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Un ricordo di me
Scritto da Ettore Malacarne   
venerdì 05 settembre 2008

Sono un bambino e piango. Il pianto è così improvviso  e disperato che la madre del mio amico di giochi si affaccia al balcone di casa e poi scende, per verificare che non mi sia capitato qualcosa di brutto. Domanda a suo figlio cos'è successo e questo le dice che non sa. Si avvicina a me che resto seduto al bordo della strada chiara per la sabbia di tufo. Mi chiede cos'ho e non riesco a risponderle per i singulti che mi opprimono la gola.

Mia madre è a raccogliere pomodori in una campagna non lontana, mio padre in Germania. Io piango sul ciglio di una strada di quartiere, vicino muri vecchi di secoli, ricoperti da intonaci istoriati con licheni color ocra e muffe scure, crepe, graffi, distacchi e crateri in cui riparano vermi e formiche. Guardo attraverso la lente delle lacrime la luce abbagliante e la disperazione non ha consolazione.

La madre del mio amico domanda ancora se non ho per caso sbattuto contro qualcosa, o una serpe mi ha morso. Alzo le braccia di bimbo verso di lei e poi le lascio ricadere e mi piego a terra, di lato con la fronte nell'erba secca e la sabbia mi si attacca alla faccia. La donna si spaventa e si rivolge ad un'altra signora che si è affacciata alla finestra della sua casa che da sulla strada. Si domandano se non sia il caso di chiamare un dottore, o mandare qualcuno ad avvisare mia madre.

Arrivano altre donne ed anche un uomo che mi guarda restando a distanza, pensa che sono cose da ragazzini e conclude che il mio amico mi avrà dato un pugno o una botta e tra qualche minuto mi passerà, ma il mio amico nega, lui non mi ha toccato, non mi ha spinto e ne colpito. Allora cosa mi è successo gli domandano? Lui ripete che non sa.

Una ragazza mi solleva da terra e mi prende in braccio, mi bacia le guance e la fronte, mi pettina i capelli con le dita e mi dice di calmarmi. Io l'abbraccio e mi appoggio alla sua spalla ed al suo seno adolescente. Mi culla con colpetti delle braccia, e ripete: "Su. Su".             

 La madre del mio amico, preoccupata che si scopra alla fine che suo figlio mi ha fatto del male, insiste per sapere cosa stavamo facendo quando mi sono messo a piangere e lui le risponde che stavamo giocando. A cosa giocavamo vuole sapere. Giocavamo a fare una fortezza con la terra e gli stecchini secchi che avevamo raccolto sotto un albero di fico. Le fa vedere dove sono le torri, i ponti, le case, le strade, il palazzo del re, della nostra città invincibile cinta da una tripla cornice di mura.

La donna conclude che devo essere un bambino strano a piangere a quel modo, per una ragione che non c'è. Tutta quella disperazione che non trova fine sarà forse per mio padre che è andato via, o mia madre  che mi ha lasciato solo per lavorare.

 La ragazza non riesce più a reggermi in braccio e mi rimette giù ma mi tiene la mano, si china e cerca di guardarmi negli occhi, ma i miei si sono gonfiati perché li ho sfregati con le mani sporche di terra ed ancora li frego e piango. Che c'è mi domanda che succede? La madre del mio amico riesce a sapere dal figlio che, mentre giocavamo, era arrivata una ragazzina a raccontarci che vicino alla fontana c'era un uomo che diceva alla gente che tutti saremmo morti. Nessuno sarebbe sopravvissuto, era solo questione di tempo. Ogni cosa sarebbe sparita e del paese non sarebbe rimasto niente. Io mi ero messo in silenzio  senza più la gioia di costruire con le forme di fango,  avevo poi cominciato a piangere e non la finivo ancora.

Sentito questo qualche donna dice che sono cose da non credere che un bambino così piccolo si faccia impressionare da un discorso come quello. Un bambino così piccolo che cosa può capire della morte?

Io non ho più lacrime da versare ma continuo a singhiozzare e non riesco a dire quello che voglio e le frasi che penso. Vorrei pregare quelle donne di avvisare mia madre in campagna, che saremo tutti morti e di avvisare pure mio padre in Germania che io non so come fare. Saremo morti, soli e lontani uno dall'altro. Poi arriva mia madre sconvolta, di corsa, con la sua bicicletta dalla campagna, qualcuno ha avvisato il padrone della terra che mi è successo qualcosa e che sto male. La ragazza che mi tiene per mano mi dice che adesso passa tutto e mi porta verso di lei, che vedendomi camminare e senza ferite si calma, e ancora di più quando la ragazza le dice che ho avuto solo paura per un racconto che ho sentito.

Mia madre mi prende in braccio. Il suo vestito è sudato e con la faccia calda e umida di lacrime mi bacia più volte sulla fronte e la testa dicendomi che tutto è passato. Adesso mi escono le parole, anche se continuo a piangere, le dico che saremo tutti morti e che un giorno non ci sarà più niente, sarà tutto scomparso. Mia madre mi risponde che non è vero. Da dove li prendo certi pensieri?

Andremo a casa e mi darà fichi secchi, mandorle e pane, per merenda. Non devo avere paura perché noi non moriremo.

[tratto dalla rivista NoTag - free press culturale]

 
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