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Era iniziato tutto a Tavira, nel Portogallo del sud. Lei stava sopra e si inarcava all’indietro, urlando fuori di testa. Lui sbuffava e gemeva tenendola per i fianchi. Erano sudati. Davanti alla tenda c’erano sacchi di plastica pieni di avanzi di cibo: scatolette di tonno, pane raffermo; nel terriccio erano state piantate bottiglie vuote di birra a testa in giù. Si sentivano continuamente voci, provenivano da ogni angolo della pineta. Lei gli appoggiò le mani sulle spalle e, dopo un sibilo prolungato e un ultimo inarcamento, crollò di fianco a lui e si addormentò. Se non fosse stato per Dan, lo svedese con il cervello di semolino, la loro storia non sarebbe mai nata. Dan, con il cervello spappolato dalla noia di vivere dieci mesi all’anno a due chilometri dal Circolo Polare Artico, si era messo in testa, dopo tre bottiglie di vodka, che i due italiani del gruppo dovevano mettersi insieme. Erano intorno al falò. Le chitarre accompagnavano la bevuta notturna. I due italiani non dissero nulla, se ne andarono verso il campeggio incitati da una dozzina di alcolizzati provenienti da sperdute zone del nord Europa. In tenda lei si mise a ridere: -C’era davvero bisogno di Dan il pazzo per farci venire qui?- -Anche la vodka ha avuto la sua parte…- rispose lui sorridendole. Si stavano analizzando. -Tu sei timido?- -Sì, sono timido- disse lui, sapendo che stava per accadere. -Allora dovrò importunarti io…- disse lei, e lo baciò con la bocca socchiusa. Guardò fuori dalla finestra, il respiro veloce e affannoso che proprio non voleva starle dentro. C’era un’enorme distesa di frutteti fra l’erba gialla bruciata dal sole. Nessuno si aggirava fra i campi. Le girava la testa. Lo stereo non aveva ancora smesso di andare dalla sera prima. Con il repeat inserito i Velvet Underground suonavano in continuazione da almeno dieci ore. Cercò le mutandine per terra, fra altri indumenti sgualciti, sciupati. Le trovò sulla copertina di un libro. La danza immobile di Manuel Scorza. Si infilò rapidamente le mutandine dicendosi che coprire la nudità era l’unico modo per disfarsi in fretta di quell’ultimo triste orgasmo. I Velvet Underground suonavano White Light, White Heat che, insieme alla vista dei frutteti, produsse un’ovatta virtuale che la calmò. La calmò tantissimo. Sul letto Franz si stava godendo la botta del dopo scopata. Gli occhi immobili nel vuoto, vitrei. Sembravano non dare nessuna importanza a nessun particolare. La droga gli stava risucchiando la mente. Un trapano di fastidi quotidiani perennemente acceso dentro alle tempie. Franz iniziava a farle schifo. Adesso che era pulita aveva voglia di sesso vero, di poesia, di immoralità pura. La notte prima aveva sognato di farsi possedere da un uomo mascherato che la penetrava sussurrandole sconcerie in francese. Spesso si ritrovava a desiderare vecchie e sane esperienze viscerali. Il tavolo di una cucina, il cesso di un ristorante pakistano, il fienile. Una felice, convulsa scopata, senza rimorsi e rimpianti. Un immenso urlo di piacere prolungato all’infinito. Non ne poteva più delle inalazioni drogate di Franz, delle sue patetiche avances, fatte solo per fare un piacere a lei. Servivano solo a farla arrabbiare e deprimere. All’inizio pensava sinceramente che Franz fosse una persona straordinaria. Gli piacevano i suoi quadri dipinti sul marciapiedi, la sua allegria, i suoi occhi spiritati. Gli piaceva tantissimo farsi e strafarsi con lui. Adesso stavano ore senza dirsi nulla. Franz si drogava, vomitava, mugugnava. Lei guardava i frutteti, consumando, uno dopo l’altro, centinaia di pacchetti di sigarette senza filtro. I Velvet Underground suonavano Sweet Jane. La campagna era immobile. Fra due ore sarebbe dovuta andare in stazione. Che gli avrebbe detto quando si sarebbero rincontrati? Gli dispiaceva tantissimo…
