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A Londra io non ci sono mai stato, però c'è stato un periodo nella mia vita in cui tutte le cose buone venivano da lì, quindi se volevo essere buono a qualcosa, almeno negli ambienti che frequentavo, dovevo andare a Londra. Il viaggio a Londra era un obbligo sociale. Questa cosa era tanto diffusa che tutti la riconoscevano valida. Funzionava circa che tu cominciavi qualche mese prima a dire che andavi a Londra, allora gli amici ti chiedevano come ti stavi organizzando, se conoscevi qualcuno, se avevi una casa dove andare e ti suggerivano possibilità, si dicevano disposti a lasciarti un numero utile. Tutti avevano un' idea, avevano informazioni, consigli, raccomandazioni e aneddoti. Molti avevano addirittura un amico fraterno che di certo poteva darti una mano. Questi amici fraterni meriterebbero un discorso a parte perché poi risultava che erano semplici conoscenti, mai attendibili e sempre disposti a farti spendere per loro qualche soldo. La città era piena di scrocconi di professione che si mantenevano alle spalle degli amici degli amici. Penso che questo accadeva perché anche dire che conoscevi qualcuno a Londra ti dava un prestigio, ti rendeva più interessante e frequentabile. Ascoltando i discorsi di chi ci era stato almeno una volta era possibile farsi un' idea così: gli amici inglesi erano tanti, ma talmente tanti, che uno non aveva dubbi che per farsi un amico bastava fare un viaggio nella capitale del regno unito.
Chi ci era stato lo riconoscevi da lontano, era impossibile sbagliare, anche volendo. Quelli che ci erano stati venivano tutti presi dalla stessa euforia, cominciavano ad ordinare delle pinte di birra, a maledire l'Italia merdosa e troglodita, inserendo nei discorsi frasi in inglese, modi di dire che solo loro capivano, tra di loro intendo, tra tutti quelli che in quella città c'erano andati anche solo una volta. Il marchio made in London era certezza di qualità. Da parte loro invece, intendo i londinesi, non avevano simpatia per i nati in Italia, anzi avevano maturata una viscerale intolleranza che si manifestava al solo contatto. I londinesi avevano due intolleranze di questo tipo, la prima per i pachistani e la seconda per gli italiani. L'agente eziologico delle due intolleranze era diverso, a noi ci odiavano perché ci accusavano di essere dei sudici scrocconi, per via della social e delle case occupate. In quel periodo, il periodo a cui fanno riferimento questi miei ricordi, ogni disoccupato italiano sapeva che bastava andare a Londra e lavorare qualche mese un lavoro qualsiasi per avere diritto al sussidio di disoccupazione, la social appunto. Potevi anche entrare ed occupare una delle tante case chiuse dell'edilizia popolare e abitarci senza pagare l'affitto, questa seconda cosa ti trasformava in squotter. Allora a me sembra che squotter e social siano due termini inglesi, anche se io non so come si scrivono e manco ho voglia di andare a controllare, perché con la lingua inglese ho un conto in sospeso dalle medie. Quello che voglio dire è che, essendo termini inglesi, fanno riferimento alla popolazione inglese ed ho sempre fatto fatica a capire cosa c'entravano gli italiani in quei termini, è vero però che la social la prendevano in tanti amici miei. Allora a Londra c'era un sindaco comunista, anche questa cosa ho sempre fatto fatica a crederla. Un sindaco che aveva voluto che le cose andassero così. Un sindaco che aveva fatto mettere un conta-disoccupati a cristalli liquidi, aggiornato in tempo reale, sopra un edificio, in una importante piazza della città. Forse anche questa cosa doveva dare fastidio perché il numero dei disoccupati era enorme e questo era poco decoroso per l'immagine della nazione, tenuto poi conto che molti di quei disoccupati provenivano da altre nazioni con il solo intento di aumentare quel numero, già troppo imbarazzante per gli inglesi. A causa di tutte queste cose imbarazzanti, sindaco