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Regia: Anna Negri Interpreti: Alba Rohrwacher, Marco Foschi, Valentina Lodovini, Stefano Fresi, Alessandro Averone, Marina Rocco Produzione: italia, 2008 Durata: 93 minuti L’abitudine di amare può anch’essa conoscere la maniacalità di un metodo, e come questo può sollevare la ribellione nei confronti di un sentimento quando lo si deve trascinare più per senso del dovere, per una disciplina poco chiarificata, che per reale esigenza. Da questo parte il film di Anna Negri, che afferra i caratteri di due personaggi allegramente stereotipati per farli sbattere l’uno contro l’altro all’incrocio di motivazioni che non trovano tempo di dichiararsi pacificamente. E’ vero che in fondo il film non ha una particolare equità nel suo equilibrio (ammesso che questo sia poi importante) raccontato com’è tutto dalla parte di lei, delle sue motivazioni e delle sue solitudini. Il quadro non è nuovo, e quel precariato di cui si parla viene descritto come quella terra di nessuno in cui stiamo affondando da tempo e a cui non è detto che ci si opponga con tutte le forze a nostra disposizione: in questo caso, il film rischia di essere un romanzo felice ed evanescente su un periodo prolungato al massimo più dalla cocciutaggine con cui si insegue un progetto che non dalla perseveranza tipica di un carattere che si lasci educare dallo scarso consenso per la propria vocazione. L’anima del film è divisa in due, e l’una non risolve l’altra pur non disturbandosi a vicenda. A sfavore del film c’è il gruppo di amiche che perdono l’occasione di allontanarsi definitivamente dal ruolo di sostenitrici con frasi virgolettate e trasandate, la facilità con cui si sostiene che un uomo appena separatosi dalla sua compagna sia in grado in maniera fulminea di fare sesso con un’altra appena conosciuta, mentre la protagonista abbandonata esita davanti alla prospettiva di non negarsi una notte di sesso con un ex, la concitazione un po’ manierata con cui la nevrosi e il reale senso di instabilità emotivo si esprimono attraverso le rampogne reciproche e non in discussioni liberatorie; l’espediente metacinematografico stesso deve essere accettato nella sua sostanziale improbabilità per non risultare importuno, anche quando ci risulta faticoso credere che chiunque di noi si farebbe riprendere in momenti di intimità che si chiama tale perché vietata agli altri; e, inoltre, spiace che in una sceneggiatura tutto sommato accattivante trovi posto il personaggio dell’altra, incarnata da una presenza non banale e molto interessante come Valentina Lodovini, descritta, ahinoi, come solo una donna può descriverla, anche perché, lo ammettiamo, la coppia formata da Marco Foschi e Lodovini risulta ben più interessante di quella formata con Alba Rohrwacher. Se Anna Negri avesse dilatato di più il prima anziché il dopo (non arriviamo a cinque minuti dall’inizio del film quando Giovanni lascia Lucia), tutto avrebbe acquistato una calma più inquietante, più penetrante, e anche la frattura posta tra l’occhio che guarda e l’accondiscendente protagonista sarebbe sembrata più intensa e matura. Accettato però, come s’è detto, l’imposizione dell’occhio onnipresente che redige un materiale che non può avere unità, i pregi del film non sono pochi e riescono a far tacere dei difetti. Soprattutto, conquista ancora una volta il languore cinegenico della città di Roma, disertata nel suo splendore scenografico risaputo, che fornisce il riparo più appropriato a questo tipo di storie, tanto più prepotentemente bella quanto più capace di insinuarsi all’interno di inquadrature spesso sbilenche per rivelare anche gli angoli in cui accetta di farsi vedere consumata, cadente e comunque sovrana, luogo di nuovi amori anche quando non sono conclusi i vecchi. A questo si aggiunga l’abilità di Anna Negri di fare un film di vivacità forse confusa ma generosa, distante anni luce dal rigonfio e fanatico compiacimento di molti giovani autori nostrani, punteggiato di momenti inaspettati (il monologo di Marco Foschi durante un provino per una fiction sui calciatori), e di trovate brillanti (bellissimo, ad esempio, il vagare in taxi di Lucia in una Roma notturna che le consente un attimo di calma apparente), in cui i trentenni provano una sincera paura per la condizione di precari d’elezione, di esperti dell’impossibilità di togliersi la maschera di adolescenti fuori tempo massimo. Ed è giusto dire che, dopo secoli di sconcertante infertilità in cui abbiamo fatto l’abitudine all’afasia e alle interpretazioni fesse dei vari Bova-Volo-Argentero-Scamarcio-Vaporidis, finalmente sono gli attori, visto come compagine maschile (Foschi-Fresi-Averone), ad emergere con convinzione, perché in grado di assumere su se stessi il valore di una grazia imbarazzata e non monocorde, una vulnerabilità un tempo inattendibile che permette loro di trovare la zona franca in cui potersi rifugiare quando si è perso il gusto di leggere i capitoli della propria storia sentimentale che comincia a diventare scadente, e si decide di rinunciare alla lettura. Alla riuscita dell’opera contribuiscono, oltre a una colonna sonora che doveva essere obbligatoriamente invadente, le invenzioni del direttore della fotografia Bianchi che rende i sentimenti offesi dei protagonisti con luci che servono la loro tristezza e allegria in eguale misura. Perdonabile anche se poco audace, può essere una notevole sorpresa a patto che non si parli, come si è fatto in questi giorni sui giornali, di innovazione. |