Sedeva alla fine delle scale, sul lastrone di marmo. Gli occhi malinconici. Indossava una canottiera verde e lui non poté fare a meno di notare che non portava il reggiseno. Lo abbracciò tremante, puzzava di sudore stantio. A lui venne voglia di baciarla. -Hai i capelli lunghi- disse lui, arrossendo. -Anche tu, mi pare- rispose lei, sistemandosi una ciocca dietro all’orecchio destro. C’era il rischio del silenzio. Lei lo aveva chiamato dopo un anno di lontananza. Era dimagrita a forza di farsi. Voleva uscirne. Stavano fermi, immobili, nell’atrio di una stazione grigia. -Terribile la provincia, eh?- disse lui, subito pentendosi di aver pronunciato una frase tanto idiota: Lei sorrise e storse le sottili labbra chiare: -Andiamo va, ti faccio fare una passeggiata-
Passeggiarono per la farsesca città veneta. Vicenza: finta Venezia, finto benessere. Passeggiarono in un corso stretto e pieno di gioiellerie. Arrivarono in un parco, bello e silenzioso. Lei si arrampicò su un albero. Lui si fumò una sigaretta. Non avevano ancora smesso di parlare. Lei disse che era diventata credente, che sognava madonne e altre icone cristiane, sognava vecchie stanze rococò e mistiche fattucchiere dalla pelle olivastra e dai modi rozzi. Gli raccontò della sua storia disperata e lui si arrabbiò nel profondo perché era sprofondata nell’abisso per colpa di un altro uomo. Si sentì terribilmente egoista. Arrossì. Lei disse che forse era una cosa troppo personale ma la raccontò ugualmente, quasi sperimentasse con lui tutte le sfumature di dialoghi che aveva ascoltato in tv: ricordi sbiaditi e puerili della prima adolescenza.
Sull’erba si abbracciarono. Si fumarono uno spinello, passandoselo ogni due tiri. -Perché non lo lasci?- domandò lui. -Forse un giorno scapperò da te- Lui iniziò a piangere. -Non devi piangere per me- Un ape si posò sui sandali della ragazza. -Lo so che pare brutto ma adesso posso dirtelo- disse lei mordendosi il labbro inferiore -Adesso so che io allora non ti amavo, mi piacevi, sei bello e ti voglio bene, perché mi ascolti- L’ape risalì il suo piede solleticandole la pelle.
In Portogallo era durata una settimana. Una mattina di sole lui arrivò davanti alla tenda e le disse semplicemente: -Vado in Spagna… mi piacerebbe vedere Madrid- Lei aveva occhi assonnati, sorrise e borbottò: -Preparo la mia roba- Lui sperava che lo seguisse. Fecero colazione con Dan e il clan dei vichinghi e poi partirono in autobus verso Huelva. Quel giorno c’erano 38 gradi. Lo notò lei, l’aveva letto in un grande termometro elettrico appeso fuori da una farmacia di Ayamonte. Dormirono in un alberghetto di Sevilha. Fuori da ogni realtà conosciuta. Quella sera cenarono con formaggio cremoso e pane a fette. Fu un viaggio bello e intenso attraverso la Spagna e la Francia. Parlavano poco. Rispettavano quella dimensione di silenzi e sospiri. Si osservavano e camminavano in località straniere. Quando arrivarono a Vicenza, nella finta Venezia, nella casa di campagna che lei aveva ereditato dal nonno, cambiò qualcosa. Lei era inquieta. Verso le cinque del mattino gli disse che doveva riprendere gli studi e che aveva bisogno del suo spazio. -Mi va benissimo un rapporto a distanza- aveva detto lui. -A me no, mi mancheresti- aveva ribattuto lei accarezzandogli la mano. Lui tornò a Bologna, nell’appartamento che divideva con altri due studenti fuori corso. Qualche sporadica fuga nel cuore della notte. Lui da lei, lei da lui. Qualche telefonata. Poi il silenzio. Adesso la ragazza camminava, dritta e pallida. Lui continuava a provare rabbia per quel bastardo che divideva la casa con lei. -Dovresti lasciarlo- le disse improvvisamente. -Sì, dovrei lasciarlo… ogni cosa ha il suo tempo- rispose lei con aria scocciata.
