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"Non puoi lasciare Marrakech senza aver provato le sue mani." Il viso del vecchio si trasfigurò in un sorriso malizioso, la pelle rugosa cotta dal sole e i radi denti gialli sembravano appartenergli solo per incidente. Era giovane, di nuovo giovane, e attratto da quel sottile piacere sensuale. Ero a Marrakech da una settimana, il suo fascino torbido e decadente mi aveva ammaliata, e quella che doveva essere una semplice tappa lungo un articolato itinerario rischiava di diventare la mia dimora. Almeno per un po’. Ero partita con le idee confuse ed il bagaglio leggero, seguendo quell’irrequieta voce che mi ripeteva:”Lascia tutto, è tempo di rigenerarsi.” Ciclicamente la vocina mi pungolava, ed io le avevo dato retta trasferendomi per un anno in una Parigi un po’ bohémien e poi in una nevrotica New York. Tutto ciò che mi occorreva era dentro la valigetta nera: un portatile pronto ad accogliere le mie storie. Il resto poteva attendermi a tempo indeterminato. Il primo giorno avevo incontrato il vecchio, ed ora non potevo più rinunciare al suo the alla menta. Emanava il fascino antico della sapienza orale, ed io lo seguivo ipnotizzata nel frastuono dell’odoroso suk. Varcando la soglia fui stordita dall’intenso profumo di mirra, era una stanza minuscola e densa di decorazioni. Alle pareti decine di mani fotografate, tutte ornate di henna. Lei, completamente celata da veli variopinti, più per vezzo che per necessità, mi studiò con i suoi grandi occhi d’inchiostro. Un lieve movimento dell’esile polso per indicarmi il lettino ed un silenzio eloquente. Mi spogliai ed attesi. Mi versò il tiepido olio berbero sulla schiena ed iniziò a prendersi cura di me. Non era un semplice massaggio, le sue mani cannella erano quanto di più soave e sensuale si potesse sognare. Con una voce un po’ gutturale ed una cadenza da nenia mi spiegò dell’albero delle capre da cui si ricava quell’olio fragrante che trasforma la pelle in seta, ed io diventai acqua fra le sue dita sapienti. Ero fuori dal tempo e dallo spazio, i rumori indistinti del mercato mi cullavano, e polvere di luce mi accarezzava dalla stretta finestra. Divenne una dipendenza. Ogni giorno, quando il cielo sanguinava e gli incantatori di serpenti affascinavano i turisti, io interrompevo le storie del vecchio e mi abbandonavo alle sue mani. Allora sembrava che le mie parole uscissero dal luogo segreto in cui le custodivo, bisbigliavo con lentezza le frasi che avrebbero trovato riposo tra le pagine mentre lei mi impastava il corpo. Le vicende del vecchio, filtrate dalla mia fantasia, si inanellavano sulle mie labbra appena dischiuse, ed io ringraziavo la sorte d’aver trovato la giusta alchimia per poter continuare a creare. Le mani rugose del vecchio gesticolavano agilmente mentre mi narrava di quel passato misterioso ed idealizzato, le sue mani tatuate scorrevano abili sulla mia pelle lucente d’olio, le mie ricadevano scomposte e rilassate nel benessere. Non sono più partita da Marrakech, le mie mani continuano a digitare veloci nelle notti stellate, e la mia impaziente voce interiore resterà in silenzio sinché la mia ispirazione non si sopirà. Solo allora potrò stringere le loro mani per l’ultima volta senza rimpianti. |