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Presentazione dell'EBOOK edito da Arianna editrice, Lo stivale di Barabba: l'Italia presa a calci dai rifiuti, curato da Stefano Montanari. Lo Stivale di Barabba ovvero L'Italia Presa a Calci dai Rifiuti è una sorta di album fotografico sulla situazione del ciclo dei rifiuti nel nostro paese , riguardo a cui alcuni degli studiosi più autorevoli del panorama italiano e internazionale intervengono per offrire una visione a tutto tondo della questione. Acquistalo qui a soli 7,90 euro. [Un libro sui rifiuti che non diventi rifiuto esso stesso. Letto, magari solo sfogliato o consultato laddove si pensa sia funzionale per la soluzione di uno dei mille problemi ambientali che affliggono l’Italia e poi messo da un canto. È questo che non voglio. Alla stesura del libro hanno collaborato persone, studiosi, esperti che sanno come noi uomini siamo costretti a vivere alla stregua di pesci rossi in una boccia di vetro che ci stiamo accorgendo essere molto più piccola di quanto non c’illudessimo che fosse e, ahimé, piena di un’acqua sempre più sporca. E nell’acqua sporca i pesci rossi vivono male. E da quell’acqua i pesci rossi non possono sfuggire. I vari contributi sono molto disuguali tra loro ed io, che ho avuto l’incarico di curare la stesura finale del volume, non ho fatto nulla per omogeneizzarli: ho lasciato che ognuno fosse libero di esprimersi come credeva meglio, senza le costrizioni di un modello preconfezionato, di un determinato numero di battute da non eccedere o di accordi presi tra tutti. Il risultato è qualcosa di apparentemente disarmonico, ma, se chi legge arriverà fino in fondo, vedrà che questa apparente disarmonia è solo apparente. E vedrà che, giunto all’ultima pagina, sarà più ricco di consapevolezza.] * * * Io non so chi abbia progettato la Terra, questa nanoparticella blu, insignificante sotto molti aspetti, che viaggia ad una velocità oltre ogni limite di sicurezza in un universo che chissà se conosce. Chiunque l’abbia fatto, non ha fatto un lavoro decente. Certo, magari era la prima volta che costui si cimentava in un’impresa del genere, ma quanto n’è uscito è davvero una congerie di assurdità e di errori intollerabili: tutta una serie infinita di leggi e leggine, di costrizioni e di questo non si può e quest’altro nemmeno che mostrano palesemente la goffaggine del progettista se non il capriccio. L’avessero affidato a noi uomini, anzi, Uomini con tanto di maiuscola, questo piano sarebbe uscito infinitamente meglio. Basta pensare alla seccatura che costituisce la legge di gravità, una legge che avrà sì il merito di tenerci saldi a terra senza volare via, ma che, proprio per questo, ci crea un sacco di problemi di spostamenti e di bicchieri in mille pezzi mentre nostra moglie ce li passa da asciugare. E poi – e questo sarà uno dei temi di questo libro – quell’oltraggio agli interessi di tanta brava gente che è il famigerato principio di conservazione della massa. Avremo modo di parlarne e di far sentire la nostra voce di giusta indignazione verso chi ci obbliga a convivere con una sciocchezza simile. Venendo a qualcosa di più personale, chi ha disegnato la mappa del Pianeta ha irrispettosamente ceduto alla bizzarria e ha voluto sistemarci, sistemare noi italiani, intendo, in una penisola che ha la forma inconfondibile di uno stivale. Perché? Forse è un po’ come chiamare il figlio Oceano: per caratterizzarlo con un marchio indelebile che lo fa unico. Sia come sia, noi stiamo appollaiati, fitti fitti, su questo geografico simulacro di calzatura che, per aggiungere ancora un tocco di beffardaggine, si trastulla palleggiando con due oggetti, la Sicilia e la Sardegna, avendone perso, almeno politicamente, un terzo, la mai del tutto francese Corsica, due secoli e mezzo fa. E vabbè, ormai ci abbiamo fatto l’abitudine ad abitare in questo ridicolo pendaglio d’Europa e non ci facciamo nemmeno più caso. Non credo sia per la forma, ma il fatto è che l’Italia, dalla caduta dell’impero romano in poi, è stata di volta in volta, e a volte contemporaneamente, una specie di stadio, di bordello, di salotto, di scuola, di museo, di dispensa, di miniera, di allevamento di bestie da soma e da carne, di parco giochi e di chissà quante altre cose per chiunque avesse voglia di percorrerla con le sue armate, occasionalmente misere e raffazzonate ma quasi sempre più che sufficienti per ogni sorta di scorreria. E poteva anche succedere che non ci fosse nemmeno bisogno di scomodarsi a scendere o a salire fin da noi: bastava assoldare qualcuno – e sempre d’indigeni si trattava – adatto alla bisogna e