Non si scambiarono più battute. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Sembrava di essere tornati in quelle località straniere che avevano percorso insieme un anno prima. Silenzio, solo silenzio. Arrivarono davanti alla stazione. -Sono stata bene oggi- disse lei. -Anche io…- le prese le mani –Se hai bisogno di aiuto telefonami, hai capito?- -Te l’ho detto, forse un giorno di questi scappo da te… l’ho già fatto ricordi?- -Sì, me lo ricordo- Dopo un abbraccio veloce lui era seduto sul treno a mettere in fila tutti i pensieri della giornata. Lei aveva bisogno di fumare. Mise una mano nella borsetta e, mentre guardava il treno allontanarsi, toccò qualcosa di duro: era una vecchia edizione di La danza immobile di Scorza che si era ripromessa di regalargli. Sospirò davanti all’immagine dell’ultimo vagone che si stava allontanando. Andò in una cabina telefonica a chiamare casa ma Franz non rispose. ‘Magari se n’è andato’ pensò la ragazza, stranamente felice. Rimase lì, fra la biglietteria e il bar, appoggiata al tabellone degli arrivi. Si gustava la sigaretta e quando questa finì se ne accese subito un’altra. Nel piazzale c’era l’autobus per la campagna, i frutteti, la casa. Decise di rimanere un altro po’ lì. ‘Magari’ pensò ‘arriva l’uomo del mio sogno e mi porta via con lui… questo mi piacerebbe tantissimo…’. Lasciò ricadere il libro di Manuel Scorza nella borsetta e, sedutasi per terra, si mise ad aspettare.
Quattro mesi dopo a Venezia, in una giornata grigia. Tre donne chiacchieravano sguaiatamente e camminavano verso la piazza del Ghetto. Un uomo sedeva su uno sgabello bianco a ridosso del canale. Sul ponte lui e lei. Alle loro spalle, una barchetta a motore che passava borbottando. I due erano vestiti in modo informale: una giacca a vento e dei jeans lui, un maglione peruviano e una gonna nera lei. Soffiava il vento e i capelli lunghi di entrambi svolazzavano e finivano continuamente davanti alle loro facce. -Allora te ne vai- disse lei mordendosi il labbro inferiore. -Lo sai che vado… ne abbiamo già parlato ieri sera- -Ieri sera ero più interessata a fare qualcos’altro- disse lei con un sorriso triste. -E’ stato bello ieri sera- ammise lui avvicinando la mano alla sua guancia per farle una carezza. Lei si ritrasse. -Non voglio lasciarti con stupide effusioni… è per colpa di Franz, vero?- chiese, scostando lo sguardo, solo per un attimo, dagli occhi di lui. -No, non è per colpa di Franz… non metterla su questo piano- -E smettila!- disse lei alzando la voce –Certo che è per colpa di quell’imbecille!- Lui si accese una sigaretta e guardò il canale. Si sentiva in imbarazzo. Quattro giorni prima era giunta la telefonata. Lei gli aveva chiesto di raggiungerla a Venezia e lui lo aveva fatto. Quando si erano incontrati sul piazzale davanti a Santa Lucia lei gli aveva sbrigativamente fatto il resoconto della situazione: -Mia madre ha venduto la casa di mio nonno. E’ successo due settimane dopo il nostro ultimo incontro. Adesso vivo in un appartamento in città, dalle parti del Ghetto Grande. Ho mollato l’università. Sto vivendo con i soldi che mi passano i miei genitori. Mi piacerebbe fare la pittrice- -E lui?