|
Autore: Maude Barlow, Tony Clarke Titolo: Oro blu. La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua Edizioni: Arianna Editrice, Casalecchio (BO) 2004 Pagine: 180 Nelle prime pagine di qualsiasi manuale introduttivo d’Economia troviamo la definizione, nota, di “Bene Economico” che, più o meno, lo formula, materiale o immateriale che sia, a condizione della sua limitazione e raggiungibilità, attraverso l’espressione di un prezzo. Entro 24 anni la crisi idrica del pianeta colpirà fino ai due terzi dei suoi abitanti (requisito della limitazione), sì che una possibile regolamentazione dell’utilizzo delle acque mondiali potrà consentire di pagare un “giusto prezzo” a chi si dedica all’amministrazione mercantile dell’acqua, in tutte le sue forme (requisito della raggiungibilità). Secondo la Banca Mondiale ed il WTO l’acqua non sarebbe più un diritto ma un bisogno per il quale si definiscono i valori ed i prezzi della domanda rispetto all’offerta, secondo le regole del profitto globalizzato. Contro tale tesi si scaglia il monumentale (per la quantità e l’esaustività degli esempi e delle citazioni che annovera) lavoro di due autorevoli membri del direttivo canadese dell’International Forum on Globalization. Non sempre scorrevole, per effetto dell’estrema frammentarietà dell’esposizione dovuta alla necessità d’elencazione degli innumerevoli guai e misfatti che le corporations mondiali stanno producendo ai bacini imbriferi, alle reti idrografiche, alle falde acquifere, ai letti dei fiumi, ecc. il libro si caratterizza per la puntualità delle accuse, la spregiudicatezza delle rivendicazioni, l’onestà intellettuale della protesta, la lungimiranza che giustifica il lancio di un allarme rosso e la ragionevolezza delle proposte, che sfociano nel sostanziare percorsi pensati per ammendare lo scempio dell’estorsione speculativa delle acque minerali privatizzate. La popolazione ed il consumo d’acqua mondiale stanno esplodendo, così come gli sprechi ed i crimini idrologici; l’apocalisse prossima ventura dovuta all’impermeabilizzazione del suolo è alle porte; l’ONU stima in 31 i paesi in crisi idrica; più di un miliardo di persone muore di sete (ogni otto secondi un bimbo muore per aver ingerito acque tossiche). Il pianeta in pericolo è descritto con perizia giornalistica nella rassegna che, ad esempio, scandisce le minacce degli scarichi tossici nelle falde e nelle fogne, della perdita dei Grandi Laghi e delle zone umide canadesi e russe, della deforestazione galoppante, dell’evaporazione causata dal riscaldamento globale, della proliferazione delle specie invasive, dell’irrigazione eccessiva su agricoltura non sostenibile, dell’uccisione dei fiumi con dighe e bacini artificiali. Mentre in Cina ed in India, ad esempio, l’80% della popolazione beve acqua contaminata (magari pagata a peso d’oro da povera gente a trafficanti senza scrupoli), il commercio dell’acqua in bottiglia è diventato un’attività lucrosa a rapida espansione, sotto l’egida del NAFTA e del WTO, che disegnano le regole della speculazione sulla pelle degli assetati del Sud del mondo, a favore delle corporazioni e dei magnati globali della finanza. Già, perché l’acqua sta per diventare il più colossale investimento del secolo ed i titani della globalizzazione (quali, ma non solo, Vivendi Universal, Suez, Bouygues-SAUR, RWE-Thames Water, Bechtel e Enron-Azurix) ne stanno metabolizzando la privatizzazione secondo i paradigmi che videro, negli anni Settanta, la cartellazione imposta dalle Sette Sorelle nella gestione del petrolio. Come per l’idrocarburo, si progetta di deviare le sorgenti austriache fino in Spagna e Grecia, mentre in Turchia si venderanno megatonnellate d’oro blu in Medio Oriente e nel Maghreb e dall’Alaska immensi acquedotti abbevereranno la California. Ma l’industria più pericolosa è l’acqua in bottiglia, del tutto identica se non peggiore a quella del rubinetto e, talvolta, proprio da quello intercettata e rivenduta a prezzi superiori al latte, al vino, al petrolio! Senza contare l’inquinamento prodotto da miliardi di bottiglie in plastica che, per il costo elevato, non potranno essere acquistate dal 90% degli stati. La mostruosità del progetto della Pepsi e della Coca Cola di far fluire le loro bibite direttamente dal rubinetto di casa lascia impietriti prima di sorriderne…Per combattere idiozie simili, stimolate dalla Banca Mondiale, dall’OMC e dall’FMI, col plauso dei governi coinvolti dalla lussuria delle corporations (che mistificano le loro reali intenzioni speculative attraverso un’immagine di facciata, apparentemente sensibile alla sete del terzo mondo), la controffensiva alla privatizzazione contempla numerose iniziative, come la battaglia di Cochabamba in Bolivia e di Grenoble in Francia, la cui risonanza ha generato movimenti spontanei in Sudafrica, Ghana, Uruguay, USA, Canada, Colombia, Guatemala, Ungheria, Thailandia (ma niente si muove in Italia). L’ottimismo degli Autori li porta a cesellare il certosino prezioso lavoro di raccolta dati con una manciata di raccomandazioni ed un decalogo operativo teso all’applicazione dell’unico principio antagonista alla privatizzazione dell’acqua: la sua deprivatizzazione. |