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Regia: Kim Rossi Stuart Interpreti: Kim Rossi Stuart, Marta Nobili, Alessandro Morace, Barbara Bobulova Produzione: Italia, 2005 Durata: 108 minuti Disgregazioni famigliari, incomprensioni difficilmente componibili, autentiche anime alla deriva quelle narrate in questa intensa opera prima italiana. Sembra ormai che da qualche tempo a questa parte i registi nostrani (e l’esordiente di lusso Kim Rossi Stuart si è adeguato in pieno) non facciano altro che mostrarci a getto continuo e con fare disgregante impietosi e significativi affreschi su una presunta e profonda dissoluzione in corso della famiglia italiana. Ma se per Muccino la molla principale che dà origine a dissesti più o meno inquietanti è la sindrome da noia borghese mentre per Faenza la causa va addebitata alla coppia che “scoppia” e per Bellocchio è l’istituzione stessa del matrimonio a porre gli inevitabili presupposti per un disfacimento annunciato, più modestamente (ed efficacemente) il nostro “figlio d’arte” si affida anima e corpo all’impietosa registrazione di una nuda e cruda realtà di tutti i giorni che magari non ci sarà mai propinata dai telegiornali (qui infatti non si parla affatto di cadaveri decapitati) perché solamente di rado arriva a sfiorare una qualche sorta di tragedia, ma che costituisce un tipico esempio di quotidianità sotterranea molto più diffusa di quanto non mostri l’evidenza. Il pregio principale del film di Stuart risiede principalmente nella volontà dell’autore di esplorare a fondo i prodromi di un malessere famigliare che va ben oltre la barriera delle semplici schermaglie e battibecchi, ma cercando nel contempo di non mandare tutto a rotoli, pur evidenziando oltre il dovuto l’ingombrante evidenza di una rabbia quotidiana tutt’altro che liberatoria e manifestata in dose sempre più massicce, prossima a volte ad identificarsi in una sorta di incombente sconcerto esistenziale. Rabbia d’altra parte pur sempre propensa all’occorrenza a sciogliersi come neve al sole dietro stimoli di natura affettiva, per riaffermare tutto sommato la conclamata solidità di una base famigliare che pur seriamente minata nelle sue radici è in grado di ricompattarsi e ritrovare al momento opportuno dei fattori comuni di coesione che vanno ben al di là di una fragile apparenza. Al di là di ogni ulteriore considerazione va sottolineata la sincerità di fondo della pellicola, che si riflette principalmente negli occhietti vigili del sorprendente Alessandro Morace, che qualcuno ha già frettolosamente ed impropriamente provato a paragonare al ben più travagliato Antoine Doinel di truffautiana memoria. E nient’altro che sincerità traspare visibilmente dall’espressione eternamente sconsolata di Barbora Bobulova, vero e proprio elemento perturbante dell’intera vicenda, sempre pronta a tradire, seppur (in)volontariamente, la sua buona fede di partenza, ma proprio per tale motivo ancora più sincera perché simbolo evidente di una fragilità umana che inevitabilmente ed inesorabilmente si rivela parte integrante delle nature più sensibili e per tale motivo maggiormente vulnerabili di fronte all’evidenza di una realtà senza scrupoli. Ed una buona dose di sincerità, infine, si rende più che mai evidente nei continui scoppi di aggressività parossistica di un Kim Rossi Stuart impegnato a dare viva voce ad un tipo di disagio materiale da potersi tagliare col coltello e che irrora della sua presenza le sagome dei protagonisti che come vaghe ombre si muovono sul palcoscenico della vita rendendo sempre più problematico ogni tipo di rapporto individuale (perfino una buccia di banana posata distrattamente a terra può risultare motivo di conflitto). Tutto sommato, alla fine della partita VA BENE ANCHE il ruolo di LIBERO, tirato in ballo in una sorta di accomodamento vitale per cui un posizionamento alternativo a centrocampo (anche nella vita di ogni giorno) appare fin troppo impegnativo. Ma il finale estremamente aperto risulta tutt’altro che consolatorio: i personaggi principali (figlia esclusa) hanno posto tutti le proprie carte in tavola e si va di gran carriera a ricominciare come prima, più di prima, accantonando peraltro definitivamente, si teme, la discontinua figura materna. Ma la paventata disgregazione definitiva è stata per il momento relegata in un angolo e con gran dispiacere dei suoi detrattori la famiglia può tornare a respirare una boccata d’ossigeno, in attesa di un altro bell’occhio disgregatore. |