- -Lui mi ha seguito…- Quella sera Franz non sembrò particolarmente scocciato di avere un ospite a cena. L’unico interesse di Franz pareva essere la polverina giallognola che si scaldava nella stagnola. Non si accorse di nulla: con la musica dei Velvet Underground che copriva i loro gemiti, la sua compagna e l’ospite emiliano fecero l’amore. Sul ponte passarono due bambini correndo. -Perché fai tutto così difficile?- chiese lei. -Dio santo Lili! Non mi sembra di fare tutto così difficile…- -Ci metti la tua parte per rendere odioso questo addio, altro che! Stai li tranquillo come se non fosse accaduto niente…- -Sei tu che non vuoi lasciarmi in modo normale…- Ci fu un breve silenzio che i due sprecarono a guardarsi le relative facce. -Che situazione di merda- disse lei. Iniziò a piangere. Lui la guardò piangere. -Perché fai così?- -Oh, lo sai perché faccio così!- Lui buttò la sigaretta e strinse la ragazza fra le braccia. Lei provò a strattonarsi ma poi cedette. Il suo corpo tremava. La faccia affondata fra il collo e la spalla di lui, che ora le accarezzava i capelli e guardava un punto indefinito della grande piazza. -Sei un bastardo!- disse lei, continuando a piangere. -Lo so… ma è meglio così, credimi…- Lei alzò lo sguardo. Il suo viso era arrossato, i suoi occhi erano colmi di pianto. -Sarei rimasta in eterno in questo nostro limbo… bastava solo che tu me lo chiedessi…- -Sono confuso… e poi io devo tornare alla mia vita…- -La tua vita! La tua vita!- urlò lei districandosi dall’abbraccio e guardandolo furente –Questa è la tua vita se lo vuoi! Questa è la tua essenza! Questa è la tua felicità! Tornerai alla tua banale esistenza vuota! Alla tua misera sopravvivenza! Altro che vita! Tu la vita la lasci qui e non sei nemmeno dispiaciuto!- -Non è vero…- -Ammettilo Piero! E’ stata solo una gran bella scopata, non è così? Ti sei divertito a scoparti di nuovo la tua ex fidanzatina con gli occhi belli?- Lui guardò in basso. La ragazza fece qualche passo su se stessa, poi sfilò dalla tasca del maglione un foglio spiegazzato. Lesse con un sorriso amaro, guarda l’uomo e, lentamente, strappò in quattro parti il foglio. -Perché lo hai fatto? – chiese lui. -Perché io sono solo un’infatuazione impalpabile, ormai…- -Quello che ti ho scritto in quella poesia lo penso davvero…- -Che cosa? Che sei sprofondato dentro ai miei occhi? Che mentre facevi l’amore con me una scheggia di luna ti si è conficcata nella schiena? Che era solo l’inizio? Sei un bastardo…- -Lili, ti prego… perché non può essere più normale?- -Perché io sono pazza! Perché tu sei pazzo! E i pazzi non si dicono addio in modo normale… - L’uomo le prese un braccio. La ragazza non ebbe nessuna reazione. -Io devo andare- -E io tornerò in quell’appartamento, da Franz… non so cosa mi aspetterà Piero… sono molto spaventata, questa vita mi spaventa… sarei rimasta qui, nell’immobilità, insieme a te…- -Nessuno ti costringe a tornare da lui… - -Smettila con queste parole premurose e false… dimmelo tu perché te ne torni a Bologna invece di rimanere qui con me a far nascere qualcosa…- -Io…-. -Questa vita mi sta logorando, sai?- disse la ragazza. Le lacrime le scendevano sul viso –Non vorrei tornarci da Franz , ma da sola non riesco a rifiutare…- L’uomo si avvicinò. Le loro labbra si sfiorarono. Lui la guardò. Lei abbassò lo sguardo. Non riusciva a smettere di piangere. Si morse il labbro superiore. Lo guardò allontanarsi, appoggiata al muretto del ponte. Si lasciò cadere e, con gli occhi al cielo, rimase seduta. Immobile.