usarlo come tramite. Noi italiani badiamo ai fatti nostri. Da noi la privacy, quella vera, ci ha sempre albergato nel DNA. Ognuno bada a se stesso (“tengo famiglia” è frase tipica i cui sottintesi non trovano riscontro altrove) e il concetto di comunità ampia, di nazione, ci è del tutto estraneo, mica come altri popoli, formichine insignificanti senza personalità che sono! In fondo, noi non siamo nemmeno un popolo: noi siamo Ambrogio Brambilla, Baciccia Parodi, Gennarino Esposito, Concettina Mancuso… Noi siamo uno, solo per caso moltiplicato per poco meno di sessanta milioni. Sessanta milioni di estranei, forse, chissà, di nemici ma, comunque sia, di concorrenti: sessanta milioni di persone dalle quali, poco poco ne esista l’opportunità, si potranno sì soffrire fastidi ma si può, sapendoci fare, anche ricavare vantaggi. Insomma, ognuno di noi italiani tipici, fatte salve le debite eccezioni, si arrangia come può e di chi ci sta a fianco o, non raramente, tra i piedi, se ne infischia bellamente. Dal punto di vista etologico noi siamo una curiosa sorta di parassiti cannibali e non di rado la frenesia dell’arrangiarci e di divorare tutto e tutti arriva – ammettiamolo, erroneamente – ad azzannare noi stessi. Sì: se si guarda troppo da vicino un oggetto – o una situazione, nel nostro caso – il rischio è di mancarne il senso della globalità e del possibile divenire e, nei fatti, non è che noi abbiamo la vista lunga. È così che noi «non siam popolo perché siam divisi» come canta il nostro inno nazionale, retorico, sbrodolato e mille miglia lontano da ciò che siamo, ma per una volta a bersaglio, ed è così che un nostro duce, uno dei tanti, grottesco come ogni duce deve essere ma non per questo privo di qualche intuizione corretta, ebbe ad affermare che governarci più che impossibile è inutile. Ed è così che una delle predisposizioni italiche è, senza mai andare troppo per il sottile, quella di marcare un po’ animalescamente un territorio, piccolo o grande che sia, e lì esercitare un potere assoluto e incontrastato, senza regole. Regole morali, intendo, perché di altre regole ce n’è da perdersi. A Bologna, la città in cui sono nato, una volta si diceva che in una società cosiffatta “comanda Barabba”, e da qui il titolo di questo libro. Lo Stivale è un Paese antico. Antico come civiltà, dico. Qui da noi, soprattutto dove lo Stivale ha suola e punta e in quel bizzarro pallone triangolare che pare aver appena ricevuto un calcio, sbocciò un tempo, e mai ha cessato di fiorire figliando poi su fino alla coscia, tanta filosofia che varia dal raffinato allo spicciolo. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta pensare a Pirandello, che filosofo non era ma che ben rappresentava una sorta di punto d’incontro e di sintesi tra, appunto, raffinato e spicciolo. “Così è (se vi pare)” è una commedia che di quella filosofia può essere presa a paradigma: della realtà è impossibile avere una visione unica e certa. «Io sono realmente come mi vede lei. Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua…» è una battuta sistemata giusto all’inizio del copione. Se questo atteggiamento scettico può anche essere condivisibile e sottintendente pure una grande umiltà, riconoscendo quanto sia impossibile al povero umano stringere in pugno la verità vera e, dunque, inderogabilmente unica, occorre tuttavia segnarne dei confini da non valicare se non si vuole cadere preda di ogni impostura gabellata per una delle mille possibili verità disponibili. E, invece, pare proprio che per noi abitanti dello Stivale quei confini non esistano. Ma quando si tratta di dati scientifici elementari come i numeri, la verità esiste ed è una senza eccezioni. Questo, almeno – e con buona pace degli scettici ad oltranza – per la pur rozza conduzione della vita di tutti i giorni, una vita di tutti i giorni che è anche inevitabilmente degli scettici ad oltranza. Così, il non chiudere mai il cerchio di una ragionamento non è essere scettici ma solo superficiali se in buona fede, o è essere mascalzoni se la mancata chiusura è funzionale a qualche imbroglio. Venendo al pratico terra terra e all’argomento di questo libro, quando si descrive un inceneritore e se ne decantano le meraviglie, si evita sempre quell’ultimo arco di cerchio: quali sono i conti economici della combustione dei rifiuti calcolati per intero? Che ne è della massa della spazzatura che, per legge naturale, resta invariata? Perché non si menzionano mai le aggiunte che si fanno all’immondizia da trattare e che vanno di fatto a raddoppiarne la massa? Perché non si dice mai che dal punto di vista strettamente tossicologico