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1980. Io ho cominciato a dirottarmi altrove in quel momento. Avevo due anni – adesso nemmeno riesco a credere di avere avuto due anni, so soltanto che è successo: non è inspiegabile? – e mi sono ritrovato senza un pezzo. Come cresce un bambino senza un pezzo? Cresce come un fiore sghembo. Io sono quello che restava esposto al sole con il gambo storto. Io sono quello che non poteva (r)esistere. Io sono quello che non era italiano. Qualche volta tutto diventa più nitido. Guardo quel che un giorno potrò ereditare – oh sì, io borghese sono nipote di padroni: camperò di piccole rendite e non mi guarderò dentro in cerca di risposte sensate, accadrà e farò come niente fosse – e mi domando dov’è quel che avrei potuto dovuto essere, se. Se non fossi stato quel che sono, se la mia identità non fosse nata nell’oblio della normalità, nella negazione dell’essenza, nella negligenza della giustizia. Io sono quello nato senza madre. Io sono quello che a un tratto è stato strappato alla sua terra. I’ve got the spirit, but lose the feeling, cantava il ragazzo di Macclesfield, Cheshire. Va così – e negli anni, al limite, sta peggiorando – da quando ho perso un pezzo della mia essenza. La mia seconda vita è borghese, e inesistente. Nella mia seconda vita non sono un letterato senza contratti e senza punti di riferimento. Nella mia seconda vita io sogno d’essere quel che dovevo: un commercialista, sposato giovane, con almeno due bambini prima dei trentatre. Appagato e sereno, mi godo tutti i comfort di una vita stupida – io sono una pianta: naturalmente morirò, non senza fiori; toccali senza poggiare le mani sugli occhi, ché il mio segreto è come un oleandro – e passo dagli uffici alla casetta come niente fosse, felice della tavola piena di vita e dei natali passati con le famiglie di noi. Nella vita che non esiste io mi sono lasciato addomesticare da tutto, e a tutto appartengo. Possiedo oggetti che mi possiedono, e in fondo non me ne frega niente. Guardo i notiziari e penso di avere bisogno di sicurezza, e demando allo Stato quella sicurezza – quando lo Stato è la prima negazione della libertà, e della speranza di essere individuo – e intanto cresco i miei bambini giurando che avranno tutto. Tutto significa: Ralph Lauren, e Levi’s Strass. Tutto quantifico: scuola, palestra, insegnante di pianoforte. Io sono quello che mia madre non voleva diventassi. Io sono il vagabondo borghese che di letteratura per la letteratura vive: il non senso che io ho: io non è, niente. Una nuova alba si dissolve ai miei piedi. C’è un cane che scodinzola, tutto felice – tra i denti stringe la mia testa – e la mia carcassa senz’anima che se ne va per i corridoi, a giurare che niente è finito e tanto meno compromesso. No. La ferita è lontana quasi trent’anni, quel sangue che ho perso ha scavato – come un fiume carsico – nell’abisso della mia coscienza. Io sono l’inadempienza. Io sono la decadenza d’una promessa, la corruzione della realtà: sono la borghesia che s’impicca leggendo e scrivendo. Sono la letteratura italiana nella sua essenza, ossia il benessere che cerca un senso laddove non esiste e allora s’inventa un linguaggio – del linguaggio dispera, nel linguaggio sprofonda. Una donna una volta mi ha chiesto un bambino. Io sono sterile e come se non bastasse mi illudo che le cose siano differenti. Quando mi sono accorto che il desiderio non è tutto e l’appartenenza è una menzogna, ho domandato ai miei bambini di uccidersi – sono l’ultimo della mia razza, un Buddenbrook che sorride dell’alcol e della sua limitatezza. Come Kržižanovkskij vorrei mordermi i gomiti, e bere da un calice che non termina mai. Intanto agogno la virtù del sogno – Guido scriveva bene – l’inconsapevolezza, e mi domando quando potrò compattare due identità nemiche. Mai. Perché per quanto rifiuti quel che accade, per quanto io neghi la mia storia e il mio passato, qualche volta (appare come ombra nella fotografia) la ferita riappare, e subito si coagula il mio dissenso alla vita (tu, impotente, attingerai alla mia sorgente pensando che sia immacolata, e intatta. Ti sbagli: ho consegnato la mia anima a un dio laterale e pazzo, adesso pretendo di deragliare): e così, tornando nel presente (madre è il nome del diavolo sulle bocche dei cuccioli di un mare assassino: guadagniamo la riva pensando possa servire; viviamo stramazzando, idealizziamo ogni menzogna. È così naturale), mi consegno. Mi consegno a te che vuoi essere dominata. Ti dico prendi tutto ma non domandarmi di prendere te. Va dove vuoi ma rimani così – io non do da bere agli assetati, avevo fame e nessuno ha imbandito una tavola – e spogliati e cammina nuda avanti e indietro. Adora quel che non potrai avere, prova a rubarmi qualcosa. Io possiedo soltanto chi amo; le altre, rinnego e respingo. Mi consegno a te che vuoi essere dannata. Ti dico che questo