbe aspettato che si fosse fatto giorno per rientrare a scuola. Intanto rimaneva lì, impassibile, incredula, non una lacrima, non una parola, e nemmeno quando la mamma preoccupata l’aveva guardata dicendole, Nonna è morta, Beatrice, ora dovrai diventare grande, devi tornare a dormire nel tuo, di letto. Ma lei non aveva testa per ascoltare quelle parole. Non aveva nemmeno tempo per piangere. Aveva solo l’imminente preoccupazione di capire dove mai avrebbe rivisto la nonna, che Beatrice Dio non l’aveva mai incontrato, e come avrebbe superato le notti a seguire senza di lei. Il funerale nella chiesa sotto casa, anche questo le era sfuggito. Appena aveva intravisto la bara uscire da quell’imponente Mercedes nero, aveva avuto un’impressione così forte da decidere di scappare su in casa, sulla poltrona di fronte al letto di quella camera ormai vuota. E Beatrice percepiva l’assenza della nonna nelle lenzuola che già erano state tolte, nella voce materna che invadente le ritornava alla mente, bisogna far portare via ogni cosa di mamma, diceva, sì, doniamole alla parrocchia prima che restino a marcire qui dentro e a immalinconirci. E dopo il funerale tutti di nuovo a piangere in casa. Parenti, amici di famiglia e anche chi di fronte agli occhi di Beatrice non aveva un’identità precisa. Ma c’era la ziastra londinese o quella che non si sapeva chi fosse la madre, e la stessa che non era venuta per il battesimo di Beatrice, per i compleanni di nessuno, e che adesso però era a tirarsi i capelli nella stanza vuota della nonna. E c’era pure Giuliano, il fratello che non veniva da anni, quello che nessuno si ricordava più quale fosse l’ultimo Natale passato insieme. E anche Concetta, la migliore amica della nonna, quella che a ottantadue anni ancora voleva stirare e se non era per la figlia che se l’era portata a casa ancora sarebbe stata a prestare servizio dall’avvocato Cicconi. Quella sera tutto poi tornava nella sua normalità, e la stanza da letto della nonna sembrava acquisire un aspetto spettrale. Ogni cosa di pari passo rientrava nei suoi schemi abituali. Quella notte Beatrice provava a dormire in camera sua per la prima volta. Non era stata una notte facile, no. E a seguire, molte altre notti andarono su quella lunghezza d’onda. Tutte quelle che senza contarle arrivavano fino alla fine delle scuole, alla fatidica partenza. Beatrice si coricava nel suo letto, poi a un certo punto, quando le grida adulte la svegliavano, andava nel letto vuoto della nonna. E lì, col pensiero di lei, ogni volta riusciva a ritrovare il sonno. La mattina della partenza per viaisoleolie Beatrice aveva visto la luce con l’abituale fare materno. Irma con irruenza entrava nella camera, Beatrice, irrompeva, svegliati, dobbiamo preparare le valigie e andare via senza far innervosire papà. E con un gesto nevrotico e molto distante dalla delicatezza, Irma tirava su la serranda. Beatrice sgranava gli occhi facendo un balzo nel letto. Metti le tue cose in valigia, imponeva frettolosa Irma, su Beatrice, non voglio ripetertelo. Allora Beatrice lasciava ai piedi il cotone sgualcito del letto, faceva un salto dal materasso alto della nonna e cercava a suo modo di preparare il necessario da portare con sé. Quel giorno pensava che voleva osservare bene la strada, aveva voglia di capire in che luogo fosse questa viaisoleolie. Papà, diceva, mi metti vicino al finestrino?, voglio guardare la strada. Adesso vediamo, diceva Beniamino, adesso vediamo. La macchina era così piena di bagagli che, fosse stato un fiume, sarebbe straripato. E Beniamino, per nessuna motivazione valida se non per un