il materiale combusto è quasi sempre assai più aggressivo per la salute di quello “crudo”? Perché si menzionano solo alcuni inquinanti (il prediletto è la diossina), distogliendo l’attenzione dalle migliaia di altri? Perché le poche indagini epidemiologiche tengono conto solo di alcune patologie e non tengono conto della reale distribuzione delle polveri? Perché le polveri vengono misurate in massa e non in numero di granellini? Perché si glissa sempre sulla reale efficienza dei filtri tralasciando particolari non trascurabili quali la loro efficienza solo sulla quota primaria filtrabile e non sul resto che è soverchiante? Perché, quando si danno numeri percentuali sulla capacità dei filtri di catturare le polveri (quali che siano), si omette di dire che questa valutazione è fatta sul peso e non sul numero delle particelle? Perché non si racconta mai che sorte avranno le polveri catturate? E le ceneri che la legge aggettiva come “inerti”? Perché si dimentica di dire che l’inerzia è quella chimica nei confronti dei reagenti più comuni, ci si guarda bene dal parlare della loro terribile aggressività e, in aggiunta, non si dice che queste finiscono nelle discariche più o meno autorizzate portandovi un inquinamento assai insidioso, legge o non legge? Perché si cerca sempre di evitare, anche a pena di sanzioni postume della Comunità Europea, la procedura di valutazione d’impatto ambientale? Perché quando si fanno i progetti non si considerano mai i numerosi guasti cui gl’impianti vanno incontro e gli ovvi sforamenti dei pur pochissimi parametri d’inquinamento considerati? E si potrebbe continuare per qualche pagina con queste omissioni. Dunque, non filosofico scetticismo ma tanto banale quanto evidente impostura che vede solidali come la Banda Bassotti politici, enti di controllo, faccendieri e universitari a gettone. Ma tra le tante cose che vengono sottratte all’attenzione ce n’è una davvero incredibile: noi non sappiamo quanti sono gl’inceneritori in Italia. Sì, perché ai rifiuti, urbani o industriali che siano, non si dà fuoco solo negl’inceneritori classici, comprendendo qui, e per ovvi motivi, anche quegl’impianti grottescamente chiamati “termovalorizzatori”, ma li si ficca in centinaia di cementifici e in quei combustori detti “a biomasse” che non sono solo una truffa ma sono in tutto e per tutto un’ingenuità. E poi ci sono gl’inceneritori dedicati: quelli per gli ospedali e quelli presenti presso tante industrie. Quanti sono? Che cosa effettivamente bruciano? Quanto importano dall’estero? Sì, dall’estero: noi, non contenti dell’immondizia nostra, andiamo a prenderne pure oltre Atlantico, e parlo del cosiddetto pet-coke, l’ultimo residuo della raffinazione del petrolio che il 15 gennaio 2004 è stato promosso a “non rifiuto” niente meno che dalla la terza sezione della Corte di Giustizia Europea chiamata in causa dalla magistratura italiana. “Il coke da petrolio prodotto volontariamente, o risultante dalla produzione simultanea di altre sostanze combustibili petrolifere, in una raffineria di petrolio ed utilizzato con certezza come combustibile per il fabbisogno di energia della raffineria e di altre industrie non costituisce un rifiuto ai sensi della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, relativa ai rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991, 91/156/CEE” è quanto recita la sentenza. Tirando le somme, la legge ripulisce tutto e stabilisce che chi si ammala per aver respirato o ingerito la porcheria che inevitabilmente il pet-coke genera è capricciosamente restato indietro con i tempi e se si è ammalato è per sua ignoranza e capriccio. Insomma, noi non abbiamo idea di quanti in effetti siano gl’inceneritori, di che cosa brucino (al di là delle mille illegalità che sono perpetrate qua e là) e di quanto brucino. Così, a dicembre 2007, il senatore Fernando Rossi fece arrivare un’interrogazione al Parlamento dello Stivale, interrogazione che io stesso composi, perché qualcuno dia i numeri o, almeno, metta in piedi un censimento, cosa quest’ultima, non solo facilissima da fare ma che non avrebbe nemmeno bisogno di essere richiesta in un paese civile perché dovrebbe esistere per il solo fatto che paghiamo, e caro, gente che dovrebbe occuparsene. Poi il governo è saltato e l’interrogazione è passata nel dimenticatoio. Del resto, come il senatore stesso ebbe a dirmi, il governo non avrebbe dato risposta, gommoso com’è quando si tratta di certi argomenti. Una domenica d’aprile del 1988 io mi trovavo a Napoli. Erano più o meno le otto del mattino e con i miei compagni di squadra camminavo verso la grande piazza dove