Un anno dopo. Una serata piovosa nel cuore di Venezia, davanti ad un chiosco dove vendevano panini molli con troppa cipolla e poca carne. Lili rideva. Rideva. Rideva ancora. Avevano perso Franz, prima, nel quartiere universitario. Dietro la facoltà di Architettura. -Sono contenta che sei tornato- disse la ragazza, sorridendo. Lui rimase in silenzio. -Sono contenta che sei tornato, Piero, sul serio- ribadì, continuando a ridere. Lui le guardava il seno. -Ho fumato troppo, sto male- disse infine. E lei rise, rise ancora.
Pioveva sempre in quella stagione corta. Bagnati, sulla riva della laguna. Lili ricurva in avanti, forse cercava le anatre o forse voleva buttarsi. Franz sedeva, ricoperto d'acqua, ricoperto d'acqua e di sporco. Guardava Piero con astio o forse con indifferenza. -Tu e lei ieri sera avete scopato?- -Sei ridicolo Franz- -Non abbiamo scopato Franz- disse la ragazza accendendosi una sigaretta senza filtro -Abbiamo masticato lentamente un salsicciotto con cipolla intrisa di ricordi sbiaditi- -Ma che cazzo dice questa?- Passò uno studente con lo zaino, Franz tossì e si accese una sigaretta. I capelli gialli e lunghi appiccicati alla faccia pallida. -Perché sei tornato Piero?- chiese con gli occhi rivolti all'infinito. -Per Lili- Lei si voltò, Franz lanciò la sigaretta nella laguna. -Andiamo- disse rabbioso. Lili piangeva. Piero sbuffava. Franz camminava.
La canzone era malinconica. Piero aveva voglia di dividere la malinconia con qualcuno. Quando entrò nell'altra stanza Lili era in piedi vicino alla finestra a fumarsi una sigaretta. Franz steso sul letto, semimorto. Sul comodino c'éra della stagnola consumata. -Davvero hai mollato tutto e sei venuto qui per me?- chiese lei. Lui annuì con il capo. Sì, era vero. Aveva abbandonato la casa di Bologna, aveva raccolto qualche libro e aveva preso il primo treno. Non c’era stato bisogno di troppe parole. Per un po’ sarebbe stato un ospite, poi forse avrebbe trovato un altro alloggio, un lavoro, un futuro. -Perché?- domandò lei spegnendo la sigaretta e levandosi il maglione. Lui le guardò il seno, piccolo e rotondo. -Perché i pazzi non agiscono mai in modo logico- Lei rise. Seduta su un trono ipotetico, da assurda vincente.
La siliconata madre di Lili, bella da fare schifo. Era ferma sui tacchi. Alta, magrissima, capelli biondi e bianchi, il naso a punta, da condor albino, sessuale, erotica, come una ventenne, più in forma della figlia, di fianco a lei, persa dentro alla sua pelliccia da mercatino, traballante anima su un corpo demente e provocante. Stavano lì e lo osservarono arrivare. -Così lei è l’amico emiliano di Lili?- chiese la donna. -Sì- -Piacere- La donna non poté far altro che offrire un caffè ai due in un bar dietro piazza San Marco. Prima di tornarsene a Vicenza compilò un assegno e lo diede a Lili. -Spero che prima o poi troverai un lavoro- disse. -Diventerò una pittrice, mamma- La donna se ne andò senza proferire parola.
Franz sul pavimento, la bocca pasticciata di vomito. I Velvet Underground come ultima cena. Sogghignava, respirava male, i polmoni in putrefazione. -Non ho soldi Lili... non ho soldi…- sussurrava malinconico. Lei in piedi, stava piangendo, stringeva le labbra fra i denti, le colava il trucco. Una maschera di perversione. -Io e Piero ci siamo fatti dare i soldi da mia madre Franz... vedrai, andrà tutto bene... tutto bene, vedrai... ecco, tieni i soldi, ma vattene- e gli porse l’assegno con la mano tremante. Aveva le dita scheletriche e sensuali. Franz prese l’assegno dalla mano di Lili e svenne. -Devi buttarlo fuori di casa- disse Piero accendendosi una sigaretta. -Lo so- disse lei chinandosi. Gli fece cadere i pantaloni e glielo prese in bocca. Una stanza di depressione condensata. Piero venne guardando Franz in mezzo agli occhi.