probabile dispetto, e perché trovava una certa soddisfazione nell’imporre le sue decisioni, diceva Beatrice, mettiti in mezzo, incastrati tra tuo fratello e la borsa del ghiaccio. No, papà, controbatteva inutilmente, voglio stare dalla parte del finestrino. Di lì a pochi minuti Beatrice era incastrata come voleva il padre, tra Tommaso che teneva il televisore e la borsa del ghiaccio, e lei con il broncio e uno sguardo di rabbia decideva di rigirarsi con il volto verso il vetro posteriore, così da poter seguire comunque la strada da percorrere. La cinquecento era sommersa di bagagli, e a Beatrice rimaneva solo un piccolo spazio dove incastrare il suo pullover rosso e i gomiti puntati con i palmi delle mani a reggere il volto imbronciato. Il percorso non era durato tanto. Per Beatrice adesso il tempo di capire e vedere che passavano nel lungo viale dove c’era l’Upim e dietro la sua scuola; e anche i minuti per scoprire che percorso il ponte delle Valli si girava a destra, si costeggiava l’Aniene e di lì, il tempo di sentire Beniamino fumarsi una sigaretta togliendo aria all’intero abitacolo, arrivavano all’altra casa. Scaricare la cinquecento rossa non era un’impresa da poco. Tommaso ci metteva del suo, con i suoi nove anni. Se gli diceva bene avrebbe varcato la soglia di casa con qualche strillo al seguito, ma se gli andava male sarebbe salito con qualche lacrimone a fargli compagnia. Perché Beniamino per scaricare lo metteva dietro di sé, e se lui non eseguiva attentamente ogni suo ordine, seppur irrilevante, erano lamentele se era una giornata fuori dal comune. Se invece era una delle solite, le avrebbe prese senz’altro. E quasi sempre le giornate per Tommaso erano tutte uguali. Mentre Beatrice ancora col broncio si allontanava e prendeva qualche iniziativa. Che poteva anche essere quella di rubare le chiavi di casa, che per lei tanto non c’erano botte, ma altro. Quel giorno mentre la madre era distratta anche lei da borse e valigie varie, Beatrice aveva afferrato il mazzo dalla borsa di Tolfa della madre. Pur di non assistere agli exploit paterni aveva l’intenzione di anticipare la sua entrata in quella casa del mare. Perché per Beatrice quella era appunto la casa del mare. Viveva con la convinzione che l’Aniene non fosse un fiume. Perché ogni volta che andava a viaisoleolie si affacciava dal balcone della sala, metteva la testa tra due sbarre di ferro, si sporgeva fin tanto che riusciva a vedere un tratto dell’Aniene e tra sé e sé pensava che l’Aniene doveva essere per forza il mare. Perché tutti i bambini andavano in vacanza al mare, e allora anche lei doveva essere al mare, Beatrice, che non era diversa dagli altri bambini, e che però Irma non la portava a fare il bagno perché era sporco, quell’Aniene. E allora Beatrice rimaneva lì con le mani a impugnare i ferri, la testa appesa a fissare quello scorcio di Aniene che sembrava infinito e lei a dirsi, anche io sono al mare. Ed era contenta. Ora che era più grande, che sapeva che l’Aniene era assolutamente un fiume e che aveva imparato a leggere e viaisoleolie era via Isole Eolie e ora che non aveva più dubbi, ma cosciente che la casa di quella via era solo un’altra casa in città, Beatrice aveva anche preso atto che per anni aveva pensato di andare al mare in villeggiatura e invece non era vero. Per anni loro avevano semplicemente trascorso periodi di vacanza nell’altra casa in città. Punto e basta. E a Beatrice non piaceva mai. Non le piaceva che d’estate la nonna non stava mai con loro. Figurarsi ora che era morta. Non le piaceva che tutte le finestre che osservava da casa sua sembrassero dire