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Autore: Don DeLillo Titolo: Body Art Edizioni: Einaudi, Torino 2001 Pagine: 102 Lasciando da parte il monumentale Underworld, complesso e stratificato, anche gli altri suoi libri hanno l’ambizione di analizzare iperrealisticamente la storia americana, evidenziandone i momenti clou. Basti pensare a Libra, incentrato sull’omicidio Kennedy. Non quest’ultimo lavoro, che invece ha la portata di un dramma da camera. Se consideriamo i libri di DeLillo nel loro insieme, è difficile farvi rientrare Body Art. Molto breve (102 pagine), pochi personaggi, atmosfere impalpabili. C’è una escursione esterna (l’amica di Lauren, Mariella, che descrive in un articolo lo spettacolo di Body Art a fine romanzo), ma si può affermare che tutto il libro si svolge in una casa sulla costa del Maine, abitata da troppi uccelli e infestata da troppi rumori. Spazio e tempo non sono assenti, ma dilatati, abbreviati, sovrapposti, proprio come nella mente di Mr. Tuttle, l’apparente schizofrenico (eppure lucido, forse troppo) che compare, come un fantasma nella casa di Lauren dopo il suicidio del marito. Il romanzo è un criptico viaggio nell’interiore. Ci mostra come sia impossibile uscire facilmente dall’estasi per rientrare nel tempo dopo un dolore. Sembra urlare, nonostante i toni sommessi, che il dolore deve esprimersi. L’oscenità del dolore è raccontata con oggettiva pietà, fino a sfiorare i limiti della follia. È il narratore a raccontarcela, mentre Lauren deve ricorrere alla sua arte di Body Artist: la fisicità. Tempo e spazio vengono piegati, confusi, messi in un vortice. Il linguaggio di Mr. Tuttle è la metafora del tempo. Solo la fisicità può resistere a quest’eterno ritorno. Ed ecco che DeLillo mostra le sue proverbiali caratteristiche. Come in Underworld o in Rumore bianco egli è uno scrittore di cose: sa portarle in evidenza, renderle tangibili, percettibili nella quotidianità. La sequenza iniziale della colazione che precede il suicidio del marito Rey, mai narrato, oltre ad essere un saggio di maestria letteraria (massima economia di linguaggio per descrivere una shoccante immutabilità), è un succedersi e sovrapporsi di cose, oggetti d’uso domestico, nel tempo e nello spazio, tutto percepito da Lauren in modo amplificato. In questo, DeLillo è uno scrittore americano. Body Art rientra quindi nella sua produzione, anche per altre due caratteristiche. La prima è oggettiva: se è vero che qui la storia americana è assente, permangono comunque alcuni strumenti del postmoderno di cui DeLillo è ritenuto, a torto o ragione, un rappresentante. Mi riferisco all’uso della biografia sintetica, soprattutto al pezzo giornalistico. La seconda si lega ad una mia impressione: nonostante la complessità di quello che è ritenuto il suo romanzo maggiore (Underworld), mi sembra che DeLillo riesca meglio nelle cose brevi, come le proverbiali 70 pagine della partita di baseball che introducono il capolavoro, o appunto in questo Body Art, dove l’attenzione alle cose ci apre verso una vasta e vertiginosa interiorità. |