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Il buio addosso
Scritto da Grigi Bolero   
martedì 11 novembre 2008

Autore: Marco Missiroli
Titolo: Il buio addosso
Edizioni: Guanda, Parma 2007
Pagine: 277


Il buio addosso ce lo sentiamo ogni giorno, ignoriamo le piccole cose, la luce, chiediamo più luce ai nostri passi, i nostri visi li curiamo con creme speciali, indossiamo abiti pubblicizzati, la parlata insegue l’ultimo slang, parrucchieri e fisico asciutto per liberarci da tutto questo buio. E nel sicuro delle abitazioni abbiamo sempre un tappeto grande sotto cui nascondere la nostra parte di buio.
R. è una qualunque città, fotografata in un tempo che non è il nostro: ci sono gendarmi e rintocchi di campana che comandano l’ora del lavoro e del riposo, ci sono abitanti che nelle parole del sindaco ascoltano quelle di Dio, ci sono bambini e adulti che aspettano ritorni il lustro di R., e si chiudono all’altro, al diverso, e se quel diverso è uno di R. lo nascondono pure, lontano dagli occhi: «Non uscirà mai di casa» disse il sindaco. «Non esisterà se non per me e per mia moglie» giurò al Consiglio del paese.
Il sindaco Jerome non ha dato la polvere dolce alla figlia perché morisse, se l’è tenuta in casa la figlia zoppa, separata dagli altri cittadini di R., nascosta alla perfezione dell’apparenza. E Poline la zoppa guarda la piazza dalla stanza con la finestra, la piazza dove si affaccia la città comandata dal suono della campana. Anche Nunù – il matto voluto in casa dal padre di Poline – non può uscire da quella casa, e impara a leggere e a scrivere insieme a Poline, a volte urla Nunù il matto, a volte si nasconde e non parla.
Fino a quando il sindaco Jerome non si addormenta per volere del consiglio. E la casa di Poline e Nunù diventa la torre, dove la zoppa dipinge e il matto canta e suona la campana del lavoro e del riposo. Anche l’arte rinchiusa nella torre: fastidioso il canto di Nunù e fastidiosi gli occhi sulla tela di Jerome padre di Poline, sempre in attesa che ritorni il lustro di R., sempre più chiusi alla differenza.

 
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