ci si radunava tutti per la partenza del campionato italiano di corsa su strada. A quell’ora di domenica Napoli dorme ancora. Non tutta, però. Con flemma antica partenopea si apriva come a sbadigliare qualche finestra e da lì, senza preavviso, iniziava la sua parabola un sacchetto di plastica, ma più spesso i sacchetti erano più d’uno, e questo o questi andavano a schiantarsi sul marciapiede. Avanzi di cibo schizzavano tra muro e strada. Poteva anche capitare che una signora ancora in negligè si affacciasse per vedere – mera curiosità di una mattina di festa – se ci fosse stato un destinatario umano per quelle domestiche testimonianze o il colpo fosse andato a vuoto. Sia come sia, il tutto pareva costituire la quotidiana normalità. All’incirca una decina d’anni più tardi, stavolta nella prima serata, arrivai in treno a Napoli. L’albergo era in fondo alla grande piazza che fronteggia la stazione e io mi dovevo trascinare appresso la valigia a rotelle. Fu uno slalom tra ogni sorta d’immondizia, un’immondizia che addirittura stava addossata, e per un’altezza tutt’altro che trascurabile, contro le auto in sosta. Nel corso dello stesso viaggio, spostandomi qualche decina di chilometri a sud, passai su di un ponte a scalcare il fiume Sarno. Acqua ce n’era poca o, almeno, poca se ne intravedeva. Visibilissimi, invece, erano i rifiuti che colmavano a perdita d’occhio l’alveo del fiume. L’inventario frettoloso che potei fare di tutta quella roba includeva elettrodomestici assortiti, mobilia, suppellettili casalinghe, indumenti, giocattoli, cibo negletto, scatole d’ogni fatta e plastica. Tanta plastica. Per completezza è opportuno aggiungere che il Sarno, con i suoi appena 24 km di corso, è il fiume più inquinato d’Europa (Atti parlamentari della Camera dei Deputati del 5 gennaio 2005). La filosofia è: io ho prodotto ‘a monnezza e questa monnezza m’infastidisce. Dunque, stante il fatto che degli altri non m’importa un fico, getto tutto dove capita e a chi tocca, tocca. In altre ubicazioni geografiche e presso altre culture il DNA avrebbe suggerito che per gli altri l’altro siamo noi e, dunque, se io metto l’immondizia davanti a casa tua, poi tu la metti davanti a casa mia e non si sa chi abbia a guadagnare nel baratto. Ma da noi, l’ho già detto, le cose vanno in altra maniera. E se la Campania costituisce un caso clamoroso e oggi vistosissimo, non ci s’illuda che altrove nella Penisola le cose vadano tanto bene. A Venezia, nel decantato Nordest, io posso in tutta tranquillità testimoniare di aver visto in più occasioni immondizia tuffata da una finestra «zò nel canal», come di aver avuto qualche difficoltà a passare a piedi in una strada di Monselice nel Padovano perché le “scoasse”, ché così si chiamano i rifiuti lassù, erano ammonticchiate sulla strada. Mal comune, mezzo gaudio? Se può consolare… Ma, in genere, il Nord è più discreto. Se tutto al Sud diventa pubblico con ben pochi pudori, su in Alta Italia certe cose restano più private, e così le sozzerie non danno oscena mostra di loro stesse per le strade, davanti alle porte delle scuole, fino, e non senza qualche concessione alla teatralità e al compiacimento, davanti alle telecamere avide di pulp. Al Nord le sozzerie si nascondono con un’ipocrisia senza pari e se qualcuno si avventura a rivelare qualche “sgradevolezza” si trova immediatamente il politicuzzo di turno, quello che si è assicurato un territorio, pronto a trascinare in tribunale con le accuse più fantasiose il temerario. Di norma, poi, tutto finisce in nulla, ma, intanto, il malcapitato che non gode di avvocati pagati con i denari pubblici e tutte le spese e le scocciature sono sue, si è dovuto procurare un difensore, ha dovuto anticipargli quattrini e ha avuto di che preoccuparsi. Lo strumento di dissuasione è efficacissimo, molti mollano e moltissimi non partono neppure. Così resta campo libero a chi delinque. Ultimamente Napoli è diventata un po’ la città simbolo dell’immondizia eretta a sistema e a modus vivendi et operandi, tanto che la parola monnezza non viene più nemmeno segnata come errore dai correttori automatici dei computer. Per una sorta di proprietà riflessiva Napoli e monnezza coincidono e la città è diventata “la madre” di tutti i rifiuti, come gli arabi ci hanno insegnato a definire l’origine o il punto cruciale di una situazione. Jusy Iuliano è un’eccellente giornalista campana che non è salita sul carro del sistema vigente. Sua è la descrizione che segue di una situazione paradossalmente cristallizzata e in continuo divenire. [info: ariannaeditrice.it -
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