che non c’era nessuno, sempre tutte chiuse. Non le piaceva quell’afa che anche a star fuori si stava male. E non le piaceva che in quella casa non ci fosse una stanza tutta sua dove rintanarsi. Allora si divideva tra il balcone dove spiava l’Aniene e quello della cucina, dove si metteva a fare i compiti o a giocare con Tommaso e a far finta di non ascoltare l’andirivieni delle sbraitate dei genitori. Quell’estate, la prima giornata a casa non prometteva nulla di buono. Beatrice sentiva ogni parola di Beniamino, Irma, hai preso tutto?, chiedeva prontamente. C’è da riverniciare la sala da pranzo e da sistemare la lavatrice, sollecitava, e prima di tutto, concludeva, devo tagliare i capelli a Beatrice. Questo, nemmeno questo a lei piaceva. Che il padre ogni volta mettesse mano tra i suoi capelli, incalzando con voce prepotente, fermati! Gira la testa a destra! Ora a sinistra! Ho detto fermati! E puntuale, anche lì, succedeva qualche guazzabuglio con qualche manifestazione inopportuna. Doveva correre per tutta casa per agguantarla e rinchiudersi con lei in bagno per la pratica capelli. Se poi la bambina manifestava particolari avversità, Irma, gridava l’uomo, acchiappala tu e portamela in bagno. Quel taglio di capelli ogni volta sembrava una tortura. Quel giorno Irma, a prendere Beatrice, c’aveva impiegato il tempo di inseguirla per tutto l’appartamento. Per poi perdersela, che lei s’era nascosta a dovere dentro l’armadio a muro. Ma quando Irma aveva sentito le biglie cadere da una mensola per sbattere sull’anta, aveva intuito che Beatrice doveva essere lì dentro. E ad aprire l’anta scorrevole la madre ci metteva un secondo, Beatrice sbraitava, finiscila, esci da lì e andiamo da papà. Ma a uscire erano prima i lacrimoni, e poi Beatrice innervosita, impaurita, scocciata al seguito. Irma la trainava afferrandole il braccio destro, mentre lei impuntava i piedi come solo i bambini sanno fare. Mamma non voglio tagliare i capelli, si lamentava, non voglio. Lo sai come va a finire se non te li fai sistemare, spiegava Irma, dài, muoviti. A quel punto la scena era sempre la stessa. Beniamino svuotava alla goccia il rum rigorosamente secco, di certo non il primo, e impugnava le forbici. Beatrice, cercando di bloccare lacrime e moccio che potevano causare movimenti inconsulti, si preparava a mani giunte tra le ginocchia. Lanciando un ultimo sguardo al fratello Tommaso, che la guardava da lontano come a volerla tranquillizzare. Poi Tommaso scompariva in salone. Che era la camera dove avrebbero cenato, ma era anche la stanza dove avrebbero dormito, ed era anche quella dove avrebbero visto la tv. Tommaso rimaneva davanti allo schermo impassibile. Irma si affaccendava in cucina; prima rassettava la polvere che sommergeva mobili interamente tarlati, poi preparava un aglio e olio di poche pretese e un secondo con le rimanenze dell’altro frigo. C’era uno strano silenzio in quelle mura, adesso. Irriconoscibile e insolito per questa famiglia che viveva tra grida e rumori d’ogni tipo. Un silenzio che stonava e sembrava sgarbato, inopportuno. Ma piaceva a Beatrice il silenzio, in ogni caso. Beatrice adorava il silenzio. La quiete che arrivava, che si metteva lì, accanto a lei, e Beatrice sapeva ascoltarne ogni più piccolo respiro e intensità. Finché a un tratto un urlo di Beniamino veniva a romperlo. Dio! Irma! Inveiva, Corri! Il sangue. A seguire il pianto imperterrito di Beatrice che gridava Non voglio morire. Non voglio morire, papà! Beniamino, rude, spesso anche deplorevole, ora piangeva anche lui. Mentre lacrimava con rammarico gettava un panno sull’orecchio