comunista e il resto, l'allora primo ministro britannico, detto pure figa di ferro, decise che la città non doveva avere un sindaco ma essere sotto il diretto controllo del governo. Questo però accadeva qualche tempo dopo e dava l'inizio ad una serie di scontri tra il popolo della social e la figa di ferro, rappresentata in campo dalla polizia. Al tempo di questo racconto i miei amici vivevano felici, prendevano la social e arrotondavano con un po' di spaccio e il commercio di souvenir della città, roba tipo giubbotti di pelle, scarpe sax, dischi di gruppi nuovi, magliette. A proposito delle Sax, che erano poi le scarpe antinfortunistiche dei minatori, una volta ho provato ad uscire con le scarpe di mio padre che fa il muratore, degli stivaletti con protezione alla caviglia e punta in ferro, sporche di calcina. Tutti mi guardavano perplessi. Avevo voglia di dire che costavano meno delle sax ed erano più oneste, intendevo culturalmente, ma non mi volevano capire. Un amico mi diceva che le sax avevano la punta rinforzata in acciaio che erano come un arma impropria se le sapevi usare, se dicevo che anche le mie l'avevano lui mi ripeteva "se col cavolo, c'hanno la punta di acciaio". Poi la moda prese piede e cominciarono a comparire delle imitazioni tipo sex, sox, zax, tax, con placchette triangolari di alluminio cucite sulla punta a imitazione del ferro sottostante, suole di cartone e lacci di cotone marcio. Questo rendeva ancora più preziosi i pezzi originali, aiutando il commercio dei tanti emigrati in cerca di disoccupazione. L'italiano medio era colpito dalla sindrome di venerazione di tutto quello che cominciava con il termine anglo. Tutte le persone che conoscevo ne erano affette in forma più o meno grave, eccetto mio nonno che era un uomo con le idee chiare lui. La scala valori voleva al primo posto gli inglesi autentici. Chi riusciva ad averne ospite qualcuno dominava le serate. Gli inglesi, quelli veri, avevano sempre delle facce da cazzo. Ti vomitavano sul tappeto del salotto e ridevano, ti mandavano a farti inculare, tu e tutti gli italiani, quando cercavi di spiegargli che noi Italiani avevamo l'abitudine di vomitare nella tazza del cesso, nella quale pisciavamo pure, non come loro che ci pisciavano appena usciti di casa, nel vaso del tronchetto della felicità, sullo zerbino o in mezzo alla strada, davanti alla finestra della vicina, che per ovvie ragioni avevamo ribattezzata la Rai. Abbiamo il controllo dei nostri sfinteri noi. Gli inglesi mollavano rutti sempre quando erano a due centimetri dal tuo naso e scoregge tutte le volte che eravamo in macchina, in un ascensore o in un qualsiasi ambiente ristretto, in cui la convivenza era coatta anche solo per alcuni minuti. Gli inglesi dai capelli di stoppa, la pelle trasparente delle uova di rettile, da cui si intravedevano i percorsi blu delle vene sottostanti, i denti sempre accavallati e quell'odore di piscio di cane in un vasetto mezzo consumato di confettura di lamponi. Gli inglesi che qualsiasi cosa dicevi non ti guardavano e ghignavano sotto la rada peluria. Qualsiasi cosa dicevano ci mettevano un fac un blood, un bastard. Poi gli inglesi che alzavano la voce a sproposito, che ti muovevano la mano davanti alla faccia o alzavano il boccale di birra per rompertelo sulla testa. Gli inglesi autentici che erano già ubriachi la mattina e continuavano a bere birra fino alla mattina del giorno dopo, perché da noi questa cosa è possibile. Da loro si beve solo fino ad una certa ora nei locali pubblici, poi stop. Gli inglesi che parlavano un inglese che non era mica tanto inglese, era sleng, più o meno come l'italiano parlato da un analfabeta che si incontra con altri amici suoi analfabeti per giocare la briscola il venerdì. Un linguaggio che diventava una lingua di casta, un linguaggio che se non lo parli sei fuori da ogni comunicazione... [tratto da La conquista dello spazio e altri racconti di Ettore Malacarne, Eumeswil edizioni, 2008] |