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Gente dei palazzoni
Scritto da Ettore Malacarne   
giovedì 07 agosto 2008

In quel periodo ero in quarta elementare e se non consideriamo la condotta a scuola ero uno dei migliori. L'anno prima, alla consegna delle pagelle, la maestra aveva fatto lo scherzo di dirmi che mi aveva bocciato perché ero troppo discolo. Io piangevo e lei mi ripeteva che ormai c'era poco da piangere.
«Ti ho detto o no mille volte che non potevi uscire dalla classe senza permesso?» mi chiedeva.
«Ti ho detto o no mille volte che non dovevi strappare le pagine dai quaderni fino a farli diventare delle copertine senza niente dentro?»
E incalzava: «Ti ho detto o no mille volte che non potevi rispondere ai compagni con le parolacce?» ed altre frasi così.
Era stata colpa mia se mi aveva dato sette in condotta e, anche se il profitto era buono, con il sette in condotta si veniva bocciati.
Io ero lì al lato della cattedra, non rispondevo, non facevo neppure sì con la testa, piangevo e basta. La maestra teneva in mano la pagella aperta, senza farmela vedere, e di fronte avevo i miei compagni che stavano tutti a fare il passaparola e si dicevano nelle orecchie: «È stato bocciato. È stato bocciato».
Poi alla fine mi aveva detto che non era vero e che si era trattato di una lezione, perché dovevo capire quello che avevo rischiato.
Non mi aveva bocciato, ma in quarta lo avrebbe fatto se non diventavo calmo e rispettoso e non la smettevo di staccare le pagine dal quaderno.
Avevo preso una paura così forte che l'anno dopo a scuola mi ero calmato e la maestra diceva che era successo un miracolo. Neanche lei riusciva a crederci e ne parlava con le altre sue colleghe ed io lo vedevo che mi guardavano e mi sorridevano, come se tutto all'improvviso fossi apparso loro davanti con un'altra faccia, mentre prima al massimo mi urlavano qualche rimprovero o mi stimavano con quel loro sguardo severo. Allora non potevo sapere che dipendeva dal fatto che ero uno dei palazzoni e quindi appartenevo ad una specie da tenere d'occhio ed alla quale era meglio non dare troppa confidenza, per non doversene poi pentire.
Comunque, qualsiasi fosse il significato che gli altri davano all'abitare in un appartamento dei palazzoni, per me voleva dire soltanto stare a casa.

Erano tre scatoloni uguali, colorati con un giallo sbiadito, alle finestre avevano tapparelle di plastica nocciola, anche loro sbiadite. I portoni degli ingressi alle scale erano di ferro ed avevano i vetri rotti. Ogni tanto c'era chi chiudeva i buchi con delle pagine di giornale accartocciate ma duravano poco e finiva che le pallottole restavano nell'atrio fino a quando qualche ragazzino, giocandoci a calci, non le buttava fuori.

Se abitavi nei palazzoni e guardavi da una finestra che dava verso la pianura, vedevi solo i parcheggi delle industrie ed i loro tetti, con le ciminiere che buttavano fuori un vapore arancione. Di fronte invece c'era un ampio piazzale rialzato e sotto questo l'arteria stradale, su cui scorreva il traffico dei camion e delle auto dirette alle varie aziende.
Oltre la strada, invece, la campagna resisteva ancora, per quasi due chilometri, con i filari dei vigneti, i pascoli a trifoglio e grossi alberi di ciliege e noci, fino al cimitero nuovo.
Ogni palazzone aveva otto piani e per ogni piano c'erano cinque appartamenti. Questo voleva dire un sacco di gente e decine di biciclette e motorini, appoggiati ai muri nel cortile sul retro.

A chiamarli i palazzoni eravamo noi che ci abitavamo, per tutti gli altri erano le case popolari.
Un giorno ho domandato alla mia insegnante cosa volesse dire il termine popolare, senza dare altre spiegazioni, e lei mi ha risposto che voleva dire conosciuto, famoso, noto a molta gente. Allora avevo pensato che era la giusta definizione perché i palazzoni li conoscevano tutti...

[tratto da La conquista dello spazio e altri racconti, Eumeswil edizioni, 2008]

 
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