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Sofia era in salone, il salone di famiglia, e quella sera scartava un regalo. L’ennesimo dono mai azzeccato che si presentava nel giorno e nel mese sbagliato. Era l’anniversario della madre e del padre, il nono per l’esattezza, ma Beniamino credeva che fosse il compleanno di Sofia e così s’era presentato da lei con un paio di collant, autoreggenti, presentava l’etichetta. Sofia non sapeva nemmeno cosa fossero le autoreggenti, né le piacevano. Ma si ritrovava davanti agli occhi due lunghe calze nere, velate, l’impronta del piede decisamente non della sua taglia, un ricamo all’altezza della coscia e una plastica interna che Sofia osservava con curiosità e con la dovuta attenzione. Ma che roba è, pensava tra sé e poi, Papà, gli diceva, queste calze son da grandi. Non mi piacciono. E oggi non è il mio compleanno. È la tua festa. La tua e quella della mamma, non ricordi? Neanche rispondeva lui, Beniamino. Ma sorrideva, di un sorriso incomprensibile. Irma invece, lei era affaccendata in cucina, lontana da tutto e intenta solo a preparare la solita besciamelle e il rombo con le patate, il piatto delle occasioni importanti. E si apprestava con la devozione e la dedizione che solo una donna convinta d’amare suo marito può possedere. Poi afferrava quel bianco dal collo e mentre lo riponeva in frigo lasciava addosso alla bottiglia uno sguardo attento, preoccupato, avvilito anche, quasi a volersi raccomandare con la bottiglia e a volerle sussurrare, Mi raccomando fai la brava questa sera, non esagerare. Come se fossero le bottiglie di vino a far ubriacare, mica il beveraggio sconsiderato. E Sofia era attenta anche lei. Doveva almeno tentare di togliere quel vino prima che Beniamino lo vedesse, cercava di rimpacchettare le calze e donarle come gesto d’amore a Irma, ma da parte di Beniamino, così come doveva essere nella sua testa di bambina. Desiderava anche seguire la mamma, tra i fornelli, perché voleva imparare anche lei a preparare i piatti delle occasioni importanti; allora appuntava le ricette in un quaderno a quadretti piccoli, quelli della quarta elementare. E poi necessitava di altro tempo ancora. Bramava il bisogno di capire, più di tutto, e sopra ogni cosa la sua presenza in quel matrimonio. E cosa fosse un matrimonio. Allora si guardava intorno Sofia, attorno a quel matrimonio, che andava tra la cucina e il salone di famiglia. E poteva vederlo solo con i propri occhi. C’era Irma, stimabile moglie, apprendista mamma. C’era Beniamino, discutibile marito e apprendista padre. Nelle giornate abituali in casa Brienza la sveglia dava il buongiorno alle sei e mezza di mattina. Irma scattava come fosse una leva a tirare su la persiana con un’energia impetuosa e poco affine al risveglio del marito, e poi, Beniamino!, gridava la donna, Beniamino!, alzati!, son le sette, mentiva. Era sempre bugiardo il buongiorno di Irma. Sempre. Ma Beniamino lo sapeva bene e non ci faceva più caso. Aspettava la sua di sveglia. Che andava per fatti suoi. E quando decideva di alzarsi, Irma era già con il vassoio di caffè, pronta a servirlo e riverirlo; e con delle gocce e qualche pasticca colorata per dare sfumature differenti a quel grigiore che, con quest’ assenza, avrebbe accompagnato Beniamino per le ventiquattro ore a seguire. Già. Irma in quattro e quattro otto si sarebbe vestita di tutto punto, semplice ma impeccabile come sapeva presentarsi lei al mattino. Lui avrebbe atteso che la moglie decidesse i suoi abiti, perché sì, Beniamino non decideva MAI cosa mettersi e cosa lasciare nel cassettone. MAI. Faceva fatica, chissà, o era indeciso, o semplicemente più reale come questa rosa rossa sul mio comodino, la sua mancanza di volontà era un limite genetico che aveva mutato l’intero corso della sua vita e con Irma accanto ad aiutarlo e a preferire di far finta di nulla, ignorare e fare di Beniamino solo un uomo sano e bizzarro. E non si discuteva, Beniamino preferiva sempre che fosse Irma a far tutto e lui poi filava in bagno. E