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Autore: Saverio Montalto Titolo: La Famiglia Montalbano Edizioni: Frama's, Chiaravalle Centrale (CZ) 1973 Pagine: 404
Anche se misconosciuto, praticamente introvabile, dato alle stampe solo nel 1973, è datato 1940 il primo romanzo organico sulla mafia – La famiglia Montalbano di Saverio Montalto – che precede di quattro lustri il più noto volume di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta. Ed è quindi la Calabria e non la Sicilia, e quindi Ardore e non Racalmuto, a dare i natali al romanzo di mafia. La letteratura meridionale aveva sfiorato il tema della mafia più e più volte, ma mai nessuno aveva utilizzato la malavita organizzata come nodo centrale e quasi esclusivo di un intero romanzo. La famiglia Montalbano, 400 pagine di ‘ndrangheta del primo dopo guerra, un breviario di picciotteria, battesimi, bravacci di paese – per usare un’espressione di Corrado Alvaro – e onorata società, scopre per la prima volta la parte infetta della provincia meridionale. Con una descrizione organica dei primi meccanismi strutturali della ‘ndrina locale – da tribunale interno detto “crimine” alla ripartizione territoriale del controllo sociale ed economico, dagli stretti rapporti quasi pedagogico-formativi con l’America dei padrini alle spicciole questioni di verginità disonorate e “rimarginate” – Saverio Montalto, veterinario di Ardore, racconta un piccolo centro della costa ionica che all’indomani della prima guerra mondiale ridisegna le sue strutture sociali. Ne traccia i confini culturali e soprattutto ne descrive le inquietudini più cupe, il tutto con l’inaspettata maestria di un narratore epico e l’ingenuità eroica di chi respira aria malsana e trasuda rabbia. Sorprende la lucidità feroce con cui si scandaglia la struttura del potere mafioso, i primi rapporti con il mondo istituzionale e politico, il voto di scambio, la paura della gente. Un occhio attento e una parola viva, di popolo, incrostata di grecismi e terra, aspra come le montagne alle spalle di Zuccallio, fertile e sempreverde come le distese secolari di ulivi. È un linguaggio puntuale, crudo e arcaico nello stesso tempo, è il linguaggio dei campi, del pascolo, dei notabili corrotti e dei massari, è il linguaggio del capobastone manieroso e del coraggio trasognato e incosciente di un ragazzo –Cola Napoli – che sfida la “famiglia” e le regole sociali per amore di vita e di passione. Cola Napoli vive in una rete di rapporti fatta di maglie che si stringono e si aprono alla bisogna, affiliazioni, tradimenti, avvertimenti, uccisioni, onore e onorati, santi a cui votarsi. E Cola Napoli in questa fitta rete è solo, solo nell’insicurezza dell’umore, nell'idea romantica di Carmeluzza, solo nell'incapacità strafottente di abbassare lo sguardo: “[…]non ebbe tempo di fissare bene la luce che due colpi di pistola echeggiarono cogliendolo al petto ed al basso ventre. Mandò un flebile gemito e si accasciò dopo alcuni secondi su se stesso ai piedi di Peppe. La prima impressione fu come se due spiedi roventi gli avessero attraversato la vita da parte a parte.” |