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Le ore disabitate
Scritto da Fiorenza Licitra   
sabato 01 luglio 2006

Movimenti lenti, appena accennati, come di chi è in pausa.
Le tre della  notte per le strade sgombre e per le luci quassi tutte spente.
L’umidità anticipa la rugiada del mattino sui vetri, mentre i semafori lampeggiano monotoni per i passanti che restano.
I fiorai sempre aperti, come i benzinai.
I fiorai che sanno solo il prezzo dei loro fiori, senza saperne poi il nome.
Questa per alcuni è la notte.
La notte di quando una stanza è un binocolo da cui sporgersi e la città un tappeto che si srotola.
Di quando qualcuno rimane sveglio quando tutti gli altri dormono e sogna quando tutti gli altri vegliano…
Di quando le fontane zampillano sgombre nelle piazze, senza quel via vai infinito di folle che non fa più toccare terra, per tanto traboccare.
Tutto va ad essere più tenue con la nebbia che porta il buio sulle cose, eppure più forte perché crea maggior eco quando tutto riposa e tace.
Vi è una solitudine che recupera l’intimità degli oggetti, ne sento il tatto e provo la spontaneità di un gesto naturale.
Attenta veglio. Veglio sulla notte che fa eco. Veglio l’umidità dei vetri da cui guardo la strada, fuori. Bado, quasi a fiuto, i rumori particolari che durante il giorno sono interrotti da tanti altri; tanti da affollare l’attenzione rendendola vaga.
Ad un tratto, da sotto casa sento il passo rapido di un treno che batte i binari, dilungandosi verso chissà quali altre stazioni e arrivi e ancora partenze.
Penso così ai viaggiatori, che abitano i treni in queste ore deserte e a come queste scendano anche per loro, molti dei quali stanchi e scomodi, dormono abbandonati.
Certi occhi poi sono rimasti ancora aperti, e vegliano, scandendo il tempo, sulle curve dei binari.

 
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