Beniamino ci stava le ore lì dentro, con le sue manie impertinenti, infernali, e con gli anni questo suo fare sarebbe stato racchiuso in una cartella clinica a esser definito lui un bipolare e le sue ossessioni maniacali, crudeli per gli sguardi, atroci da sentire erano ormai la sua stessa e unica vita. Eppure Beniamino restava lì: un’ora affaccendato con il lavandino e lo specchio, come se quei denti non raggiungessero mai la pulizia, e poi il tempo di contare ogni oggetto toccato, ogni goccia in uscita dal rubinetto… e ripetere… ripetere… ripetere… sembrava la sua migliore melodia, la peggiore condanna per qualcun altro. Allora Irma portava Sofia in bagno, e lei che non voleva entrare. Sofia aveva l’idea che nella toilette dovesse esserci solo lei o al limite la mamma, così voleva. Ma poi, poi succedeva che in quella casa non esistevano regole, non sembrava ammessa alcuna riservatezza, scomparse persino le chiavi dalle porte. E non c’era il buon gusto di tenerle chiuse quando solo serrate le porte devono essere. E c’era che tutto questo era normale. Per loro, i grandi, gli apprendisti. Allora Sofia che non amava troppo quella casa si affacciava sempre incuriosita a vedere cosa potesse succedere nelle altre abitazioni. Lei finiva sin da piccola e in circostanze tra le più strane nelle case di gente a lei poco conosciuta. Come quella volta che era con Irma e Beniamino a prendere il fratello a casa di Stefano. E a casa di Stefano c’era Demetrio, il padre. E Demetrio si metteva a chiacchierare con Sofia sul divano, a leggere Peter Pan e poi a vedere la videocassetta. E poi il buon Demetrio aveva capito che Sofia aveva fame perché aveva preso una Rossana, le sue preferite, dalla cesta delle caramelle sulla teca di vetro e poi un’altra, e poi un’altra e un’altra ancora… E così in quattro e quattro otto Demetrio le aveva preparato una cenetta. E Sofia aveva capito che lei da quella casa per quella notte non si sarebbe mai mossa. Si convinceva che i genitori l’avrebbero lasciata lì. La sapevano lasciare dove voleva se a loro girava bene e Beniamino per il suo ardire non la voleva a casa. Già. Ecco, Sofia si affacciava così nelle case e se le piacevano ci si fermava. Da quando aveva quattro anni. Che tanto lei, come spiegava a Demetrio, doveva fare la fine di Pippi e andare a vivere sa sola. E Demetrio se la rideva intanto, eccome se se la rideva. Sofia doveva avere una particolare predilezione per la strada e le case altrui in effetti. Lei amava stare per strada, che fosse giorno, che fosse notte non aveva alcuna importanza. La strada la sentiva sua, non aveva paura di quel buio, non aveva paura degli sconosciuti, che invece conquistava ogni volta coi sorrisi che solo i bambini sanno regalare. E non si tormentava nemmeno a lasciarsi la porta alle spalle. Così un pomeriggio, cinque anni compiuti appena e un’altezza che ne dimostrava forse quattro, Sofia con una rabbia verso Irma fuori misura, faceva la sua rivoluzione: mamma me ne vado via, ciao! Quella è la porta, Sofia, vai, le rispondeva l’apprendista. E Sofia che non si faceva mai dire due volte le cose dava così il suo addio. Scendeva però le scale mentre rivoli di lacrime le bagnavano il piccolo viso, poggiava le mani sul corrimano di marmo grigio nervato di bianco che seguiva l’intera scala fatta a semicerchio, attraversava il pianoterra del palazzo e si fermava infine davanti a quell’enorme cancello di vetro e ferro. Guardava fuori, poi alzava la testa fino a incontrare con lo sguardo il pulsante elettrico, provava a saltare, ma non riusciva a raggiungerlo, nemmeno con dei balzi. Allora restava con lo sguardo sulla strada dalla vetrata del cancello, e tutto sommato, rimuginava che era troppo grande lì fuori per lei. Troppo e rifletteva che la scelta migliore fosse tornare sui suoi passi, rientrare in casa. E risaliva. E si apprestava sulla scala, sul secondo scalino accanto alla porta e allungava il braccio fino ad arrivare al campanello, solo da quell’altezza riusciva a suonare. Sentiva il ciabattare di Irma