sinistro di Beatrice, nel tentativo di bloccarle il sangue. Le aveva tagliato un pezzo di cartilagine. Irma arrivava di corsa. Tommaso pure. Lei nel giro di pochi secondi si sedeva sull’orlo della vasca con Beatrice tra le gambe, metteva un altro panno sull’orecchio, vedeva il sangue scendere a fiotti come accade in ogni punto di cartilagine impregnando lo straccio e finiva coll’impallidire sempre più svenendo nella vasca. Beniamino tirava giù bestemmie e parolacce dalla rabbia. Tommaso strillava Non devi morire Bea, come la chiamava lui. No. No. E, papà, concludeva, sei cattivo, sei cattivo. Poi Tommaso andava al telefono per chiamare l’ambulanza. Beniamino con un gesto di impazienza gridava di non chiamare nessuno, che gliele avrebbe suonate, e poi di prendere solo l’aceto in cucina per la madre, anche di questo si raccomandava. C’era da far riprendere Irma distesa nella vasca. Poi Beniamino alzava Beatrice, le tamponava ancora l’orecchio e provava a bussare a tutti i vicini di casa. Nessuno ad agosto aveva deciso di rimanere in città. Solo i Nicolai che, alle due di pomeriggio, aprivano casa impauriti nel vedere arrivare Beniamino in mutande con un panno insanguinato a premere l’orecchio di Beatrice, anche lei in mutande. Sembravano spaventati e preoccupati, e prendi il cicatrene Assunta, per cortesia prendi il cicatrene, diceva il signor Nicolai alla moglie in vestaglia e sorpresa di certo nel riposo pomeridiano. Beatrice aveva smesso di piangere da un po’, le rimaneva la preoccupazione della morte, a lei. Solo questa. Stai tranquilla Beatrice, la rassicurava il signor Nicolai, stai tranquilla non è niente. Solo una brutta ferita. Ma Beatrice vedeva la preoccupazione negli occhi del condomino e nella decisione di scendere a casa con loro. Lì Irma ripresasi dallo svenimento era stesa sul letto. Tommaso in apprensione per tutto la vegliava, conservando l’ira verso Beniamino. Beatrice si stendeva accanto alla madre, e a poco a poco il sangue si sarebbe fermato. E cerca di non dormire Beatrice, le spiegava il signor Nicolai, che domani ti porto tutte le caramelle che desideri. Beniamino nervoso e irritato sapeva solo dire Ma quali caramelle e caramelle Beatrice, domani pensa a fare i compiti, che non hai nulla! Passata la paura di Beniamino, per lui tutto era svanito. È già tutto passato. Col sopraggiungere della sera, quando tutto sembrava scemare e ciascuno rientrava nei propri ruoli immancabilmente e con una vaghezza che aveva dell’allucinante, Beatrice col pensiero che non doveva dormire andava nel suo letto e piangeva. Che ragazzina che sei, inveiva contro Beniamino. Proprio lui che, passato il peggio, il peggio di sé iniziava a darlo. Irma era persa nel suo di sonno. E solo Beatrice che non poteva dormire continuava in disparte il suo pianto, in quella casa che odiava. Nessuno però sapeva che quella notte, per la prima volta, piangeva la nonna che non c’era più. Nemmeno Tommaso lo immaginava. Lui, per aver tentato di chiamare l’ambulanza, era già a prender botte dal padre Beniamino. Che razza di nome per un padre così. Il matrimonio degli altri può essere una vera rogna per qualcun’altro. Una gran fregatura. La storia si ripete e certi matrimoni anche. Gli anni Settanta quasi al capolinea e questa è solo la storia del classico matrimonio nato da una fuga. Lui scappa e va da lei. Lei esce per buttare la spazzatura ma poi, chi s’è visto s’è visto. Si va via con quella cinquecento rossa, in città. Un matrimonio in comune. Nessuna benedizione dall’alto. E il matrimonio, non solo una celebrazione, quel che ne vien dopo, caso mai. Più di tutto. |