Il perdente, nella sua cella. Scesero nella notte. Fra le luci che si spegnevano una dopo l’altra. In mezzo agli odori umidi della laguna. Attraverso vicoli deserti e piazze buie. -Forse dovremmo tornare a Tavira- disse lui. -Forse anche Tavira non è più quella di un tempo- disse lei.
-Dove siete andati ieri notte Piero?- -In giro, la città era bella... deserta...- Lo guardò senza lo stimolo dell'odio. -Va sempre peggio... devo fare qualcosa... ho nascosto una pistola in casa…- -Franz, tu devi andartene… io voglio far uscire Lili da questo inferno...- Franz se ne stava zitto. -Posso provarci...- -E vorresti prendermi a calci?- chiese Franz con voce spenta. -No, ma vattene...- -Te la scopi vero? - il suo tono era un sussurro patetico. -Te l'ho già detto Franz, io sono ritornato per lei...- Lui rise e si preparò la stagnola per l’inalazione. -E’ l'ultima che ho... dopo vado in strada... devo farlo... ho una pistola… devo farlo…-
L’uomo stava camminando deciso. Scarpe lucide e nere, borsa nera. Uno scarafaggio, si notava fra i passanti. Lili barcollava con la gonna lunga e i capelli raccolti. Franz sbuffava, sudava. Piero camminava con una sigaretta in bocca. -Franz lascia perdere…- supplicava Lili. -Zitta… anche se mi avete nascosto la pistola lo farò… poi me ne andrò, stanne certa, me ne andrò…- Lo raggiunsero dietro Rialto. Franz lo colpì con una chiave inglese. L’uomo urlò, urlò fortissimo, con la paura sbudellata fra le corde vocali e il cuore. Franz continuava a pestare il ricco bastardo, lo stava massacrando di botte. -Dammi i soldi! Dammeli!- I turisti accorsero. Piero e Lili scapparono via. Franz il perdente rimase solo. Si sentiva la sua vittima urlare. Urlare ancora. Sempre più forte.
Nella casa di Lili Piero si scolò una bottiglia di brandy per calmare i nervi. Lei aveva inserito nello stereo il solito cd dei Velvet Underground ed era scomparsa. Piero provò a chiamarla. Il fegato gli faceva male. Barcollando andò di stanza in stanza. La trovò in bagno, seduta sul water. Piangeva. -Povero Franz... povero Franz…- mugugnava. Lui si avvicinò e le prese le mani sudate e scheletriche. La baciò. -Povero Franz..... – continuava a ripetere lei. Piero si allontanò di qualche passo poi si voltò. -Sei un’ingrata Lili. Ho abbandonato tutto per te e tu non sai fare altro che piangere per quel bastardo…- Piero puntò la pistola. Il colpo partì quasi per caso. Lili seduta sul water con gli occhi aperti, sbarrati. Un foro di proiettile in mezzo alla fronte. Piero si avvicinò e rimase lì, tra la morte e l'uscita verso un’incerta nuova esistenza. Rimase lì, fra i due baratri. I sogni di gloria di Franz si infransero dopo una breve fuga fra le calli di Venezia. Si infransero contro la laguna, verso le cinque, come sigla per il tramonto... una sigaretta galleggiava sull'acqua. [Lorenzo Mazzoni. Scrittore e viaggiatore, ha pubblicato gli e-book Il sole sorge sul Vietnam, Le Bestie, Privilegi e Mekong Blues (www.kultvirtualpress.com) e i romanzi Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006) e Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007). Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste ‘Rotta Nord-Ovest’, ‘Storie’, ‘Catrame Letterario’, ‘I racconti di Luvi’ e sulle antologie Natale che palle! (Leconte, 2005) e Schegge di utopia (Edizioni La Carmelina, 2007). E’ in via di pubblicazione un nuovo romanzo con i tipi di Robin Edizioni. info: lorenzomazzoni.splinder.com] |