farsi sempre più forte, Chi è? domandava poi. Mamma, gridava Sofia, sono io, sono tornata. La porta rimaneva chiusa, poiché Irma decideva di dar voce solo alla forza e stabiliva in cuor suo che se Sofia se n’era andata adesso doveva restare fuori a lungo, Così impari Sofia, la rimproverava. E lei, lei attendeva imbambolata, e con l’idea che adesso la porta non gliel’avrebbe aperta nessuno. Un carattere che non si perdeva d’animo, Sofia, lei si sedeva e aspettava. Piangeva e aspettava. Pensava e aspettava. Con il broncio a farle compagnia e con la certezza, unica che in una casa sarebbe dovuta entrare per forza, perché se era nata, si rassicurava da sé, aveva diritto lei di stare in una casa. E maturava anche che qualsiasi abitazione, appunto, per lei andava bene, poiché sapeva dormire ovunque. Poi d’improvviso si aggiungeva un nuovo rumore, e Sofia lo riconosceva, eccome se lo riconosceva. Era l’ora che Renato, il dirimpettaio, si preparava per andare al circolo di bocce; Sofia repentina bloccava il suo pianto, il suo lamentìo, i suoi pensieri e lo faceva perché contestualizzava il rumore della porta scorrevole che proveniva dalla casa di Renato. Lei così a riconoscere il momento di prendere il bastone per Renato e le sembrava di vederlo già. La blindata si apriva poco dopo con l’uomo ad accomodare il cappello sulla testa, a lanciare un piccolo calcio nel vuoto per far scendere la gamba del pantalone sul mocassino nero e sbattere poi il bastone in terra; qualche colpo di tosse e si accorgeva di Sofia. Sapeva solo dirle, Perché questa faccia Sofia? Che ci fai sul pianerottolo da sola? Lei sapeva solo rispondere, Mi porti via con te? Ma Renato aveva testa e aveva la testa di chi ha vissuto una vita e anche quella di chi vive al di là delle tue pareti, e allora prendeva Sofia per mano, bussava al campanello e strillava con la sua voce imponente e autoritaria, ma che non poteva spaventare Sofia, poiché la teneva per mano, ribadisco, Irma! Irma! Sono Renato apri questa porta. Renato aveva sempre il fare di chi sa vedere le cose al microscopio e riconoscerne i difetti e le imperfezioni del caso. Irma apriva la porta, diceva che Sofia era una monella, impertinente, lui sembrava però non ascoltarla e le rispondeva più velocemente e coinciso, Mi porto Sofia al circolo, d’accordo? Lascia Sofia con me Irma. Irma la lasciava andare, sì, poiché le andava bene così. E Sofia anche lei era più contenta. E diceva, nonno Renato, grazie. E Renato bofonchiava e borbottava, Sofia ogni bambino ha i suoi nonni, io non sono il tuo. Ma Sofia non ci capiva nulla di nonni. Un giorno le dicevano che erano morti, un altro che erano cattivi e vivevano lontani, un altro ancora quei nonni invece bussavano alla porta e Irma a strillare, Se non ve ne andate chiamiamo la polizia, farò un esposto. E Sofia era confusa, tanto. Ma sapeva in cuor suo che Renato poteva essere suo nonno, sì, perché di tanto in tanto la prendeva per mano e la portava con sé a fare le passeggiate, le comprava le Rossana e lei con lui era sempre contenta. A Sofia bastava una mano e una caramella. Allora gli diceva, Va bene, ma se non lo diciamo a nessuno, non puoi essere mio nonno lo stesso? E lui, sorrideva, e le diceva che sì, certo, poteva essere suo nonno lo stesso. E diventava il loro segreto. E Sofia era serena perché diceva che si nasce in una casa, sì certo, ma poi le persone che ti vogliono bene davvero le incontri per la strada. E anche i nonni allora. Ed era il nono anniversario degli apprendisti, e diventava un giorno qualsiasi, uno dei soliti, uno dei tanti Sì. Poi le autoreggenti arrivavano a Irma e poi Irma mangiava con Beniamino la besciamelle e il rombo con le patate. E se Beniamino si ubriacava, restava di poco conto la faccenda, perché Irma ci metteva del suo a far finta che tutto fosse normale, col suo fare di sempre. Ci metteva anche la besciamelle e il rombo con le patate, il piatto delle occasioni importanti. Che poi ci credesse solo lei, che fosse tutto normale, questa, era già un’altra faccenda. |