sangue avvelena e questo veleno non è qualcosa di cui ti potrai liberare. In me si spengono otto razze, non più esistono: sono diverse bandiere, ammainate. Allora aderisci a quest’essenza che trascolora – alla mia nebbiosa identità, europea e bastarda – e trova un senso nel mio gioco: il mio gioco a chi comanda. Comando: una vita diversa da quella che mi succede. Domando: schiavitù borghese. Demando: responsabilità e tasse, soltanto i vizi mi tengo. Io, come droga, mi insinuo nei tuoi pensieri; sono estraneo al giogo del giorno, notturno affondo nei tuoi labirinti: nei grovigli mi perdo, ché groviglio e labirinto sono, e groviglio e labirinto riconosco. Sono il bambino senza madre, e senza madre sono cresciuto. Non potevo che avere un sesso: quello del dominatore. Ma non m’attendo niente da chi si consegna al sole – soltanto, scintillo per poi sfuggire. Come mi è stato insegnato. Io uccido i sogni, per i sogni combatto, nel sogno per il sogno morirò. Scrivendo. Quando la vergogna per quel che sono – letterato, zavorra e parassita, intelligenza improduttiva e nemica del profitto: amo solo la bellezza, e tutti i fiori che nessuno ha voluto coltivare – diventa ossessione, allora m’accorgo che in me si nasconde un impiegato sveviano, magari, neanche un professionista. In me si nasconde uno che voleva morire mangiando e scopando, senza capire e senza guardare. Figliando come un gelsomino ramoscelli forti, e profumati della mia terra: amando come un cane, che t’ingroppa per l’odore, e potendo ti fa male. Io sono uno che avresti voluto ammazzare. Il nemico degli artisti diventato artista, il commercialista letterato, il prete che si consegna alla bellezza, al piacere, al vizio. La rivoluzione è la negazione del presente: io, rivoluzione, ho impiccato la mia natura quando non avevo nemmeno l’età per capirlo: spontaneamente sono andato a distruggere la mia essenza, quel che ne è derivato e rimasto vive, e vivendo s’uncina all’utopia – l’utopia che il linguaggio muti il senso e l’origine (del male), e converta all’amore e al dubbio d’ogni cosa. Adesso: c’è un cielo porpora che si squarcia, e squarciandosi lascia spazio alla musica e alla musica soltanto; noi a terra contiamo su un tamburino di carta che avanza, regolare e perfetto, battendo il tempo della morte: la morte che a sé chiama, inesausta, e inesausta domanda tributi. T’aspetto come ho aspettato una madre, orgoglioso della tua assenza. Avido delle tue decisioni, mi nutro intanto di tutto come fossero trailer – diciamo, anticipazioni. La doppia vita che vivo è l’unica vita che conosco. Letteratura, e spontanea distruzione di me, della borghesia, della quiete e dell’equilibrio. Scialacquerò ogni fortuna e mi consegnerò al dissenso. Io, non più io, sono parole che si sormontano e seducono, perché niente è più seducente dell’abisso. Dall’abisso ti chiamo a partecipare di questa cena. Ti offrirò un’anima annientata (dal presente, e sradicata;) e un corpo che gioca soltanto quando viene (idolatrato); altrimenti, sdegnoso, ti volta le spalle e ti chiede: distacco. Qualche volta ci penso, a quel che potevo essere, a quel che sarei diventato. Mi sgomenta quell’uomo normale, benestante e arrogante, che incenerisce con uno sguardo quel che sono: la mia letteratura, la mia dedizione alla rivoluzione e al sogno, i miei ridicoli guadagni, la mia incrollabile fiducia nel futuro d’una nazione diversa. Quell’uomo normale, entrando nel letto, abbraccia sua moglie e le dice che io sono un caso umano. Che sono un poveraccio, che non valgo un cazzo, che parlo da solo o al limite per quelli come me. Ecco. Forse hai ragione. Sai cosa – io ho provato quello che tu nemmeno immagini: ho conosciuto la privazione di tanto, la solitudine, la morte; le possibilità della fatiscenza, l’odore della decadenza. Il profumo della negligenza (della vita, e delle sue cose). E mi sono votato, intanto, alla ricerca. E così domani scoperò una pagina bianca, stuprando i margini, sordo alle proteste. I miei figli – limpidi – si prenderanno gioco delle passate leggi, e delle vostre morali. A loro – pacificato - affido il mio lascito. Rivoluzione, e giustizia: bambini, arte. L’identità è un equivoco, il ruolo è una sua parte. La mia natura è morta quasi trent’anni fa. Io mi prendo gioco di tutto, e di me, da quando avevo due anni. Adesso correggimi, prima che m’affidi a qualcosa di più definitivo della letteratura: quei veleni sono un gioco, non una mistura. Vedi, è tutto un meccanismo. Schiaccia quel bottone, e poi quell’altro. Poi non stare più a sentire. E soprattutto non guardare. Metti in ordine, quando hai finito. Niente macchie, e niente polvere. Io sono nuovo: vedi, io sono altro. [tratto dalla raccolta di racconti Qualcuno ha morso il cane (Coniglio editore) curata da Antonio Veneziani e Riccardo Reim. Si ringrazia in questa sede l'autore per averci concesso la pubblicazione.] |