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Metallica – Death Magnetic
Scritto da Simone Belfiori   
giovedì 06 novembre 2008

E come poteva mancare un commento di Opìfice su “Death Magnetic”, nuova fatica (fatica?) discografica dei Metallica? Perché dei quattro cavalieri, si sa, ne parlano sempre tutti e in questo periodo, modaioli come siamo, non potevamo certo esimerci. Un po’come accaduto per la crisi finanziaria, per “La Talpa” su Italia 1 (Italia 1?) e per lo spegnimento dell’analogico. Come? Già è vero, di questi ultimi due non abbiamo parlato, ma abbiamo tutto il tempo di rimediare. Cominciamo dai Metallica dunque.
Dopo il consueto sciame di interviste, copertine e books fotografici dal rinnovato giuoco del più cattivo non si può ma sempre elegante, lucido e fighetto, ecco il disco. Ma no, così non mi piace, sto ostentando cattiveria inconsapevole. L’origine è tutto, diceva De Benoist. Con questo che si vuol dire? Che ad essa compiremo un Eterno Ritorno in caso di allontanamento? Che essa è un codice prestabilito, un simulacro definito, un quadro ideale in apice del letto a cui tendere? Faremo torto al fior fiore degli antropologi più accorti della scienza novecentesca  - ed un gran dono agli occidentalisti e progressisti di ogni ordine e grado – se confondessimo la tradizione come il fardello che ci lega, come la gabbia che ci imprigiona, come il vincolo che ci riduce all’imitazione di noi stessi come in una fiction. La tradizione fa rima con l’identità, ovvero la nostra personalissima risposta al mondo che ci circonda in un dato momento; l’identità è ciò che “noi” abbiamo da dire, è il nostro dialogo. E’ il nostro cervello. E lo affermai già in passato: il problema non è il Divenire, che è l’unica legge che possiamo trarre dall’osservazione reale del corso dei tempi. E in musica, non è cambiare. Il problema è la sincerità e la qualità di ciò che si dice. Puoi dire tutto, basta che venga sempre da te e sia una tua rielaborazione del cosmo. Qualsiasi cosa avrebbero fatto, fanno e faranno in futuro i Metallica, sarà sempre estremamente difficile chiedersi se essa rispetti appieno tale imperativo non scritto. I Metallica un’identità ce l’avevano, qualcuno la codifica con i suoni degli anni ’80, con quel Thrash che si autodefinì proprio con loro, ma altro non è che solo la forma esteriore, la Tradizione codificata in dati materiali che piace ai più. Il sottile filo rosso che dovrebbe collegare la musica di una band, pur nelle sue più imprevedibili evoluzioni, dovrebbe andare oltre, essere qualcosa di più. Essere quello per cui tu possa affermare, cazzo, son sempre loro. No, non come gli AC/DC. Anche lì parliamo di forma pura, ma lì il confine con la sostanza è talmente sottile che è un altro paio di maniche. I Metallica, con questo “Death Magnetic”, giocano a fare i Thrashers, ci sono tornati davvero? Ci credono, non ci credono più? E’ un rigurgito spontaneo, un vagito ancestrale? O un operazione – l’ennesima a tavolino – di una band che ha provato varie strade e alla fine per ragioni in buona percentuale di mercato è tornata sulle sue orme? La rete pullula di recensioni ruotanti intorno al fatidico quesito. Del resto, i Metallica di Load e Reload non erano sinceri, per la maggior parte della critica, per non parlare dei fans di vecchia data. Perché pareva evidente l’evoluzione graduale verso un suono rock mainstream. E poco importa se questo poteva (perché poteva) anche essere un naturale cammino, un qualcosa di sentito in nome della sincerità. Come fare a rispondere? C’è poco da dire, non si può sentenziare. E non lo si può nemmeno nei confronti di questo “Death Magnetic”. A giudicare dalla formula ben intelleggibile (schema dei brani ricalcato sui vecchi successi, arpeggi cupi, riffs più o meno azzeccati, cambi e idee in pieno stile techno-thrash, abbozzi di ballads malinconiche, The Unforgiven III e chi più ne ha più ne metta) parrebbe che ancora una volta (ancora una volta? Anche per Load e Reload? E St.Anger?) il neo-vagito dei rinati Metallica sinceri sia rimasto solo nella testa dei discepoli. Ma dato che non si può sentenziare, è sempre meglio giudicare la musica. La musica soltanto. Per i Metallica e per tutte le bands e i musicisti. Ora e sempre. O almeno, questo è il criterio che adotto io. Se la musica è buona o cattiva, eccezionale o mediocre, innovativa o imitativa eccetera. Dobbiamo sempre slegare il disco dal suo contesto storico (bestemmia sociologica, caro opificista) per poter parlare di musica. E qui la musica dei Metallica scorre abbastanza accattivante, ben composta e ottimamente suonata. La produzione è azzeccata nonostante qualche parere contrario, le chitarre sembrano chitarre e il resto non conta poi più di tanto. E penso che possa bastare. Non c’era da aspettarsi di più e ciò che è arrivato deve far piacere a tutti. C’è di peggio al mondo, che un disco dei Metallica come questo. Le banche, ad esempio. Se fossi un fan dei Metallica, io questo disco lo comprerei (non scaricatelo perché senno s’incazzano). Ma per fortuna non lo sono.

 
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